Quattro tesi sulla crisi politica e sulle prospettive della lotta di classe in corso

  1. Il regime delle larghe intese fa acqua in tutti i paesi imperialisti (sia d’esempio la Germania, capofila della grande coalizione) e anche in Italia. I vertici della Repubblica Pontificia non riescono più a garantire stabilità di governo passando dalle elezioni. Il timore di una vittoria del M5S, che già nel 2013 ci è andato vicino e che nel frattempo ha conquistato molti comuni, fra cui Roma e Torino, li spinge a cercare soluzioni di emergenza: scendere a patti con il M5S oppure trovare un pretesto abbastanza grave e credibile per rinviare ancora le elezioni oppure avanzare nella cessione di sovranità nazionale in modo da vincolare ancora più strettamente il governo ai dettami della Comunità Internazionale degli imperialisti europei, USA e sionisti.

Allo stesso tempo il M5S, unica forza di opposizione alle larghe intese attualmente in Parlamento, non ha la forza di governare il paese in autonomia perché non ha dalla sua parte le organizzazioni operaie e popolari, in caso di vittoria capitolerebbe come ha capitolato Tsipras in Grecia. Nel M5S è in corso una lotta interna fra la parte che è disposta a scendere a patti con i vertici della Repubblica Pontificia per governare (diventare cioè una “forza responsabile”) e la parte che è più orientata, per quanto confusamente e senza una linea chiara e definita, a cercare il sostegno delle masse popolari. La lotta interna è comunque fortemente segnata dagli attacchi che i vertici della Repubblica Pontificia portano al M5S con l’obiettivo di piegare la parte disposta a trattare con loro e di isolare l’altra: inchieste contro i principali sindaci (Raggi a Roma, Appendino a Torino, Nogarin a Livorno), tentativo di bloccare le liste alle elezioni siciliane, campagna stampa martellante. Il ruolo presente e soprattutto futuro del M5S, in definitiva, non dipenderà dalla condotta dei singoli esponenti più o meno in vista del “direttorio” (o di quello che ne resta), ma dalla mobilitazione delle masse popolari. I partiti “a sinistra del PD” si sono dimostrati incapaci di emanciparsi dalla sottomissione al PD: non è una questione di orientamento e capacità dei dirigenti e portavoce, ma di appartenenza allo stesso sistema politico dei vertici della Repubblica Pontificia. La logica di “fare le carte false” per rimanere (o tornare, in certi casi) in Parlamento esaurisce e racchiude ogni loro energia e prospettiva.

Nel campo della destra reazionaria, la partita è tutta concentrata sulla definizione di chi guiderà la coalizione elettorale: Berlusconi annuncia un suo “rientro in campo” e pretende che il suo nome sia messo sul simbolo (“una manovra da due milioni di voti” commenta, rammentando “i bei tempi andati”), la Lega si fa forte dell’esito del referendum-farsa che ha promosso in Lombardia e in Veneto il 22 ottobre e pretende un ruolo di primo piano. In ogni caso i sommovimenti in corso in questo campo sono manifestazione della comune sottomissione al sistema delle larghe intese al di la dei proclami e delle boutade.

L’esito delle elezioni in Sicilia (5 novembre) avrà un peso non marginale tanto nella campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018, quanto, soprattutto, nelle misure che i vertici della Repubblica Pontificia adotteranno per fare fronte alla situazione.

  1. La crisi politica dei vertici della Repubblica Pontificia non si esaurisce sul terreno elettorale, ma le elezioni, lungi dall’essere una soluzione, la alimentano e la acuiscono. Ne siano esempio le forzature per l’approvazione della legge elettorale, passata a colpi di voto di fiducia al governo di un Parlamento blindato (dopo aver collaborato al misfatto. Grasso, il Presidente del Sentato, ha lasciato il gruppo parlamentare del PD) e lo scontro sul ruolo di Visco a capo della Banca d’Italia (silurato da Renzi e riconfermato invece da Mattarella). Tuttavia la crisi è più profonda e più grave, si inquadra nei sommovimenti in corso nella UE e negli USA e nel contesto in cui avanza la tendenza alla guerra, si sviluppa parallelamente alla guerra per bande in Vaticano per togliere di mezzo Bergoglio, si manifesta nella generale violazione della Costituzione e nella generale tendenza all’accentramento dei poteri, si alimenta con la spinta della crisi economica da cui, nonostante le continue rassicurazioni sul fatto che “il peggio è passato”, la borghesia imperialista non riesce e non può uscire.
  1. Nel campo delle masse popolari gli effetti della crisi alimentano la disponibilità alla mobilitazione, che in effetti cresce in ogni ambito, contesto e zona. Sono due le tendenze principali in questa fase: una tendenza positiva, all’unità di azione e alla solidarietà di classe e una tendenza negativa che favorisce il settarismo e causa disgregazione e sfiducia.

La prima tendenza, quella all’unità e alla solidarietà di classe, ha come principale fonte le condizioni oggettive, l’aggravamento della crisi, il peggioramento degli effetti della crisi in campo politico, economico, sociale, culturale e ambientale, le varie forme di resistenza che hanno come protagonisti gli operai, i lavoratori e le masse popolari.

La seconda tendenza, quella che provoca disgregazione e rassegnazione, ha come principale causa la concezione che guida i gruppi dirigenti del movimento sindacale e i partiti, gli organismi e gli aggregati che raccolgono e orientano quanti sono disposti a mobilitarsi e quanti hanno la bandiera rossa nel cuore: una concezione intrisa di riformismo e lagalitarismo (la convinzione o la speranza che mobilitando le masse popolari secondo le leggi e attraverso gli strumenti della classe dominante sia possibile difendere i diritti e conquistarne di nuovi) e di economicismo (la convinzione che attraverso la moltiplicazione delle mobilitazioni sia possibile convincere la classe dominante a imporre un diverso corso delle cose, sia possibile obbligarla a fare ciò che non vuole e non può fare). Attraverso arzigogolati tatticismi ognuno dei principali aggregati, partiti, organismi, circoli e sindacati combattivi e di base punta a differenziarsi dagli altri per cercare di “accalappiare” il numero maggiore di elementi combattivi delle masse popolari, da incanalare nella combinazione di lotte rivendicative e progetti di costituzione della “sponda politica” del movimento popolare. I risultati di questa concezione sono verificabili nel fatto che lo sciopero generale del 27 ottobre è stato solo in parte l’occasione per promuovere organizzazione, mobilitazione e coordinamento fra le componenti più attive del movimento operaio e popolare (vedi articolo a pag. 1) e per valorizzarle, nonostante le condizioni oggettive siano molto favorevoli allo sviluppo della mobilitazione popolare. Abbiamo trattato e argomentato più nel dettaglio la situazione su Resistenza n. 10/2017 (“21 ottobre e 10 novembre: sciopero generale!”), gli avvenimenti e le dinamiche delle ultime settimane confermano che l’aspetto decisivo per imporre una svolta positiva al corso delle cose è l’intervento e l’opera dei comunisti e degli operai e dei lavoratori avanzati.

“La Lega Nord chiama le masse popolari della Lombardia e del Veneto a pronunciarsi su un referendum che serve per tenerle sottomesse e per aizzarle nella guerra tra poveri. Ma più in generale le chiama a partecipare al teatrino della politica borghese sbraitando di volta in volta contro un nemico fittizio verso cui incanalare il malcontento, la frustrazione, la paura e il disagio che lei stessa ha creato, a volte come gregaria, a volte con ruolo di protagonista. Vedendo bene come stanno le cose, la Lega Nord si rivolge alle masse popolari, in particolare al proletariato, per schierare la loro forza (che in varie occasioni ha minacciato di usare per passare alle vie di fatto, senza farlo mai veramente) al servizio dei capitalisti. Ancora più precisamente: a fronte di una politica reazionaria promossa dai caporioni delle larghe intese, la Lega Nord finge di essere opposizione ancora più di destra, ma non ha per ora né il coraggio né l’autonomia, né la possibilità di andare oltre la propaganda: si tratta di una ridicola (nel senso di caricaturale) e tragica (nel senso che gli effetti di questo gioco delle parti sono tragici per le masse popolari che la seguono) messinscena che attiene a pieno titolo al teatrino della politica borghese. La Lega si rivolge agli operai per avere il loro consenso su una maggiore autonomia fiscale della Lombardia e del Veneto, ma si guarda bene dal cercare il loro consenso per liberare i territori lombardi e veneti dalle basi NATO che inquinano e devastano; dal cercare il loro consenso per rompere con “i banchieri tedeschi, l’Euro e la UE”, dal mobilitarli perché il patrimonio immobiliare della Chiesa sia assegnato ai poveri tanto amati da papa Bergoglio, dal defunto cardinale Tettamanzi e dal patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, perché le aziende non vengano chiuse o delocalizzate. La Lega è un pilastro di cartone dei vertici della Repubblica Pontificia, la forza che ostenta sul piano elettorale non ha alcun riscontro sul piano della mobilitazione pratica perché sul terreno della mobilitazione pratica non ha nessuna soluzione positiva da dare alle masse popolari, agli operai, agli studenti, alle donne e tanto meno alle centinaia di migliaia di lavoratori immigrati che sono ormai parte integrante dell’ossatura del sistema produttivo. Denunciamo il ruolo della Lega per quello che è, servilismo filo padronale, contrastiamo la Lega per quello che dice e che fa, ma soprattutto mettiamo al centro della nostra attività la classe operaia e le masse popolari. La denuncia senza prospettiva, alla lunga, fa il gioco dei vertici della Repubblica Pontificia e della mobilitazione reazionaria perché alimenta sfiducia, disfattismo, attendismo. Nello scontro fra mobilitazione reazionaria e mobilitazione rivoluzionaria, che è lo scontro di questa epoca, la mobilitazione reazionaria può essere sconfitta solo con la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari, con la loro organizzazione e la loro iniziativa. Questo è l’aspetto decisivo” – dal Comunicato della Segreteria Federale Lombardia del 17 ottobre 2017.

  1. Il ruolo dei comunisti. Nella nostra attività dobbiamo considerare come aspetto principale le condizioni oggettive (che hanno come ricaduta la spinta della base rossa alla ricerca di unità) e come aspetto accessorio le inadeguatezze e i limiti dei gruppi dirigenti degli aggregati, dei partiti, delle organizzazioni, dei circoli e della dirigenza dei sindacati

per portare su scala più ampia possibile l’appello a organizzarsi, mobilitarsi e coordinarsi contro il governo Gentiloni-Renzi;

per fare un’opera di orientamento contro le illusioni democratiche (la fiducia nello Stato della Repubblica Pontificia e nel suo governo come Stato e governo da cui dipende il proprio futuro e che si tratta di influenzare, migliorare, far piegare a sinistra anziché spazzare via sostituendolo con un governo d’emergenza popolare), facendo leva sul centenario della Rivoluzione d’Ottobre e il bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria, sul corso delle cose e, anche, sulla lezione che danno le gloriose battaglie delle masse popolari greche nel 2014-2015, francesi nel 2016 e catalane in questi giorni (sono la dimostrazione che la rivolta cova ovunque e che il primo paese che romperà le catene del sistema imperialista potrà contare su larghi appoggi, ma confermano anche che senza una rete di organismi operai decisi a prendere in mano il paese le combattive mobilitazioni delle masse popolari non bastano a cambiare il corso delle cose), sul bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria);

per spingere singoli lavoratori e delegati, sia iscritti ai sindacati promotori degli scioperi, sia iscritti alla CGIL (o ad altri sindacati di regime) sia non iscritti a nessun sindacato, e le organizzazioni operaie e popolari a utilizzare ogni mobilitazione in maniera da far avanzare l’organizzazione e il coordinamento nella loro azienda e zona (occuparsi e uscire dalle aziende, agire da nuove autorità pubbliche).

Questa è la traduzione pratica che ci permette di usare gli insegnamenti della Rivoluzione d’Ottobre ai fini della costituzione del Governo di Blocco Popolare, via per alimentare la rivoluzione socialista in corso nel nostro paese.

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