Lo scorso 30 novembre abbiamo tenuto l’iniziativa “Studenti e lavoratori contro guerra e genocidio”, presso lo spazio sociale di Zona Aut.
L’iniziativa rientrava nella campagna “L’ora della Riscossa Popolare è ora”, con cui il Partito dei Carc organizza nei territori in cui è presente iniziative di bilancio delle ultime mobilitazioni e di definizione delle linee di sviluppo, e nella fattispecie quelle di settembre-ottobre.
Nell’iniziativa è emerso il ruolo decisivo dell’avanguardia della classe operaia organizzata nell’esito positivo degli scioperi generali di settembre e ottobre, in particolare del Calp di Genova. Ruolo altrettanto positivo ha avuto l’Usb, che ha tradotto nei due scioperi generali la parola d’ordine “Blocchiamo tutto” lanciata dal Calp e ha generalizzato la mobilitazione in tutto il paese. In ultimo, l’unità della Cgil e del sindacalismo di base nella data del 3 ottobre. Altri fattori sicuramente hanno concorso, ma sono secondari, come il coinvolgimento e il fatto che alcuni esponenti della società civile, sinceri democratici e altre personalità che godono di una certa autorevolezza fra le masse popolari, si sono fatti portavoce dell’operazione della Global Sumud Flotilla. Questo dimostra che il movimento popolare quando esonda, sposta a sinistra l’asse politico.
Un movimento quello delle scorse settimane che è andato aldilà di ogni previsione di attivisti e militanti del Movimento e che è stato eterogeneo e che ha visto scendere in piazza in particolare studenti delle scuole e delle università e docenti, ma anche operai, sanitari e lavoratori delle aziende e delle istituzioni pubbliche, a dimostrazione che i lavoratori sono disposti a mobilitarsi anche per ragioni che non riguardano direttamente i loro portafogli. Di contro ai timori della repressione del Movimento (Ddl 1236), abbiamo avuto la dimostrazione dalle masse popolari che se indirizzate su obiettivi comuni, mettono a repentaglio qualsiasi legge.
In quelle settimane in tutto il paese, e anche a Palermo, alcune realtà si sono rafforzate, nuovi collettivi di studenti, docenti e sanitari sono nati e una buona parte di loro continua a mobilitarsi e a portare il tema della lotta in solidarietà alla resistenza palestinese nel proprio ambito di vita sociale (scuola, lavoro, università, ecc…).
Oggi quel movimento è refluito perché non sorretto da un numero adeguato di organizzazioni popolari e si sono moltiplicati gli interrogativi su come riprendere quella spinta alla mobilitazione e svilupparla sino ad invertire la direzione che i vertici della Repubblica Pontificia danno al corso delle cose nel nostro paese, in una parola su come dargli uno sbocco politico.
Su questa domanda si è sviluppata una buona parte della discussione nel corso dell’iniziativa. Siamo convenuti sul fatto che non bisogna canalizzare la mobilitazione alle prossime tornate elettorali, ma è necessario dare forma organizzativa e coordinamento a quelle realtà che lottano contro il governo Meloni e a quelle che gestiscono i territori in maniera alternativa. Le elezioni non bastano per governare il paese, ma sono uno strumento per rafforzare l’organizzazione di chi è sceso in piazza e si interessa di politica, ma ha sfiducia nelle prassi e nelle liturgie con cui la classe dominante ha imbrigliato e contenuto la mobilitazione delle masse popolari.
In ultimo siamo convenuti sul fatto che non bisogna autocensurarsi, ma pensare l’alternativa e in questo senso ci sono già nel nostro paese varie associazioni che mettono al centro della loro attività l’elaborazione di piani alternativi di funzionamento dei territori e dell’industria del paese: questi piani restano carta straccia senza il coinvolgimento attivo dei lavoratori che nelle aziende lavorano e senza un governo che abbia la forza e la volontà di attuarli.


