Sull’assemblea della Piattaforma Sociale Eurostop del 1° Luglio a Roma

Riportiamo stralci dell’adesione del P.CARC all’assemblea del 1° luglio a Roma (mentre va in stampa Resistenza non si è ancora svolta) attraverso cui la Piattaforma Sociale Eurostop ratificherà il passaggio da coordinamento di organismi politici e sindacali a movimento sociale e politico unitario.

 

“Nel loro linguaggio (dei promotori di Eurostop – ndr) “movimento sociale” significa movimento che promuove rivendicazioni, proteste e scioperi e “movimento politico” significa partecipazione alle istituzioni e ai riti del teatrino della Repubblica Pontificia. È l’attuazione dei propositi impliciti nella manifestazione del 25 marzo e proclamati nell’assemblea del 26 marzo a Roma, in cui i promotori della Piattaforma Sociale Eurostop hanno cercato anche di liberarsi dalle perturbazioni create dalle proposte del nostro partito dichiarando che “il P.CARC avrebbe potuto partecipare solo se si fosse dissociato dalla clandestinità” cioè se avesse rotto i legami con il (nuovo)PCI.

Con questa iniziativa infatti il gruppo dirigente di Rete dei Comunisti (RdC) cerca di attuare il progetto che persegue da tempo (vedasi Ross@ nel 2013): un sindacato, un movimento sociale e culturale e un partito che faccia da sponda politica (cioè da portavoce nelle istituzioni della Repubblica Pontificia) delle lotte rivendicative e delle proteste delle masse popolari. È il sogno di ricreare un movimento analogo a quello che si dispiegò in Italia sotto la direzione prima di Togliatti e poi di Longo e di Berlinguer dopo che il Vaticano e gli imperialisti USA nel 1947 estromisero gli esponenti della Resistenza dalle nascenti istituzioni della Repubblica Pontificia. Secondo i dirigenti di RdC quello è stato il periodo d’oro della storia del nostro paese: sono abbagliati dalle conquiste di civiltà e di progresso che le masse popolari riuscirono a strappare, trascurano che quelle conquiste erano il frutto dell’avanzata del movimento comunista nel mondo e della vittoria della Resistenza sul nazifascismo in Italia e che nei paesi imperialisti la borghesia cedeva alla pressione delle masse popolari per paura della rivoluzione socialista (approfittando anche del fatto che, dopo le distruzioni delle due guerre mondiali, gli affari erano in ripresa e i profitti dei capitalisti elevati); nascondono che quello fu anche il periodo in cui l’eredità del movimento comunista venne liquidata, prima sotto mentite spoglie e poi in modo aperto dopo la svolta operata dal PCI nel dicembre del 1956 (VIII Congresso): Togliatti, Longo e Belinguer furono solo la personificazione della liquidazione. (…)

Nonostante questo, la creazione di Eurostop presenta alcuni aspetti positivi per far avanzare la rivoluzione socialista e noi comunisti dobbiamo giovarcene. Il percorso avviato da questo aggregato infatti 1. contribuisce alla denuncia delle misure antipopolari dell’Unione Europea, della Banca Centrale Europea (BCE) e della NATO (le istituzioni della comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti) e dei governi dei vertici della Repubblica Pontificia (i cosiddetti “poteri forti”) che in Italia eseguono quelle misure. Sono infatti i capitalisti italiani aggregati attorno al Vaticano e infeudati agli imperialisti americani che hanno reso l’Italia un territorio a disposizione della NATO, hanno eluso e violato le parti progressiste della Costituzione del 1948 e per i loro interessi si sono poi messi al seguito dei gruppi imperialisti franco-tedeschi e distruggono una dopo l’altra le conquiste di civiltà e di benessere che gli operai e gli altri lavoratori avevano strappato sull’onda della Rivoluzione d’Ottobre, della vittoria della Resistenza e dell’avanzata del movimento comunista nel mondo;

  1. diffonde la coscienza che per farla finita con la macelleria sociale bisogna farla finita con l’Euro, con l’Unione Europea e con la NATO e un orientamento favorevole alla rottura con le istituzioni europee e mondiali con cui i gruppi imperialisti impongono alle masse popolari i loro interessi. (…) Senza farla finita con Euro, Ue e Nato ogni promessa di miglioramento è o un imbroglio o è un’illusione;
  2. promuove manifestazioni di protesta: in questo campo ha già mostrato che è in grado di organizzare importanti iniziative di piazza al di fuori del carrozzone dei partiti borghesi e dei sindacati di regime che traducono in mobilitazione, unità e lotta l’indignazione di importanti settori popolari.

 

Per questi motivi il Partito dei CARC

– ha aderito alla Piattaforma Sociale Eurostop nel dicembre del 2015 e partecipato alle manifestazioni, agli scioperi e alle altre iniziative che essa ha promosso con l’obiettivo di allargare e rafforzare il fronte di mobilitazione e organizzazione dei lavoratori e delle masse popolari, rafforzare il loro spirito combattivo ed elevare il loro orientamento sulla situazione politica e su come farvi fronte;

– ha criticato, in collaborazione con il (n)PCI e con il metodo del dibattito franco e aperto, le concezioni disfattiste (“la rivoluzione è impossibile”) e attendiste (“la rivoluzione scoppierà prima o poi”) che i dirigenti di RdC e del gruppo di testa della Piattaforma Sociale Eurostop promuovono fra i lavoratori avanzati e che intralciano lo sviluppo del movimento No euro, No Ue, No Nato e ha criticato la pratica (tipica della sinistra borghese) di lanciare parole d’ordine progressiste senza darsi i mezzi per realizzarle;

– partecipa, ma non aderisce a Eurostop (come previsto dai punti 2 e 3 dei principi organizzativi diffusi dal gruppo promotore di Eurostop in preparazione dell’assemblea dell’1.07.17).

 

Sul Programma Fondamentale di Eurostop. Il P.CARC condivide i 16 PUNTI indicati nel documento “Identità, principi, programma”, che sviluppano, precisano e articolano i cinque punti della piattaforma del Comitato NO Debito del 2011-2012, l’Agenda No Monti del 2012-2013, il programma del Controsemestre Popolare del 2014 e i quattro punti della Piattaforma per il lavoro, la democrazia e la pace della Piattaforma Sociale Eurostop del 2015: dalla nazionalizzazione delle imprese strategiche e delle banche all’abolizione delle leggi che hanno legalizzato e fatto dilagare il lavoro precario, dalla nazionalizzazione delle banche all’abolizione delle leggi securitarie e razziste, dal piano di lavori pubblici alla tutela dell’ambiente. (…)

I 16 punti del Programma Fondamentale sono un programma di governo: di quale governo? Chi lo costituisce? Come?

E’ il programma di un governo di emergenza popolare, come quello che da tempo indicano il P.CARC e la Carovana del (n)PCI, (…) se non è questo, allora non può che essere che, a scelta,

– il programma di una lista elettorale per le prossime elezioni politiche: buono (forse) a raccogliere voti… ma con i voti non c’è cambiamento politico e sociale del paese! Lo insegna bene l’esperienza del governo Tsipras in Grecia (…);

– uno slogan da agitare in manifestazione, buono a chiamare in piazza quanta più gente possibile. Ma di manifestazione in manifestazione (come di vittoria referendaria in vittoria referendaria), la mancanza di risultati pratici alla lunga produrrebbe demoralizzazione e rabbia se noi comunisti non costruissimo un’alternativa di potere e di governo del paese. È quello che invece possiamo e dobbiamo fare giovandoci anche delle iniziative di Eurostop e di tutti i movimenti di opposizione e di protesta;

– la richiesta (a mo’ di “consiglieri del principe”) a governi come quello Gentiloni-Renzi che stanno facendo tutt’altro e non hanno, evidentemente, nessun interesse né intenzione di attuare un programma del genere.

 

Sulle campagne politiche di massa di Eurostop. Le campagne indicate per i prossimi mesi sono: una proposta di legge popolare sulla nazionalizzazione delle banche e delle aziende strategiche, una proposta di legge di modifica costituzionale per introdurre nella Costituzione la possibilità di tenere referendum anche sui trattati internazionali, un referendum per eliminare dalla Costituzione la modifica dell’art. 81 che nel 2012 ha introdotto l’obbligo di pareggio del bilancio statale, un appello contro la Legge Minniti e, se abbiamo capito bene, un referendum di indirizzo sull’uscita dell’Italia dall’UE.

Parliamoci chiaro: sono tutte iniziative che vanno bene come strumento ausiliario, per trascinare nella lotta anche quella parte delle masse popolari più intrisa di legalitarismo e che ha ancora qualche fiducia nei vertici della Repubblica Pontificia e nelle loro istituzioni e per valorizzare (e mettere a contribuzione) quei sinceri democratici e personaggi delle istituzioni seriamente preoccupati del disastro in cui il paese sprofonda. Ma per un movimento che ha come “obiettivo dichiarato il cambiamento politico e sociale del paese” limitarsi a questo è voler svuotare il mare con un ditale! Tanto più con l’esperienza, recente e meno recente, che abbiamo alle spalle: leggi di iniziativa popolare mai calendarizzate e che giacciono nei cassetti a prendere polvere in Parlamento, referendum per cui erano state raccolte le firme che sono stati fatti saltare con escamotage vari (come quello contro la riforma Fornero sulle pensioni, quello contro i voucher, ecc.), referendum vinti come quello del 2011 sull’acqua e quello del 2016 contro la riforma costituzionale di Renzi i cui esiti sono calpestati quotidianamente, elezioni sempre più ingessate e dall’esito precostituito con leggi elettorali truffa e con manovre di strategia della tensione, un Parlamento eletto con legge incostituzionale che continua a fare da camera di registrazione delle decisioni governative stabilite dalla Ue…

Referendum, leggi di iniziativa popolare e appelli alle istituzioni possono essere lo strumento ausiliario di un movimento che però ha come asse portante una serie di campagne che estendono, generalizzano, collegano e rafforzano le iniziative d’avanguardia, oggi condotte in ordine sparso da gruppi di lavoratori e di altri settori popolari, fino a farne massa critica. Quali campagne? Ne indichiamo alcune:

  1. per la nazionalizzazione delle aziende strategiche, partendo dalla lotta dei lavoratori Alitalia e degli operai dell’Ilva di Taranto, della ex Lucchini di Piombino e del resto del comparto siderurgico;
  2. contro il sistema Marchionne, valorizzando le battaglie contro i sabati lavorativi e la deportazione da Pomigliano a Cassino con cui gruppi di operai avanzati e di delegati combattivi degli stabilimenti FCA del centro-sud stanno mostrando a tutti i lavoratori che non è vero che alla FCA e in tutte le altre aziende non c’è niente da fare, ma ovunque qualcuno (anche un piccolo gruppo) vuole promuovere la resistenza e si organizza per farlo, la resistenza dei lavoratori si sviluppa;
  3. per la difesa e il miglioramento dei servizi pubblici, a partire dalla mobilitazione contro lo smantellamento degli ospedali e dai comitati di difesa della sanità pubblica;
  4. contro l’applicazione dell’infame CCNL dei metalmeccanici e i peggioramenti che esso comporta e più in generale per il rinnovo e la difesa del CCNL: la posta in gioco è la fine del CCNL di categoria a favore dei contratti aziendali e corporativi, che vuol dire far regredire l’unità di classe. È una questione internazionale, nel senso che non riguarda solo l’Italia, ma anche altri paesi europei (come ad esempio la Francia) in cui la borghesia imperialista sta cercando di attuare la sostanza del programma che negli USA è stato attuato da Ronald Reagan negli anni ’80 del secolo scorso e, in Europa, prima in Gran Bretagna da Margareth Thatcher (in particolare durante il secondo mandato, 1983-87) e poi in Germania dal governo “rosso-verde” guidato da Gerhard Schröder (in particolare nel periodo 2002-2005 con la “Agenda 2010”);
  5. contro la repressione delle lotte sociali e sui posti di lavoro, estendendo iniziative di violazione delle misure restrittive come quella di Nicoletta Dosio del movimento NO TAV;
  6. per il controllo popolare sulle amministrazioni locali, come sta facendo l’ex OPG-Je so Pazzo a Napoli, e la creazione di amministrazioni locali d’emergenza, rafforzando la cordata di sindaci e amministratori “per l’attuazione della Costituzione”. (…)

 

L’obiettivo della costituzione di un governo di emergenza popolare e la promozione dell’organizzazione e della mobilitazione contro chi per i suoi interessi ha violato, aggirato o ignorato le parti progressiste della Costituzione e ha ingabbiato il nostro paese nell’UE e ve lo tiene: queste sono le gambe su cui marcia e può marciare Eurostop. In sostanza, per perseguire con successo l’obiettivo del “cambiamento politico e sociale del paese” bisogna mettersi a mobilitare gli operai, gli altri lavoratori, tutte le classi oppresse perchè dovunque gli elementi più avanzati si organizzino. È un’opera difficile ma possibile. Dipende solo da noi impegnarci. Questa è l’opera che costruirà il nostro futuro e ci farà fare un salto verso l’instaurazione del socialismo. (…)

Nell’ottica di rafforzare e allargare il fronte dei lavoratori e delle masse popolari e con l’intento di praticare la politica da fronte (promozione di iniziative comuni e scambio di esperienze, dibattito sulla situazione e i compiti che essa pone, solidarietà reciproca) con le forze impegnate nella lotta per mettere fine al corso disastroso delle cose impresso al nostro paese dai poteri forti nostrani e dalla loro comunità internazionale, partecipiamo e chiamiamo a partecipare al dibattito dell’assemblea del 1° luglio”.

L’iniziativa ha una rilevanza notevole e la pronta adesione dell’USB (sancita nella risoluzione del suo II Congresso) la conferma. Potremo quindi contare nel prossimo futuro sui suoi effetti.

Più che sulle intenzioni, sulla mentalità e sulle dichiarazioni dei promotori, per capire quali saranno gli effetti noi comunisti da aderenti e praticanti del materialismo dialettico ci basiamo sulla logica che anima il gruppo promotore e le sue iniziative e sul contesto sociale, culturale e politico in cui il movimento nasce e si svilupperà. (…) È da questo punto di vista, materialista dialettico, che noi dobbiamo valutare il nuovo movimento, per essere in grado di valorizzare gli effetti positivi della sua costituzione e della sua azione. Quello che vale per il socialismo “unica vera alternativa al dilagare della ingiustizia sociale e della barbarie”, vale anche per la rottura delle catene dell’Euro, dell’UE e della NATO. Come arriveremo a spezzarle? (…) Per prendere sul serio i propositi di porre fine al catastrofico corso delle cose imposto dalla borghesia imperialista bisogna che i propositi siano accompagnati dall’indicazione chiara e giusta di come mai siamo arrivati al punto attuale, di chi cavalca il catastrofico corso delle cose e di chi è interessato a cambiarlo, di quale è il corso da dare alle cose e di come fare a trasformare i buoni propositi in forza capace di imporlo alle classi che impongono l’attuale.

Quindi noi comunisti condanniamo il nuovo “movimento sociale e politico anticapitalista, antifascista, antipatriarcale e antirazzista”? Le condanne non rientrano nel metodo di noi comunisti. Perfino con il M5S di Grillo abbiamo cercato e cerchiamo ancora di portarlo ad agire da Comitato di Salvezza Nazionale che sostiene la mobilitazione degli operai e del resto delle masse popolari a organizzarsi e mobilitarsi fino a costituire e imporre ai vertici della Repubblica Pontificia un proprio governo d’emergenza, il Governo di Blocco Popolare. Perfino il democristiano Paolo Maddalena e il suo aggregato “Attuare la Costituzione”, cerchiamo di portarlo a passare dalle acute illustrazioni delle prescrizioni progressiste dimenticate, aggirate o violate della Costituzione del 1948 (cosa che probabilmente faceva anche quando era membro della Corte Costituzionale) ad agire da Comitato di Salvezza Nazionale che sostiene gli operai e il resto delle masse popolari ad applicare da subito quelle prescrizioni per quanto possibile farlo su piccola scala mentre si danno la forza per costituire un proprio governo nazionale d’emergenza che le applichi a livello dell’intero paese. Seguiamo la stessa strada anche con l’ex magistrato della Repubblica Pontificia Luigi De Magistris che da alcuni anni dà buona prova di sé come sindaco “anti Larghe Intese” di Napoli. Noi cerchiamo di raccogliere e valorizzare quanto di positivo individui, organismi e movimenti sono in grado di dare per favorire la mobilitazione e l’organizzazione degli operai e del resto delle masse popolari e per promuovere il loro orientamento a costituire e imporre ai vertici della Repubblica Pontificia un proprio governo d’emergenza. (…) Quanto al “socialismo, unica vera alternativa al dilagare dell’ingiustizia sociale e della barbarie”, dopo tutto quello che è successo dalla Rivoluzione d’Ottobre in qua socialismo resta un “luogo comune” e un’espressione vaga buona per tutti gli usi se non si precisa che il socialismo di cui si parla è combinazione di 1. direzione politica del paese nelle mani degli operai aggregati attorno al partito comunista, 2. economia come attività pubblica (alla pari dell’istruzione, della sanità, dell’ordine pubblico, della viabilità, ecc.) pianificata per soddisfare i bisogni socialmente riconosciuti come necessari o anche solo utili per una vita civile, 3. universale e crescente educazione delle masse popolari a partecipare alla direzione della società e alle altre attività specificamente umane (quelle che vanno al di là delle attività intese alla soddisfazione dei nostri bisogni animali). Quindi in particolare anche partito comunista. Ma come si combina questo con la “dissociazione dalla clandestinità” (cioè con la rottura con il (nuovo) Partito comunista italiano) che nell’assemblea del 26 marzo a Roma proprio uno dei grandi capi di Rete dei Comunisti, Mauro Casadio, ha posto ai membri del P.CARC come condizione per essere ammessi alla Piattaforma Sociale Eurostop? La clandestinità del Partito comunista è una delle lezioni della prima ondata della rivoluzione proletaria nei paesi imperialisti: perché è tanto invisa a Mauro Casadio? In Italia abbiamo già visto all’opera la “via pacifica e democratica al socialismo”. Solo se si precisano queste cose, il “socialismo, unica vera alternativa al dilagare dell’ingiustizia sociale e della barbarie” non è uno specchietto per allodole, ma un preciso obiettivo politico.

 

(…) Nella clandestinità contribuiremo con scienza e coscienza a mobilitare e orientare gli operai e il resto della masse popolari perché resistano agli effetti immediati della crisi e diventino capaci di costituire un loro governo d’emergenza e imporlo ai vertici della Repubblica Pontificia. È opinione diffusa che la clandestinità isola il Partito comunista, ma è il contrario: la clandestinità permette al Partito di essere dovunque e dovunque indicare ai lavoratori quello che occorre fare per difendersi con successo dalle pretese dei padroni e per darsi la forza per conquistare posizioni più avanzate.

I membri del nuovo movimento sociale e politico che cercheranno con determinazione, senza riserve di realizzare i loro propositi positivi dichiarati, ci troveranno al loro fianco anche se non dichiareremo la nostra presenza e si gioveranno di essa per andare oltre i limiti di oggi.
Avvso ai Naviganti n. 72 del (nuovo)PCI, “Il nostro saluto al nuovo “movimento sociale e politico anticapitalista…”

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