Stralci della dichiarazione spontanea del 19 giugno 2023

Cade l’accusa di strage politica, ma Alfredo Cospito è ancora al 41 bis

Il 26 giugno la Corte d’Assise di Torino ha condannato Alfredo Cospito a 23 anni di carcere e Anna Beniamino a 17 anni e 9 mesi. La richiesta dell’accusa era la condanna all’ergastolo per strage politica.

Grazie alla strenua resistenza di Cospito, nel processo d’Appello le autorità giudiziarie sono state costrette a riconoscere le attenuanti (l’attentato alla Caserma dei Carabinieri di Fossano non aveva provocato né morti né feriti) e la principale accusa che giustificava la detenzione in regime di 41 bis è definitivamente caduta.

Di seguito pubblichiamo alcuni stralci (sul sito www.carc.it la versione integrale) della dichiarazione che Alfredo ha fatto all’udienza del 19 giugno.

Diciamo subito che le parole di Cospito sono una grande dimostrazione di cosa significa condurre un processo in modo da passare da accusati ad accusatori, di come anche il tribunale borghese può diventare il luogo di giudizio sull’operato della classe dominante.

***

Prima di parlare di Fossano e della cosiddetta “strage” (anche se c’è poco da dire, basterebbe guardare le immagini dei danni della tremenda esplosione) per soli due minuti mi toccherà accennare a tre morti, di due delle quali in qualche modo sono responsabile, la terza morte quella di Cosimo è avvenuta al centro clinico di Opera, reparto 41 bis.

Sono tutte morti legate alla mia vicenda perché legate all’impunità del regime in cui da un anno mi tocca lottare e sopravvivere per non soccombere.

Non posso tacere, lo devo ai condannati a morte rinchiusi in quel centro clinico, lo devo a chi è stato lasciato morire e a chi in questo momento nel carcere di Sassari si sta lasciando morire per far sentire la propria voce.

Lo devo a Domenico Porcelli in sciopero della fame da quattro mesi. Al suo fianco i figli e Maria Pintus, il suo avvocato. A sostenerlo sono quei pochi rivoluzionari anarchici, comunisti e indipendentisti sardi che a costo di galera e repressione si battono contro il 41 bis. Domenico per lo Stato è un mafioso, quindi indifendibile carne da macello, per lui la costituzione non vale. Per lui nessuna stucchevole passerella di politici, nessuna attenzione dei media. Ne sono certo, Domenico non farà notizia neanche da morto. Come d’altronde è già successo a due poveri cristi morti uno dietro l’altro di sciopero della fame nel carcere di Augusta. E di cui mi sento responsabile, perché influenzati dalla canea mediatica che ha seguito il mio sciopero hanno azzardato scivolando velocemente verso la morte.

Le loro morti non hanno destato alcuno scalpore, un silenzio complice e osceno le ha avvolte. Uno di loro era un cittadino russo e chiedeva semplicemente di essere rimpatriato. Immaginate cosa sarebbe successo se a morire di fame in un carcere russo fosse stato un italiano… associazioni umanitarie e media avrebbe scatenato il finimondo. Invece la sua morte è passata inosservata, l’indifferenza è stata totale, rivelando la faccia ipocrita, razzista, imperialista dell’Occidente.

(…) Quante cose ho visto in questo mio anno di 41 bis. Non sono solo le morti a essere insabbiate ma può capitare che il 41 bis sia strumentalizzato per altri fini. E questo uso “improprio” insabbiato. A essere insabbiato il fin troppo chiaro uso del Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria (Dap) da parte del governo per dare addosso alla cosiddetta “opposizione”. Sto parlando della passerella dei deputati del Pd a Sassari e l’uso strumentale da parte del governo delle informative del Dap che mi riguardavano per dare addosso al Pd.

Per capirci, la stupida piazzata di Fratelli d’Italia in parlamento. È indicativo il mio trasferimento appena qualche giorno prima dell’arrivo dei parlamentari (di cui sono certo, il governo era a conoscenza) da una sezione “tranquilla” in cui passavo le giornate in solitudine in una sezione dove nell’ottica distorta del Dap vi erano i pezzi “grossi” di Sassari, i cosiddetti boss. Che detto tra parentesi hanno fatto di tutto per convincermi a smettere lo sciopero, e che poi sono stati messi alla gogna mediatica per colpa mia. Nessuno mi toglierà dalla testa che il Dap sia stato “ispirato” dal governo. Appena dopo la visita dei parlamentari la sezione fu smembrata e io trasferito a Opera.

(…) La convinzione che mi sono fatto in questo anno è che il 41 bis non abbia il reale obiettivo di spezzare il fenomeno delle organizzazioni criminali. Ma mettere il bavaglio a una generazione di mafiosi, che lo Stato 30 anni fa ha usato e poi tradito. Rinchiudendoli qui dentro fino alla morte che gli tapperà la bocca per sempre, e questo per la paura che una volta fuori i segreti oscuri della repubblica possano essere svelati. Questo è come dicevo il segreto di Pulcinella che sta dietro l’intoccabilità di questo regime.

Il 41 bis verrà tolto quando l’ultimo testimone scomodo di quell’epoca sarà morto. (…) Tra mafia e Stato molte similitudini, volontà egemonica, monopolio della violenza, gerarchia, autoritarismo. Ma poi una volta qui dentro mi sono reso conto che oltre a queste caratteristiche comuni indubbie si aggiunge una sorta di “peccato originale” che abbisogna di un sistema liberticida come il 41 bis per tenere insieme i cocci, senza il quale il sistema nel suo complesso si sfalderebbe. Consiste proprio in questo l’intoccabilità del 41 bis, il suo essere diventato il punto nevralgico di tutto il sistema democratico totalitario, la vera faccia della repubblica italiana.

***

Un’ultima riflessione riguarda la denuncia di Alfredo di aver ricevuto “un trattamento particolare” in ragione della canea mediatica del suo sciopero della fame. Mentre altri detenuti crepavano per incuria, lui era sotto i riflettori. Ciò dimostra praticamente due cose:

– assumersi il ruolo di promotore irriducibile della lotta dentro le carceri è necessario (anche) per la propria sopravvivenza e non il contrario, come si potrebbe pensare immaginando un prigioniero che si mette di traverso agli interessi dei propri carcerieri;

– grande o piccola, la mobilitazione fuori dal carcere è la principale alleata del prigioniero che lotta in carcere, costringe il nemico a “non spegnere i riflettori”.

In conclusione, si potrebbe dire che quella di Alfredo Cospito non è una vittoria definitiva ed è vero. Certo offre molti insegnamenti sulla lotta alla repressione, aiuta a tracciare una linea netta fra il campo delle masse popolari e il campo dei nemici e aiuta a comprendere praticamente il valore della solidarietà di classe.

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