Da quando la società è divisa in classi le donne delle masse popolari vivono una doppia oppressione: quella di genere e quella di classe. Nonostante “quote rosa” e crescente riconoscimento della parità di diritti, nella sostanza la situazione non è cambiata.
Anzi, l’accesso delle donne della classe dominante a ruoli di comando e direzione ha reso più evidente l’oppressione delle donne delle masse popolari: per ogni Kamala Harris, Hillary Clinton o Elsa Fornero, migliaia di donne continuano ad essere discriminate sul lavoro, a subire attacchi ai diritti formalmente riconosciuti, a subire attacchi alla salute e alla tutela dell’integrità psico-fisica e a subire violenze di ogni tipo.
Questo perché anche se “il genere unisce”, l’appartenenza di classe divide.
Nel capitalismo le donne possono affermarsi in ruoli di direzione e responsabilità solo se dimostrano di essere cento volte più efficaci degli uomini, il che significa essere cento volte più efficaci nel sottomettere le masse popolari, perseguitarle, imporre loro condizioni di vita e di lavoro funzionali al profitto. Questo è il capitalismo.
Nel movimento comunista, le donne delle masse popolari hanno conquistato il più alto ruolo sociale emancipandosi dal patriarcato e dall’oppressione di genere.
Più precisamente, ciò è avvenuto dove e fintanto che i partiti comunisti hanno incarnato l’avanguardia della lotta politica rivoluzionaria e il ruolo di Stato Maggiore della rivoluzione socialista. È avvenuto in Russia nel 1917 (la mobilitazione dispiegata delle masse popolari russe iniziò “ufficialmente” proprio durante i cortei di celebrazione dell’8 marzo), è avvenuto in Cina, è avvenuto in tutti i paesi in cui la prima ondata della rivoluzione proletaria ha animato le lotte delle masse popolari. Ed è avvenuto anche nel nostro paese, fintanto che il PCI ha assolto al suo ruolo rivoluzionario.
Anche ai giorni nostri, per dare slancio e prospettiva al movimento per l’emancipazione delle donne è necessario che le donne delle masse popolari si leghino al movimento comunista e portino il loro contributo insostituibile alla causa della rivoluzione socialista.

Quando il diritto di voto per le donne entrò nella Costituzione sovietica (1918), in Italia le donne erano da poco entrate “a forza” nella produzione industriale causa l’invio al fronte degli uomini, durante la Prima guerra mondiale. Benché fossero già da tempo protagoniste di importanti mobilitazioni (vedi le lotte delle mondine e delle operaie tessili a partire dalla fine del 1800 o anche, durante il Biennio Rosso, l’assalto ai negozi di Forlì del 30 giugno 1919), le donne lavoratrici erano ben lontane dall’avere un peso nella vita politica.

Fu in quegli anni che tra il movimento comunista e il movimento delle donne iniziò a stringersi, nel nostro paese, un legame indissolubile:

“Le masse popolari torinesi erano avverse alla guerra. Ne avevo avuto testimonianza nei discorsi delle donne del popolo che accompagnavano alla scuola, dove io insegnavo, i loro bambini. (…) Decine di migliaia di donne vennero occupate nelle fabbriche, negli uffici, nei campi, sui treni, in stabilimenti improvvisati, sovente disadatti; retribuite con salari assai bassi per un lavoro che durava molte ore, di giorno e di notte contro le norme esistenti (…).
Le lavoratrici, in generale accoglievano la propaganda socialista: nelle città, nella provincia, nelle campagne. Le idee del socialismo rispondevano alla volontà di pace delle donne; alla loro avversione per quanto la guerra ha di doloroso e di disumano; al loro sdegno per lo spettacolo di ingiustizia sociale e di cinismo, dai “pescecani” come ormai erano chiamati gli arricchiti di guerra” – Camilla Ravera, Diario di trent’anni (1913 – 1943).

Moltissime iscritte al PSI hanno partecipato alla scissione di Livorno del 1921 per dare vita al PCd’I. E fu nel PCd’I che assunsero fin da subito un ruolo dirigente.
Il caso più emblematico fu quello di Camilla Ravera che dopo aver ricoperto il ruolo di responsabile del settore femminile, rivestì dal 1927 al 1930 (l’anno del suo arresto) il ruolo di più alto valore subito dopo quello di Togliatti, che era il Segretario di Partito.
Prima donna ad essere nominata senatrice a vita (1982), fra galera e confino, Camilla Ravera è stata privata della libertà per 13 anni.
Con altre donne di avanguardia ha tessuto la tela della lotta politica rivoluzionaria, in Italia e in Europa.

Teresa Noce fu tra le massime dirigenti del movimento delle donne delle masse popolari in Italia e in Francia, partecipò alla guerra di Spagna (1936), combatté nella Resistenza francese all’interno dei “francs tireurs et partisans”. Sopravvissuta ai campi di concentramento – dove pure organizzò clandestinamente le celebrazioni dell’8 marzo onorando le donne rivoluzionarie – dopo la vittoria della Resistenza in Italia venne eletta nell’Assemblea Costituente e divenne segretaria nazionale della FIOT CGIL (il sindacato dei tessili).

Rita Montagnana contribuì, insieme a Gramsci e Togliatti, all’organizzazione della Scuola Nazionale del Partito Comunista, fu tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane (UDI) e deputata all’Assemblea Costituente.

Il loro esempio e quello di molte altre donne aprì la strada a ciò che il PCI diventerà assumendo la direzione della Resistenza. È nella guerra di Liberazione che il PCI allargherà la sua influenza diventando la principale forza organizzata delle masse popolari: nel novembre 1943 esso sarà alla testa della mobilitazione delle donne costituendo i Gruppi di Difesa della Donna (GDD) allo scopo di organizzarle al di là della loro appartenenza politica. Insieme alle brigate partigiane, i GDD erano una componente del Comitato di Liberazione Nazionale e in breve tempo passarono da ruoli prevalentemente assistenziali allo svolgimento di attività essenziali per la vittoria della Resistenza (come le “staffette partigiane”).

Questo è il contesto in cui, ad esempio, Norma Barbolini divenne comandante di una brigata partigiana composta da sole donne e Gisella Floreanini la prima donna ministro della storia d’Italia, della Repubblica partigiana dell’Ossola, nel 1944.

La fiamma rivoluzionaria del PCI fu spenta dai revisionisti che ne presero la direzione. Questo comportò anche il ridimensionamento del ruolo delle donne. Con il rifiuto di mettersi alla testa della lotta politica rivoluzionaria, in favore della linea della “costruzione del socialismo attraverso le riforme”, il PCI divenne stampella del regime DC. Ciò comportò tanto l’immediata epurazione degli elementi rivoluzionari ancora presenti nel Partito (molti partigiani e capi della lotta contro il fascismo vennero emarginati, alcuni persino perseguitati dalla polizia e dai tribunali borghesi), quanto la progressiva sottomissione del PCI alla morale oscurantista e patriarcale che aveva ripreso vigore in ragione del ruolo assunto dal Vaticano. Sono emblematici in questo senso i casi di Teresa Noce e Rita Montagnana.

Teresa Noce si era sposata nel 1926 con Luigi Longo (dirigente del PCI che, dopo la Resistenza, espresse la linea di destra nel Partito) e apprese solo dai giornali che il marito aveva ottenuto il divorzio a San Marino: aveva cioè beneficiato di un tipico privilegio riservato agli uomini della classe dominante per “ricostruirsi una nuova vita”.
Rita Montagnana, pur senza la formalità del divorzio, fu lasciata da sola a crescere il figlio che ebbe con Togliatti, poiché quest’ultimo, senza riconoscere la paternità, si “rifece una vita” con Nilde Iotti.
Nel gruppo dirigente del PCI riemerse quindi con forza la doppia morale clericale.

Tuttavia, gli interessi delle masse popolari sono inconciliabili con quelli della classe dominante. Se il PCI non era più lo strumento per la lotta politica rivoluzionaria, la classe operaia e le masse popolari cercarono altri strumenti.
Fra gli anni ‘50 e ‘60, nel nostro paese, il contesto economico era caratterizzato dalla ripresa post bellica (fase di ripresa di accumulazione del capitale), quello politico dal fatto che le conquiste scritte nero su bianco nella Costituzione erano rimaste lettera morta, mentre quello sociale dal fatto che istituzioni e morale imperanti erano ormai incompatibili tanto con le condizioni materiali della vita della popolazione quanto con le loro aspirazioni.
Seppure nei decenni precedenti fossero scoppiate lotte – e in certi casi sommosse – il 1968 fu la miccia di un incendio prolungato, la premessa di un’ondata di mobilitazioni che nel nostro paese si è conclusa solo all’inizio degli anni ‘80, con il fallimento dell’assalto al cielo che ha però lasciato in eredità tutte le conquiste sociali e civili che ancora oggi la classe dominante cerca di eliminare.
Il PCI era il grande partito di massa della sinistra, ma incarnava anche la manifesta incapacità dei revisionisti moderni di soffocare nel riformismo la spinta rivoluzionaria della classe operaia e delle masse popolari.

Dai Consigli di Fabbrica al movimento studentesco fino al movimento delle donne: su spinta della lotta contro il revisionismo lanciata in Cina da Mao Tse-tung (1966), anche in Italia l’onda lunga della rivoluzione socialista riprese vigore.
Le donne rivoluzionarie non erano più nel PCI, non erano più le comuniste dei tempi della clandestinità sotto il fascismo o le partigiane nella lotta di Liberazione, ma erano pur sempre le loro eredi politiche. Erano le operaie di fabbrica, le maestre, le infermiere e le studentesse che si arruolarono nelle organizzazioni comuniste combattenti e che presero nelle loro mani la staffetta della rivoluzione socialista.
È in questo contesto, nella combinazione fra l’eredità di ciò che avevano sedimentato le donne comuniste del primo PCI e la spinta alla costruzione del mondo nuovo che agitava il paese del regime DC, occupato dalla NATO, che nei luoghi di lavoro, nelle piazze, nelle carceri e nella militanza rivoluzionaria, la forza della mobilitazione delle donne delle masse popolari contribuì a conquistare il divorzio (1970), la riforma del diritto di famiglia (1975), la parità di trattamento salariale con gli uomini (1977), il diritto all’aborto (1978), il Sistema Sanitario Nazionale (1978/1980).

In un’epoca in cui non esistevano le quote rosa, non si svolgevano “incendiati dibattiti pubblici” sul fatto che sia legittimo o meno “offendere una donna della classe dominante” per la sua appartenenza di genere, le donne hanno ottenuto più diritti e tutele di quanto oggi si riesca anche solo a immaginare.

Le donne sono una componente fondamentale del movimento popolare: sono in prima linea nelle lotte per la difesa dei posti di lavoro, nelle lotte ambientali, nelle lotte per la sanità e l’istruzione pubblica, nelle lotte per il diritto all’abitare, contro gli omicidi di Stato e in molte altre battaglie. Tutta questa forza e questa determinazione devono diventare la linfa della lotta per imporre il governo di emergenza di cui il paese ha bisogno.
In questa mobilitazione trova pieno compimento la lotta per l’emancipazione delle donne.
Le operaie, le lavoratrici, le disoccupate, le ragazze e le pensionate devono farsi promotrici della costruzione, in ogni azienda, in ogni scuola e in ogni quartiere, di organizzazioni di base che si coordinano fra loro per dare corso pratico al protagonismo femminile.
è in questa mobilitazione che si rafforza la lotta comune, delle donne e degli uomini delle masse popolari, contro l’oscurantismo del Vaticano, gli attacchi alle tutele e ai diritti, contro la violenza di genere e lo sfruttamento.
è in questa mobilitazione che le differenze di genere, che nel capitalismo sono strumento di oppressione e di divisione (guerra fra poveri), possono essere trattate alla luce dell’appartenenza di classe: l’appartenenza di classe unisce ciò che la classe dominante vuole dividere e contrapporre.

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A. Gramsci

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