Non dobbiamo accontentarci delle parole, dei comunicati, delle passerelle, delle foto, dei post, dei presidi fatti per sentirci dalla parte giusta della storia. La storia non cambia perché qualcuno si sente dalla parte giusta. La storia cambia quando le masse popolari si organizzano, quando smettono di chiedere il permesso, quando individuano il nemico principale, quando si danno un obiettivo politico e costruiscono la forza per imporlo. La Global Sumud Flotilla ci mette davanti a questo. Non è solo una missione umanitaria, non è solo una nave che porta aiuti, non è solo un simbolo. È un atto politico. È un atto di rottura. È una dichiarazione pratica contro l’assedio, contro il genocidio, contro la complicità dei governi, contro la pretesa dello Stato sionista di decidere chi vive, chi muore, chi mangia, chi affoga, chi può attraversare il Mediterraneo e chi deve essere fermato, sequestrato, minacciato, criminalizzato.
La Flotilla ci dice che la solidarietà con la Palestina non può restare chiusa nel recinto della testimonianza. La solidarietà o diventa organizzazione e lotta contro i responsabili di casa nostra oppure resta impotente. Il problema non è soltanto Netanyahu, l’esercito sionista, Tel Aviv. Il problema è il governo Meloni. Il problema è lo Stato italiano che continua a stare dentro la catena di comando degli imperialisti USA, dei sionisti e della NATO. Il problema sono i porti, le basi, le aziende, le università, le istituzioni, le amministrazioni che in forme diverse continuano a sostenere, coprire, alimentare la macchina di guerra.
Per questo la domanda non è solo “cosa possiamo fare per Gaza?”. La domanda è: cosa dobbiamo fare qui, in Italia, per spezzare la complicità del nostro paese con il genocidio? Cosa dobbiamo fare qui, a Bari, nei porti, nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, nei quartieri popolari, nei sindacati, nelle associazioni, per impedire che il governo italiano continui a essere complice? Perché la Palestina ci guarda, sì. Ma ci guarda anche la parte migliore delle masse popolari del nostro paese, quella che negli ultimi mesi si è mobilitata, è scesa in piazza, ha scioperato e bloccato, si è organizzata e ha capito che non basta più indignarsi.
Pochi giorni fa, durante un presidio in sostegno degli attivisti della Global Sumud Flotilla sequestrati dall’esercito sionista e del popolo palestinese, una compagna ha detto una frase forte: “sento di aver fallito”. I tempi sono duri e non serve che siamo noi a dirlo: il peso che ognuno porta nella propria vita e nella lotta ce lo ricorda bene ogni giorno. Comprendiamo lo stato d’animo di tanti altri compagni e compagne che ci mettono l’anima e il corpo e si sentono impotenti di fronte a ciò che sta accadendo.
Ma noi non abbiamo fallito e le mobilitazioni dello scorso autunno che hanno fatto vacillare il governo e sono state d’esempio anche per altri paesi del mondo, dimostrano che non siamo impotenti. Non lo diciamo per consolare qualcuno, lo diciamo perché è così. Non dobbiamo trasformare il bilancio politico in senso di colpa. Non dobbiamo confondere i limiti con il fallimento. Ci siamo fermati a metà, sì. Non siamo andati fino in fondo, sì. Ma non abbiamo fallito.
Le mobilitazioni dello scorso settembre e ottobre hanno dimostrato una cosa importante: che le masse popolari, quando trovano una parola d’ordine chiara, quando vedono un obiettivo concreto, quando sentono che la loro azione pesa, sono capaci di rendere ingovernabile il paese ai governi servi degli imperialisti USA e sionisti.
Per settimane il paese ha tremato. Non perché qualche dirigente illuminato abbia concesso qualcosa. Non perché il Parlamento abbia aperto gli occhi. Non perché il governo abbia avuto un sussulto di umanità. Il paese ha tremato perché centinaia di migliaia di persone hanno fatto propria una parola d’ordine semplice e potente: BLOCCHIAMO TUTTO. Quella parola d’ordine ha unito studenti, lavoratori, portuali, insegnanti, precari, giovani, pensionati, comitati, organismi popolari, alcune forze sindacali, pezzi di società civile, persone che magari fino al giorno prima non avevano mai partecipato a una mobilitazione. Per alcune settimane le piazze, le assemblee, i cortei, i blocchi, gli scioperi hanno avuto più autorevolezza delle istituzioni del potere costituito. Questa non è una sconfitta. Questa è una lezione.
Il limite è stato non dare a quella forza uno sbocco politico. Non dire con sufficiente chiarezza che bloccare tutto doveva significare bloccare il paese fino a cacciare il governo Meloni. È stato non trasformare la solidarietà con la Palestina in una lotta aperta contro il governo complice del genocidio, fino a cacciarlo. Pensare che bastasse la pressione morale, la denuncia o mostrare l’orrore per fermare chi dell’orrore si nutre. Ma i governi delle Larghe Intese, servi della NATO e dei sionisti, non si fermano perché vengono smascherati. Si fermano quando le masse popolari organizzate rendono impossibile continuare come prima.Quindi sì, la compagna ha ragione quando dice che ci siamo fermati a metà. Ma fermarsi a metà non significa avere fallito. Significa che dobbiamo riprendere il cammino sapendo dove andare. Significa fare bilancio, correggere la rotta, smettere di muoverci solo sull’onda dell’indignazione ma darci un piano e attuarlo.
Senza un piano, anche la rabbia più giusta si disperde, anche la mobilitazione più generosa viene riassorbita. Senza un piano, il movimento popolare viene usato come massa di manovra: un po’ per fare pressione elettorale, un po’ per dare visibilità a questo o quel gruppo, un po’ per sfogare la rabbia e poi tornare tutti a casa.
Senza un piano, si finisce ad aspettare le elezioni del 2027, cioè si finisce nella palude del Pd, dei suoi cespugli e di tutti quelli che dicono “resistiamo oggi per votare meglio domani”, come se bastasse un voto a invertire il tragico corso delle cose e come se gli imperialisti nostrani e stranieri fossero pronti a stenderci un tappeto rosso per festeggiare la nostra vittoria. È dal dopoguerra che si farnetica di via pacifica ed elettorale al socialismo e oggi eccoci qua a raccoglierne i “risultati”. Errare è umano, perseverare è diabolico.
Questo non significa che le elezioni non vadano usate. Significa che vanno usate per quello che possono essere nella lotta di classe: non il terreno su cui affidare la liberazione delle masse popolari alle istituzioni borghesi, ma un campo di battaglia da piegare agli interessi del movimento popolare. Le elezioni del 2027 possono e devono essere usate per rafforzare il movimento operaio e popolare, per allargare il fronte, per far emergere nuove autorità pubbliche, per portare nelle case, nei quartieri, nei posti di lavoro, nelle scuole e nelle università il programma degli organismi operai e popolari. Non per mandare una pattuglia di compagni dentro le istituzioni borghesi a testimoniare la propria esistenza, ma per usare le consuetudini della democrazia borghese, la campagna elettorale, i comizi, le liste, il teatrino stesso della politica borghese come strumenti per alzare il livello dello scontro, per organizzarsi e coordinarsi di più e meglio, per rendere ancora più ingovernabile dal basso il paese, per accumulare forze nella lotta per cacciare il governo Meloni e imporre un governo di emergenza popolare.
Aspettare le elezioni è una truffa contro le masse popolari. Usarle per organizzare, mobilitare, coordinare e rafforzare il potere dal basso è un’altra cosa. Il centro non è eleggere qualcuno che parli al posto delle masse popolari. Il centro è fare della campagna elettorale un megafono e una palestra della loro organizzazione. Una cosa è partecipare alla campagna elettorale per farsi assorbire dal teatrino delle istituzioni borghesi; altra cosa è usarla per rompere quel teatrino, per denunciare il governo, il Campo Largo e le Larghe Intese, per indicare ministri, presidenti, misure e istituzioni del nostro governo, del governo che gli organismi operai e popolari devono imparare a costruire e imporre.
Per questo diciamo che il governo Meloni va cacciato adesso. Non nel 2027. Non quando lo deciderà Mattarella. Non quando il Pd riterrà di avere i numeri. Va cacciato adesso perché ogni giorno in più di questo governo è un giorno in più di guerra, repressione, devastazione sociale, sottomissione agli imperialisti USA, ai sionisti e alla UE. È un governo debole, marcio, screditato, ma proprio per questo feroce. È un morto che parla, ma è anche un morto che firma decreti, manda armi, reprime i picchetti, criminalizza la solidarietà, attacca i diritti, alimenta la guerra tra poveri.
Il movimento contro la guerra, allora, non può limitarsi a dire che siamo solidali con la Global Sumud Flotilla. Certo che lo siamo. Non può limitarsi a condannare lo Stato sionista. Certo che lo condanniamo. Non può limitarsi a dire che il governo Meloni è complice. Certo che lo è. Il movimento deve porsi il problema di come fare un passo avanti. Perché ogni volta che la mobilitazione si ferma alla denuncia, il governo tira un sospiro di sollievo. Ogni volta che facciamo una manifestazione senza concatenarla alla successiva, senza costruire organismi stabili, senza allargare il fronte, senza mettere al centro la cacciata del governo, noi lasciamo al nemico il tempo di riorganizzarsi. Ogni volta che ci accontentiamo di essere “quelli buoni”, lasciamo la storia nelle mani di quelli cattivi.
Lo sbocco politico deve essere imporre un governo di emergenza popolare, un Governo di Blocco Popolare, espressione degli organismi operai e popolari, dei comitati, delle assemblee, delle organizzazioni che lottano davvero, di chi nei territori e nei luoghi di lavoro già oggi si pone il problema di difendere la vita delle masse popolari e rompere con la guerra
E quando parliamo di governo di emergenza stiamo dicendo che il nostro compito è iniziare a costruire il nostro governo qui e ora, fino a scegliere tra gli elementi avanzati delle masse popolari i nostri ministri, il nostro presidente del consiglio, le nostre istituzioni. Il nostro sindaco, i nostri assessori, le nostre assemblee. Perché questa possibilità esiste già.
I lavoratori ex GKN che hanno prodotto un loro piano di riconversione e produzione dell’azienda. I lavoratori Leonardo di Grottaglie che hanno prodotto un dossier che voleva essere denuncia della produzione militare e che nei fatti è diventato un documento di indirizzo produttivo. I lavoratori della Vestas e dell’ex Ilva di Taranto che da anni si mobilitano in difesa dell’azienda e del territorio. Le fabbriche occupate, le strutture morte e tornate a vivere grazie all’occupazione, i porti e le ferrovie nelle mani delle lavoratrici e dei lavoratori, dei portuali, dei ferrovieri, sono esempi pratici di una cosa: esistono già autorità popolari che possono non solo esprimere classe dirigente, ma diventare classe dirigente e autorità pubblica.
Qualcuno dirà che è impossibile. Ma era considerato impossibile anche bloccare intere città per la Palestina. Era considerato impossibile che la parola d’ordine “blocchiamo tutto” diventasse senso comune di settori larghi del movimento popolare. Era considerato impossibile che portuali, studenti, lavoratori, insegnanti, artisti, intellettuali, comitati popolari e diverse organizzazioni sindacali si muovessero insieme. E invece è successo. Non abbastanza, non fino in fondo, ma è successo. Quindi la domanda non è se sia possibile in astratto. La domanda è se abbiamo il coraggio, la lucidità e l’organizzazione per farlo succedere.
Noi non dobbiamo essere i buoni della storia. Dobbiamo essere quelli che la storia la cambiano. Cambiare la storia significa smettere di concepire la solidarietà come gesto morale e iniziare a concepirla come lotta per il potere. Significa dire che l’azione di solidarietà più grande che possiamo fare verso il popolo palestinese è liberare il nostro paese e rompere la catena della guerra imperialista che crea il terreno fertile per le malefatte sioniste e statunitensi.
La Resistenza palestinese ci insegna una cosa importante e ce la insegna pagando un prezzo altissimo. Ci insegna che un popolo organizzato, diretto da forze decise a vincere, non viene piegato nemmeno dalla macchina militare più feroce. Ci insegna che gli imperialisti non sono onnipotenti. Sono feroci, sono criminali, sono armati fino ai denti, ma non sono invincibili. Sono tigri di carta quando le masse popolari si organizzano, resistono, imparano, si coordinano, si danno una direzione. Questo vale in Palestina, vale in Libano, vale in Iran, vale a Cuba, vale in Venezuela. E vale anche qui, nel cuore di un paese imperialista come l’Italia. Noi non possiamo guardare alla Resistenza palestinese come si guarda a un eroismo lontano. Dobbiamo imparare. Dobbiamo chiederci cosa significa resistere qui e resistere qui significa attaccare la catena della complicità, significa fare dell’Italia un paese ingovernabile per chi vuole usarlo come portaerei della NATO e retrovia dello Stato sionista, significa trasformare il sostegno alla Palestina in scuola di organizzazione, in scuola di governo dal basso, in scuola di nuove autorità popolari.
Allora il bilancio non è “abbiamo fallito”. Il bilancio è: abbiamo aperto una strada, ma non l’abbiamo percorsa fino in fondo. Abbiamo mostrato una forza, ma non l’abbiamo ancora organizzata come forza politica. Abbiamo reso visibile la complicità del governo, ma non abbiamo ancora imposto come obiettivo comune la sua cacciata. Abbiamo detto “blocchiamo tutto”, ma non abbiamo ancora detto con la stessa forza: blocchiamo tutto fino a cacciare il governo Meloni e imporre un governo di emergenza popolare.
Questa è la questione che poniamo oggi. Non per fare una lezione a nessuno, non per metterci il cappello, non per dire che abbiamo la bacchetta magica. Ma perché senza questo salto continuiamo a girare in tondo. Continuiamo a convocare presidi quando c’è l’emergenza, cortei quando c’è l’attacco più grave, assemblee quando la rabbia monta, e poi torniamo ad aspettare la prossima strage, il prossimo sequestro, il prossimo bombardamento, il prossimo comunicato infame del governo. Basta.
Chi oggi dice di stare con la Palestina deve assumersi la responsabilità di costruire la lotta contro il governo italiano complice del genocidio. Chi oggi sostiene la Global Sumud Flotilla deve assumersi la responsabilità di fare della Flotilla non un momento isolato, ma un passaggio di organizzazione permanente. Chi oggi dice “non vogliamo essere complici” deve sapere che la non complicità non è uno stato d’animo. È una pratica. È sciopero, blocco, organizzazione, coordinamento, rottura, solidarietà contro la repressione, costruzione di potere popolare.
Il governo Meloni non cadrà perché è indegno. I governi indegni possono durare anni se nessuno li caccia. Non cadrà perché il Pd farà opposizione. Il Pd non vuole cacciare il governo Meloni, vuole gestirne l’eredità quando sarà il momento giusto per le Larghe Intese. Non cadrà perché l’Europa si scandalizzerà, l’Unione Europea è parte della stessa catena imperialista. Il governo Meloni cadrà solo se le masse popolari organizzate renderanno il paese ingovernabile dal basso e imporranno una soluzione diversa da quelle di palazzo.
E quindi, compagne e compagni, cosa significa tutto questo qui in Puglia, qui a Bari?
Significa riprendere il lavoro sottotraccia, quello meno appariscente ma più decisivo: il lavoro di costruzione, allargamento e radicamento. Ogni iniziativa lanciata deve servire a costruire un rapporto in più, un contatto in più, un organismo in più, un coordinamento in più. Deve servire a conquistare posizioni.
Andiamo al porto di Bari. Non per fare il solito presidio che inizia, finisce e lascia tutto com’era. Andiamoci per capire, parlare, costruire relazioni con i portuali, con le lavoratrici e i lavoratori del porto, con chi ogni giorno vede passare merci, traffici, interessi, complicità. Anche un solo contatto in più dentro il porto può cambiare molto più di dieci comunicati scritti da fuori.
Apriamo una campagna politica di attacco contro la presenza del consolato israeliano e del console Luigi De Santis a Bari. Una campagna pubblica, larga, creativa, insistente, capace di rendere politicamente insostenibile la permanenza di una rappresentanza dello Stato sionista nella nostra città. Non dobbiamo farci legare mani e piedi dal legalitarismo, dalla paura, dalla repressione, dall’idea che tutto quello che non è autorizzato dall’alto sia impossibile. Il punto non è chiedere al nemico quali forme di lotta ci concede, ma fare ciò che è necessario fare.
Mobilitarci contro le aziende belliche, contro le basi militari, contro l’occupazione militare della nostra regione. Non possiamo parlare di Palestina senza parlare di questo. Non possiamo parlare di guerra senza parlare della funzione che la Puglia svolge nella guerra. Su questo dobbiamo lavorare in sintonia e in sinergia con il Coordinamento Nazionale No NATO, che da mesi e anni conduce una battaglia per la liberazione del nostro paese dall’occupazione militare, politica e sociale degli USA, della NATO, dei sionisti e della UE, e con tutti gli organismi e i coordinamenti che a diverso livello conducono questa lotta.
Dobbiamo collegare con più forza guerra esterna e guerra interna. Gli imperialisti, per condurre le loro scorribande criminali nel mondo, hanno bisogno di condurre una guerra anche contro le masse popolari dei loro stessi paesi: tagli a salari, diritti, servizi; repressione contro studenti, scioperi, blocchi; isolamento di chi si organizza; fabbriche dove si muore di lavoro, ospedali dove si muore di attesa, scuole che cadono a pezzi, quartieri abbandonati, vite consumate dalla precarietà e dalla depressione. Se le masse popolari non percepiscono fino in fondo questo legame, allora dobbiamo dirci con onestà che stiamo sbagliando qualcosa. Serve far passare diversamente e meglio il messaggio: lotta contro la guerra è lotta per il pane, per il lavoro, per la salute, per la casa, per la dignità.
E infine dobbiamo aprire fino in fondo la battaglia contro i politicanti locali del Campo Largo e delle Larghe Intese. A Bari questo significa non stare attaccati alla gonnella delle istituzioni locali. Significa smetterla di aspettare che Leccese, Decaro e tutto il ceto politico che ruota attorno al centrosinistra facciano quello che non vogliono e non possono fare. Possono fare comunicati, dichiarazioni, mettere parole giuste dentro atti vuoti, provare a mettersi alla testa di una mobilitazione per addomesticarla. Ma non saranno loro a liberare Bari dalla complicità con lo Stato sionista, non saranno loro a rompere con la NATO, non saranno loro a cacciare il governo Meloni, non saranno loro a contribuire alla liberazione del popolo palestinese. Loro sono la classe dirigente che da anni affama il popolo pugliese, che da anni smantella la sanità, che da anni tollera la pesante occupazione bellica, che da anni getta fumo negli occhi alle lavoratrici e ai lavoratori in lotta. Loro sono la classe dirigente che conduce la guerra interna contro le masse popolari pugliesi.
Questo è il salto che dobbiamo fare. Non chiedere a chi governa Bari, la Puglia o l’Italia di essere diverso da quello che è, ma costruire la forza per imporre quello che serve: rompere la complicità con Israele, rompere la subordinazione alla NATO, cacciare il governo Meloni e avanzare nella costruzione di un governo di emergenza popolare.
Alla lotta, compagne e compagni: bloccare tutto, cacciare il governo Meloni, imporre un governo di emergenza popolare!


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