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Salvare il pianeta dal disastro ambientale

Teresa Noce by Teresa Noce
Febbraio 3, 2019
in Resistenza n. 1/2019, Ultimo numero di Resistenza
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Con l’espressione forze produttive, indichiamo la capacità lavorativa umana, l’esperienza e la conoscenza impiegate nel processo lavorativo, le macchine, gli impianti e le installazioni che i lavoratori usano nel processo produttivo, le infrastrutture sociali usate ai fini produttivi, gli animali, i vegetali e le altre risorse naturali impiegati nella produzione.

La crisi ambientale negli ultimi anni ha subito un’accelerazione. Il cambiamento del clima, l’impoverimento dei terreni, il consumo del suolo, l’inquinamento del mare e dell’aria sono diventate tra le più gravi emergenze che l’umanità si trova ad affrontare e producono dissesto dei territori, migrazioni di massa (la Banca Mondiale prevede 140 milioni di persone in fuga da qui al 2050), nuove e mortali malattie, mettendo a rischio la stessa esistenza della specie umana. Da ogni parte del mondo giungono notizie di eventi climatici estremi e i disastri (e i morti) dello scorso autunno mostrano quali possono essere gli sviluppi anche nel nostro paese.

Anche le istituzioni della borghesia sono oramai costrette ad ammettere il problema e sempre meno sono quelli che lo negano. La commissione sull’ambiente dell’ONU ha pubblicato un comunicato dove rivela che la situazione è peggiore di quanto previsto, con scenari catastrofici nei prossimi venti anni se non si inverte la rotta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ogni anno 7 milioni di persone muoiano a causa di malattie legate al solo inquinamento dell’aria; secondo Cred (Centre for the Epidemiology of Disaster) le persone colpite da disastri naturali sono salite da 98 milioni nel 2015 a 411 milioni nel 2016. Nature ha calcolato che nel 2017 le conseguenze della sola emissione di CO2 hanno rappresentato nel mondo danni per un costo di 16.000 miliardi di dollari (all’incirca l’intero PIL dell’Unione Europea).

Nonostante le numerose e incontrovertibili evidenze, nessuna mediazione politica risulta realmente efficace nel contrastare questo fenomeno: le leggi a riguardo (quando ci sono) vengono sistematicamente eluse e gli accordi tra stati disattesi. L’ultimo in ordine di tempo, l’Accordo di Parigi del dicembre 2015, non è mai veramente partito ed è fondamentalmente naufragato dopo il ritiro degli USA.

La crisi ambientale può essere risolta solo superando il capitalismo.
La crisi ambientale si origina da quando il capitalismo impiega senza limiti le forze produttive che ha sviluppato, arrivate a una potenza tale da poter trasformare in maniera decisiva l’ambiente naturale. Oggi la produzione e distribuzione di beni e servizi sono deleterie perché ogni capitalista cerca di trarre ognuno il massimo profitto dalla propria attività, in concorrenza con gli altri: non ci sono accordi o leggi che tengano. Se una grande opera è dannosa per l’ambiente e l’uomo, come ad esempio il TAV o il TAP, ma porta profitto, la si farà comunque; se i costi per applicare le moderne tecnologie in grado di ridurre le emissioni inquinanti di un’acciaieria riducono i profitti dei suoi padroni, non si applicheranno; se smaltire i rifiuti in maniera ecocompatibile fa guadagnare meno che bruciarli o sotterrarli in discariche abusive non verrà fatto e così via.

Sono sotto gli occhi di tutti gli enormi sprechi di energia impiegata per rendere sempre più luccicante la vetrina del capitalismo, illuminata h24 per invogliare a comprare merci inutili, far trovare sempre straripanti gli scaffali dei supermercati (soprattutto di cibi freschi, che a fine giornata verranno buttati), con la produzione di imballaggi tanto accattivanti quanto difficili da smaltire. E’ una gara in cui chi non si adegua al principio del massimo profitto, viene spazzato via da un “concorrente” più cinico e con meno scrupoli.

Inoltre, l’obiettivo che muove i capitalisti di aumentare il proprio capitale non ha di per sé limiti. Al contrario: il capitale, per sua natura, deve continuare ad aumentare pena la crisi economica e lo sconvolgimento del ciclo produttivo. Quello impiegato ad ogni ciclo economico deve infatti generare un profitto che in quello successivo costituirà con il capitale di partenza un nuovo unico capitale, in un vortice potenzialmente infinito. Il capitalismo tende quindi per sua natura a un saccheggio illimitato dell’ambiente naturale, che però è finito e si regge su un delicato equilibrio.

Ciò che ha determinato e determina la crisi ambientale non sono quindi le moderne forze produttive in sè, ma i rapporti di produzione nel cui ambito vengono usate, non è la malvagità dei capitalisti, ma la logica che muove la società capitalista, non è il “capitalismo estrattivo”, la globalizzazione o che altro: il problema è il capitalismo, il cui sviluppo porta necessariamente alla crisi ambientale e la soluzione è nell’instaurazione in tutto il mondo del socialismo, prodotto delle rivoluzioni socialiste in ogni singolo paese.

 

Il futuro dell’umanità è il comunismo.
Quelle stesse forze produttive che, utilizzate nell’ambito dei rapporti di produzione capitalisti, creano tanti disastri per l’ambiente e l’umanità, quando saranno inserite in rapporti di produzione socialisti, adeguati al loro carattere collettivo, permetteranno all’umanità di risolvere anche la crisi ambientale. Nel socialismo queste forze saranno infatti gestite in maniera pianificata e si produrrà tutto e solo quello che è necessario al benessere di tutti; sarà promossa la partecipazione attiva e la responsabilità di ognuno rispetto alla società, al contrario che nel capitalismo. Sarà quindi una gestione generale, rapporti sociali compresi, che permetterà di ragionare sulle conseguenze di lungo periodo e ristabilire un corretto rapporto nello scambio organico tra l’uomo e la natura, di applicare alla produzione le più moderne tecnologie già esistenti al di fuori della dialettica costi/profitti, di dedicare le migliori energie a svilupparne di nuove e più efficaci, all’esplorazione dello spazio, alla tutela dell’ambiente naturale: quelle energie oggi impiegate nella produzione di armi, strumenti finanziari e di sfruttamento, diversione e abbrutimento sociale.

Per porre fine alla catastrofe ambientale in atto non esistono “green economy”, né tanto meno “nicchie” in cui rifugiarsi; non esistono appelli alla “buona volontà individuale”, tanto cari a quella borghesia di sinistra che per il portafoglio devasta e saccheggia l’ambiente, ma si pulisce la coscienza con “i buoni comportamenti e le buone abitudini ecologiste”.

Come la catastrofe ambientale in atto è parte della crisi generale del capitalismo, così la salvaguardia e la tutela dell’ambiente è parte della rivoluzione socialista in corso.

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