Il 20 ottobre è stato proclamato lo sciopero generale dei sindacati di base.
Il 21 ottobre si svolgono manifestazioni contro la guerra, l’economia di guerra, le basi militari e le installazioni militari a Ghedi (BS), a Pisa e a Palermo.
Il 4 novembre è una giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra.
Per liberare il paese dai guerrafondai e dai servi della Nato bisogna moltiplicare le manifestazioni e le iniziative fino a rendere il paese ingovernabile ai vertici della Repubblica Pontificia, ponendo continui problemi di ordine pubblico, ma principalmente bisogna curare che ogni mobilitazione sia strumento per rafforzare gli organismi operai e popolari esistenti, farne nascere di nuovi, favorire il coordinamento di tutti e accrescere in loro la fiducia che è possibile costituire un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate. Il successo della mobilitazione per cacciare il governo Meloni è strettamente legato alla mobilitazione per costituirlo.


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La comunità internazionale degli imperialisti Usa, sionisti ed europei sta trascinando il mondo in un vortice di guerra.
Dall’inizio della guerra in Ucraina, il governo italiano (prima il governo Draghi e adesso il governo Meloni) si è intruppato al carro degli Usa e della Nato: invio di armi all’Ucraina per centinaia di milioni di euro, sanzioni contro la Federazione Russa i cui effetti ricadono sull’economia italiana, crisi energetica, carovita, economia di guerra, militarizzazione della società e in particolare della scuola (dalla ginnastica militare introdotta nei programmi alle “presenze “didattiche” di militari USA e italiani, di poliziotti e di carabinieri dentro la scuola pubblica con molti edifici che somigliano ogni giorno di più a centri di reclutamento”).
Dall’inizio dell’assedio e dei bombardamenti su Gaza il governo Meloni ha ribadito la sottomissione del nostro paese alla Nato e ai sionisti: gli aerei Usa che riforniscono di armi l’esercito sionista partono dalla (o si appoggiano alla) base di Sigonella, in Sicilia, condivisa da Aeronautica italiana e Nato.
Mentre si allarga il vortice della guerra, si fa più martellante la propaganda di regime, si allargano il controllo, la censura e la repressione, si restringono gli spazi di agibilità politica. Non è affatto escluso che la classe dominante passi a promuovere la strategia della tensione per terrorizzare le masse popolari.

È nell’interesse di tutti i lavoratori e di tutte le masse popolari disinnescare il vortice di guerra alimentato dagli imperialisti e tutte le sue conseguenze.
Nonostante le masse popolari siano in larga maggioranza contro la guerra e l’economia di guerra, nel nostro paese una mobilitazione ampia non si è ancora dispiegata. I motivi sono essenzialmente due.
1. Quelli che sono ancora i centri più autorevoli che organizzano i lavoratori e le masse popolari (sindacati di regime e grandi associazioni nazionali dall’Anpi all’Arci) sono legati a doppio filo al Pd che è un pilastro dei sostenitori delle guerre di aggressioni degli imperialisti degli ultimi 30 anni (dalla Jugoslavia all’Iraq, all’Afghanistan), che condivide la stessa linea del governo Meloni (basta ricordare che era parte del governo Draghi e che nell’attuale Parlamento, anche all’opposizione, ha votato a favore dei vari pacchetti di invio di armi in Ucraina). Per questo motivo sindacati di regime e grandi associazioni nazionali non hanno la volontà politica di chiamare le masse popolari a mobilitarsi in modo dispiegato.
2. È ancora viva fra le masse popolari del nostro paese l’esperienza della mobilitazione contro la guerra in Afghanistan e in Iraq (2001-2003): una miriade di manifestazioni, le bandiere della pace sventolate da ogni finestra, una manifestazione nazionale a Roma di tre milioni di persone non hanno impedito che l’esercito italiano partecipasse alla carneficina.

Questo NON significa che in Italia non sia possibile, oggi, un’ampia mobilitazione generale contro la guerra.
Per adesso ci sono decine di piccole e medie manifestazioni (come quelle di questi giorni a sostegno della resistenza palestinese o le mobilitazioni contro le basi Nato e la guerra) e questo è primo passo importante.
Per costruire una mobilitazione ampia e dispiegata serve che alla testa ci siano gli organismi espressione dei lavoratori e delle masse popolari, che perseguono senza se e senza ma gli interessi dei lavoratori e delle masse popolari. In questo modo i centri promotori della mobilitazione popolare contro la guerra acquistano posizioni, forza e autorevolezza e la mobilitazione si dispiegherà.

Qui sta l’importanza delle manifestazioni del 21 ottobre a Ghedi (BS), a Pisa e a Palermo contro la guerra e l’economia di guerra, contro le basi e le installazioni militari – italiane e Nato – e contro la militarizzazione del paese e della società.
Il P.CARC aderisce e partecipa alle manifestazioni e chiama i lavoratori e le masse popolari partecipare in massa, combinando la mobilitazione contro la guerra alle mille mobilitazioni che sono già in corso contro il governo Meloni e le “delizie” dell’attuazione dell’agenda Draghi.
Lo sciopero generale proclamato dai sindacati di base per il 20 ottobre è un esempio in questo senso e il presidio sotto la base Nato di Gricignano di Aversa (CE) promosso dalla Cub in concomitanza con lo sciopero incarna perfettamente il legame che bisogna sviluppare.
Il governo Meloni che abolisce il reddito di cittadinanza e non trova i soldi per finanziare la sanità pubblica, trova i soldi per le forniture di armi a Kiev. Lo stesso governo che promuove le “iniziative didattiche” dell’Esercito e del personale Nato nelle scuole e che fa svolgere l’alternanza scuola lavoro nelle basi militari è lo stesso che non stanzia un euro per la sicurezza delle strutture scolastiche (61 episodi di crollo o distacco degli intonaci da settembre 2022 ad agosto 2023 – fonte Orizzontescuola.it) e che non sblocca l’assunzione dei docenti. Gli stessi politicanti che piangono lacrime di coccodrillo per i morti sul posto di lavoro, sono gli stessi che favoriscono l’aumento della precarietà e dei carichi di lavoro e i tagli alla sicurezza.

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Fra gli organizzatori e i promotori della manifestazione di Ghedi, di Pisa e di Palermo ci sono differenze di carattere politico e divergenze sull’analisi della situazione e sulle prospettive da dare alla mobilitazione, in certi casi divergenze importanti.
Le divergenze non vanno nascoste e non vanno messe in secondo piano. L’unità d’azione, mobilitarsi insieme su tutto quello per cui è possibile farlo, è anche il modo per trattare a fondo e seriamente le divergenze.
Per questo, al netto delle differenze e delle divergenze, le manifestazioni del 21 ottobre incarnano oggettivamente la mobilitazione della parte più sensibile e avanzata rispetto alla lotta contro la guerra e l’economia di guerra, così come oggettivamente sono in concatenazione con tutte le mobilitazioni, grandi e piccole, di cui sono protagonisti i lavoratori e le masse popolari in questi mesi.
Le masse popolari del nostro paese sono alla ricerca di un centro autorevole che le organizzi e che le mobiliti per cambiare il corso delle cose perché la direzione della classe dominante sta portando il paese e la società intera alla rovina. In questa ricerca – che avviene per lo più in modo spontaneo e incosciente – si condensa la lotta fra la via della mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari e la via della mobilitazione reazionaria promossa dalla borghesia imperialista e dal suo governo Meloni.
Ogni titubanza, ogni reticenza, ogni manifestazione di attendismo e di disfattismo indebolisce il fronte delle masse popolari e la via della mobilitazione rivoluzionaria e favorisce la classe dominante e la via della mobilitazione reazionaria.
Per questo il P.CARC porta in ogni contesto, in ogni ambito, in ogni piazza, azienda, scuola e territorio la parola d’ordine unitaria e unificante cacciare il governo Meloni e imporre un governo di emergenza popolare.
Unitaria, perché cacciare il governo Meloni è l’obiettivo politico che in questa fase sintetizza tutte le lotte di resistenza alla crisi, agli effetti della crisi e alle manovre della classe dominante.
Unificante, perché imporre un governo di emergenza popolare è è l’obiettivo politico che rende realistiche tutte le rivendicazioni dei lavoratori e le masse popolari.
Tutti gli organismi operai e popolari, le organizzazioni sindacali e politiche, i partiti anti Larghe Intese, i partiti e gli organismi del movimento comunista cosciente e organizzato del nostro paese hanno l’opportunità – e pertanto il compito – di dare una direzione unitaria alla mobilitazione spontanea delle masse popolari (sviluppare al massimo livello l’unità nella protesta e l’unità nella proposta) e di dare sbocco politico alle giuste rivendicazioni delle masse popolari.

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