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Lustrini, mostrine, suicidi e repressione: è il capitalismo per i giovani. Possiamo subirlo o combatterlo.

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Marzo 13, 2017
in Resistenza n. 3/2017
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Nel mese di febbraio abbiamo letto sui giornali del suicidio di ben cinque ragazzi. Il caso che ha fatto più scalpore è stato forse quello di Michele, a Udine, che si è tolto la vita lasciando una lettera in cui spiega che la causa del suo gesto sono state la precarietà e l’impossibilità di costruirsi un futuro e di realizzare le proprie aspirazioni.

Ogni mese assistiamo a questo “bollettino di guerra”: la causa generale, che in ogni storia particolare si manifesta in maniera diversa, concreta, è la condizione di esubero, di mancanza di prospettive per il domani cui il capitalismo in crisi condanna in particolare i giovani delle masse popolari, è l’intossicazione delle coscienze che la borghesia sistematicamente promuove attraverso i suoi media, le sue scuole, le sue università, che impedisce, a  chi non vi si sottrae, di vedere una prospettiva di cambiamento dell’ordine esistente, lo spinge a vivere in un mondo di illusioni, di evasione dalla realtà. Sono esempi della guerra di sterminio non dichiarata che la classe dominante conduce contro le masse popolari.

Dall’altra parte c’è la tendenza positiva di quanti si organizzano nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, nei quartieri e nei territori per far fronte agli effetti della crisi e alla guerra di sterminio non dichiarata, per decidere degli spazi in cui vivono, studiano o lavorano, delle proprie vite e del proprio futuro. Un importante esempio è stata la mobilitazione nelle università bolognesi per rimuovere da una biblioteca dell’ateneo i tornelli che impedivano il libero accesso, finita con le cariche della polizia all’interno della biblioteca stessa, cui gli studenti hanno risposto con assemblee e cortei molto partecipati, riprendendo il filo della mobilitazione dello scorso autunno contro il caro mensa.

Giovani che si suicidano e giovani che si ribellano sono due facce della stessa condizione di oppressione, due risposte che nascono dai medesimi sentimenti, due reazioni, opposte (arrendersi o lottare), alle medesime circostanze. La classe dominante piange “lacrime da coccodrillo” sui suoi giornali  di fronte a chi si toglie la vita e alla condizione disperata dei giovani, ma regola sempre più i conti con chi non si rassegna a tale condizione, con chi si organizza per cambiarla, con i manganelli, le denunce, gli arresti: la repressione diviene, via via che avanza la crisi e cresce la mobilitazione, sempre più dispiegata e di massa.

poliziascuola

Italia. Le forze di polizia nelle scuole medie superiori fanno irruzione nelle classi, interrompono le lezioni, perquisiscono, sottopongono ai controlli cinofili zaini e borse sono l’esempio lampante del pregiudizio con cui autorità e istituzioni si pongono di fronte alla gioventù, criminalizzata in quello che dovrebbe essere il principale luogo di formazione e che diventa invece un ambito di controllo e repressione.

Ma la repressione è anche un’arma spuntata, nel senso che ogni atto repressivo causa tra le masse popolari resistenza, porta la lotta ad essere più decisa, la eleva di livello, smaschera la vera natura dello stato e dei rapporti tra le classi. La repressione è sintomo di debolezza della classe dominante, non di forza, e la si può ritorcere contro chi la promuove (vedi l’articolo NO TAV: intervista a Nicoletta Dosio).

theo

Parigi, le rivolte dei giovani nelle banlieue: a seguito alle violenze sessuali subite da un ragazzo di 22 anni, Theo, durante un “controllo” poliziesco, il 2 febbraio gli studenti hanno organizzato dure proteste bloccando decine di scuole, mentre i giovani dei quartieri si sono scontrati per giorni con la polizia, assaltando i commissariati e tendendo agguati ai reparti antisommossa. Le mobilitazioni sono ancora in corso.

La crisi del capitalismo è la base materiale della situazione rivoluzionaria, acuisce le contraddizioni interne alla  classe dominante e rende invivibile la vita per le masse popolari: il cambiamento è necessario e possibile. Ma non avviene spontaneamente: il cambiamento di cui abbiamo bisogno va perseguito coscientemente, in maniera collettiva, e costruito nel tempo, passo dopo passo; non perseguirlo è causa di sfiducia, di rassegnazione e di depressione, alimenta tra i giovani quella tendenza negativa e nichilista che trova espressione nei suicidi, che infatti fra giovani aumentano.

Il movimento comunista cosciente e organizzato che sta rinascendo incarna questa prospettiva di cambiamento, la prospettiva della costruzione di una nuova società dove nessuno è un esubero, dove non esiste concorrenza, ma ognuno contribuisce al benessere collettivo secondo le sue capacità, valorizza a questo fine le proprie aspirazioni e abilità e ne riceve quanto necessario per vivere bene (secondo il livello di civiltà raggiunto). E’ l’alternativa alla vita precaria e priva di senso cui ci destina l’attuale società e che Michele, il ragazzo suicida di Udine, così bene descrive nella sua lettera.

Ogni giovane che non vuole arrendersi a questo stato di cose, abbandonarsi alla demoralizzazione e alla depressione, deve contribuire alla lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista, alla rinascita del movimento comunista. All’interno del movimento comunista ognuno può avere il suo posto, trovare il senso della sua esistenza nel contribuire alla costruzione di una nuova e più giusta società, al progresso dell’umanità, all’emancipazione degli oppressi e degli sfruttati di tutto il mondo, impiegare le sue capacità ed energie in questa grande opera.

 

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