Nelle scorse settimane la presa di posizione di molti sindaci contro il Decreto Salvini (più di 100 e fra loro molti di città importanti: Sala a Milano, Appendino a Torino, Raggi a Roma) ha caratterizzato il dibattito politico e ha messo in difficoltà il governo. Alcuni si sono limitati alla critica aperta, altri hanno minacciato di ostacolare l’applicazione della legge, altri ancora hanno annunciato (Orlando a Palermo) e in certi casi attuato (De Magistris a Napoli) misure di aperta disobbedienza.

In risposta, Salvini ha annunciato il commissariamento dei sindaci ribelli, ma è un’evidente segno di debolezza; un tale provvedimento (commissariare decine di sindaci dei principali comuni italiani?!?) aprirebbe una fase nuova e inedita della crisi politica in corso con conseguenze imprevedibili.

L’argomento si presta a molte riflessioni. Ne facciamo alcune.

Per la struttura della Repubblica Pontificia, il sistema politico necessita che le contraddizioni fra i vari centri di potere esistenti nel nostro paese siano risolte con l’accordo fra tutte le parti in causa, pena la disgregazione dell’intero ordine istituzionale. Ma la crisi economica impedisce la soddisfazione degli specifici interessi di tutti i contendenti, la guerra per bande fra i vari centri di potere si fa progressivamente più acuta. Si tratta di un processo molto evidente sulla questione immigrazione e accoglienza, su cui molti centri di potere della Repubblica Pontificia basano i loro interessi (uno su tutti, il Vaticano), ma per chi si dà gli strumenti per vederlo, emerge in ogni aspetto della vita politica e pubblica, ad esempio è alla base delle crescenti contraddizioni nella magistratura, fra magistratura e governo e gli altri centri del potere costituito.

Ogni attore di questo teatrino è ricattabile dagli altri, poiché è legato agli altri da mille fili, mille interessi leciti e illeciti, legali e illegali. Pertanto ogni attore valuta bene prima di scegliere quale tasto toccare per attaccare gli avversari, quale macigno sollevare per evitare che, suscitando la mobilitazione delle masse popolari, gli ricada sulla testa. Ma come inevitabilmente ogni attore è spinto ad affermare, a spese degli altri gruppi di potere, gli specifici interessi del gruppo di potere a cui appartiene, allo stesso modo è inevitabile che ogni macigno decida di alzare rischia di ricadergli sulla testa.

Sul Decreto Salvini i sindaci si sono concentrati sulle politiche sull’immigrazione sia perché esse ledono direttamente ingenti interessi di alcuni gruppi di potere che compongono i vertici della Repubblica Pontificia, sia perché in questo paese, al contrario di quanto affermano Repubblica e altri organi della propaganda di regime, i valori e i sentimenti antirazzisti sono molto radicati e diffusi e “usare” l’argomento del razzismo consente alle Larghe Intese di manovrare ampie parti delle masse popolari contro il governo M5S-Lega. Tutt’altro che stupide, però, le masse popolari sanno perfettamente che le Larghe Intese che hanno azionato i sindaci ribelli contro “il razzismo di stato” hanno fatto le stesse cose (o anche peggiori) di quelle che oggi contestano: il Decreto Salvini è figlio minore del Decreto Minniti – Orlando, che a sua volta deriva dalla legge Turco – Napolitano che in materia di immigrazione è fra le più infami della storia del paese, poiché ha istituito i CPT (poi CIE e oggi CPR).

Da qui una contraddizione. E’ possibile affermare i valori dell’accoglienza, dell’antirazzismo, dell’eguaglianza; contrastare il razzismo di stato che il Decreto Salvini alimenta e le politiche autoritarie promosse dal governo M5S-Lega senza portare acqua al mulino delle Larghe Intese e senza rafforzarle? E’ possibile far ricadere sulla loro testa il macigno che le Larghe Intese hanno alzato per tirarlo contro il governo M5S-Lega e affermare gli interessi delle masse popolari?

Sì, rispondiamo.

– Attraverso un’ampia propaganda e denuncia di tutte le misure reazionarie contenute nel Decreto Salvini: l’inasprimento delle pene per chi manifesta e la criminalizzazione delle mobilitazioni per il diritto alla casa, ad esempio;

– sostenendo attivamente, praticamente, i sindaci (quali che siano i loro obiettivi) nella ribellione e nella disobbedienza al Decreto Salvini, spingendoli a passare dalle parole ai fatti;

– costringendo i sindaci ribelli a disobbedire anche alle altre misure contenute nel Decreto Salvini, prendendo iniziative e misure per attuare le parti progressiste della Costituzione del 1948;

– non aspettare che siano i sindaci a prendere l’iniziativa, ma metterli di fronte “al fatto compiuto”, valorizzare tutte le attività, iniziative di lotta e mobilitazioni delle organizzazioni operaie e popolari.

Alcuni esempi? Il sindaco di Milano, Sala è “critico” nei confronti del Decreto Salvini e commenta le manifestazioni contro il razzismo affermando “spero che da qui rinasca la sinistra”. Ecco, va incalzato e costretto a prendere posizione pubblica e istituzionale contro la condanna, comminata in attuazione del Decreto Salvini, di 4 compagni che nel 2015 parteciparono a un presidio alla DHL di Settala (MI) affinché fosse applicato il CCNL ai lavoratori della logistica. E contro l’arresto di 9 compagni, accusati di associazione a delinquere perché sostenevano l’assegnazione dal basso delle case popolari nel quartiere Giambellino di Milano, come prevede il Decreto Salvini.

Raggi, a Roma, è “preoccupata” per gli effetti del Decreto sui richiedenti asilo presenti in città (molti dei quali vivono per strada dopo lo sgombero del Centro Baobab avvenuto già prima del Decreto…): va costretta a riconoscere le occupazioni di case come soluzione di emergenza e a sospendere gli sgomberi, che il problema invece lo moltiplicano. Come Raggi, anche Nardella a Firenze, Appendino a Torino, Orlando a Palermo, ecc.

Si tratta, in definitiva, di seguire l’esempio che gli operai della Bekaert di Figline Val d’Arno (FI) che, contro la chiusura della fabbrica e per l’annullamento della parte del Jobs Act che impediva lo stanziamento della cassa integrazione per gli operai delle aziende che cessano la produzione, hanno mobilitato tutto il mobilitabile dal sindaco al governatore della Toscana, dalla CGIL, fino a Sting.

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