Luigi Ghislandi, operaio in pensione, è stato animatore e componente del Consiglio di Fabbrica della Magnani, azienda del settore cartotecnico, della zona industriale della cosiddetta “Isola bergamasca” (comunemente detta Isola), una zona a ovest di Bergamo delimitata a nord dal monte Canto e ai lati dai fiumi Brembo e Adda.

Luigi, ci illustri le caratteristiche della fabbrica in cui hai lavorato e il relativo contesto storico?
Stiamo parlando della metà degli anni Settanta. Io sono entrato in fabbrica nel 1970, all’età di 14 anni. A quei tempi, a Madone, dove andavo a scuola, solo le ragazze delle quattro famiglie più benestanti del paese si diplomarono, mentre io e gli altri del popolo ci fermammo alla licenza media inferiore perché costretti ben presto ad andare a lavorare per aiutare le nostre famiglie. Anche il livello dell’insegnamento era carente e spesso, invece di studiare, ci mandavano a giocare a calcio.
Allora l’Isola, come succede ancora oggi, era più arretrata rispetto ad altre parti d’Italia, sia a livello culturale, che economico. Infatti, solo dopo la guerra, progressivamente, l’Isola, da terra contadina dedita alla mezzadria, cominciò a svilupparsi diventando terra di conquista di imprenditori che venivano a investire qui gli aiuti statali destinati allo sviluppo industriale.
Solo a Madone, paese di 1500 abitanti, si crearono, nel 1970, circa 2000 posti di lavoro che crebbero poi negli anni successivi. Il contesto culturale era quello di un paese in cui, per senso comune, il padrone veniva visto come il benefattore a cui dovevi essere riconoscente.

Gli operai erano tutti del posto o venivano anche da fuori?
No, venivano anche da fuori. Considera che nei primi anni Settanta solo la Vestro (vendite per corrispondenza) occupava 600 fra operai e operaie; molti erano poi gli operai che lavoravano nelle varie aziende chimiche. Lo sviluppo di queste ultime aveva determinato il fiorire di ulteriori aziende che si occupavano della costruzione degli impianti chimici. Molti operai, a quei tempi, sono divenuti prima artigiani e poi via via imprenditori nel settore della costruzione di questi impianti, arrivando a metter su aziende con anche 80 dipendenti. In questa situazione era quindi facile entrare in fabbrica.

Alla Magnani cosa si produceva?
Stampavamo carta con macchine a rotocalco che, applicata sui pannelli di formica, serviva a costruire i mobili moderni. Il titolare aveva anche la concessione per la produzione della filigrana (materiale cartaceo pregiato con cui si realizzano le banconote) per la Zecca di Stato, ma in realtà noi la filigrana non la producevamo. Di fatto la società era di proprietà della famiglia Confalonieri; Magnani era solo un prestanome di cui ci si serviva per ottenere le agevolazioni.

Parlaci delle relazioni in fabbrica, com’erano?
Io, all’età di 17 anni, ho avuto la fortuna di conoscere Santini, un sindacalista CGIL esterno alla Magnani che ricorderò sempre. Santini, ex partigiano, membro del PCI, avvalendosi dello Statuto dei Lavoratori (legge 300 del 1970) decise a un certo punto di indire un’assemblea in mensa: un’assemblea sindacale a cui, nonostante non ci fosse allora nessun iscritto, abbiamo partecipato in venti (in fabbrica eravamo circa 40 operai e, anche a causa della conduzione paternalistica dell’azienda, non avevamo mai tenuto nessuna assemblea).
Erano gli anni 1974-75 e all’epoca i lavoratori, con le mobilitazioni dell’“Autunno caldo”, cominciavano a conquistare alcuni diritti come appunto lo Statuto dei Lavoratori. Fino a quell’assemblea, noi non sapevamo quasi nulla del mondo sindacale, è stato Santini a farcelo scoprire. Ti racconto un aneddoto personale.
All’indomani dell’assemblea, uno dei capi dell’azienda (erano due fratelli) che durante l’assemblea ci aveva chiuso a chiave dentro la sala mensa, viene a parlarmi durante il mio turno del mattino: mi minaccia dicendomi che lui gira con il coltello addosso e mi ricorda che “senza di lui io sarei ancora a zappare la terra”. A posteriori, a mente lucida, ho capito che quel suo gesto era soprattutto un segno di debolezza. Aveva il sentore che di lì a poco la situazione sarebbe cambiata. A seguito dell’assemblea, attraverso il sindacato, avviammo un’inchiesta sulle nostre buste paga e scoprimmo subito che tutti quanti eravamo registrati con un inquadramento inferiore a quello che il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), che regolava i rapporti di lavoro, prevedeva per le mansioni che effettivamente svolgevamo (capo macchina, caporeparto, ecc.). Così abbiamo deciso di costituire un Consiglio di Fabbrica (CdF) e abbiamo eletto i nostri primi due delegati, anche se eravamo tutti senza esperienza. Abbiamo steso una nostra piattaforma rivendicativa e ricordo bene che al primo punto, anche prima della richiesta di adeguamento al CCNL, ponevamo il “riconoscimento del CdF” da parte dell’azienda. Ovviamente siamo andati subito allo scontro, perché il padrone non ne voleva sapere del sindacato. Abbiamo avviato una vertenza e con questa siamo riusciti, nel giro di pochi mesi, a guadagnare i benefici del CCNL.

Hai detto che all’assemblea aveva partecipato solo una parte degli operai, ma la notizia degli abusi contrattuali era arrivata, grazie alla vertenza, anche agli altri: siete poi riusciti a coinvolgere qualcuno di loro nella lotta?
Diciamo che in quel periodo si era costituito un nucleo di operai più attivi: si trattava dei lavoratori cosiddetti “diretti”, cioè quelli che nella produzione erano direttamente collegati alle macchine e avevano turni fissi e stressanti. Il resto dei lavoratori, che in genere non partecipava all’assemblea, era costituito dagli addetti ai servizi (manutenzione, gestione caldaie, magazzino, coloristi ecc.) che lavoravano con meno controlli, con turni più flessibili e che risentivano di meno dei pesanti ritmi della produzione. Quando lavori sulle macchine, entri come in simbiosi con esse: i ritmi te li dà la macchina, anche se noi siamo capaci di dirigerla (e conseguentemente di dirigere la produzione). Questa capacità è stata, in seguito, un nostro grande punto di forza. All’inizio partecipavano agli scioperi tutti i “diretti”, ad eccezione di qualche crumiro, mentre parte degli addetti ai servizi veniva dirottata in produzione con risultati, tra l’altro, disastrosi. Arrivammo a un punto che se scioperavamo noi operai della produzione tutta la fabbrica si fermava. Col tempo siamo riusciti a coinvolgere nelle lotte la totalità dei lavoratori della stampa. Soprattutto i capi macchina, che con le nuove macchine erano saliti a sei, solidarizzavano molto facilmente con la nostra causa, ci capivamo, e diventarono ben presto parte del gruppo dei compagni.
Nel corso degli anni abbiamo fatto molti scioperi. Eravamo talmente forti che le trattative duravano anche solo cinque minuti, dopodiché tutti gli operai erano pronti a fermare la produzione!

Quindi col tempo il numero di operai in azienda è cresciuto?
Eravamo oltre cento operai a Madone. Dalla fine anni Ottanta, la famiglia Confalonieri ha poi cominciato a costruire una nuova azienda a Filago (vicino a Madone) che portava il suo nome. Io mi sono licenziato in quel periodo e ho cambiato lavoro.

Il CdF com’era organizzato? Facevate assemblee dentro la fabbrica?
Grazie alla costituzione del CdF, nel 1976, prendemmo piena coscienza della nostra situazione di operai. In quell’anno io e Uberto Ghezzi, un altro grande compagno operaio, che ad un certo punto era stato licenziato per un diverbio col padrone, partimmo per la leva militare. Tornammo verso la fine del 1977, a conclusione della vertenza vittoriosa per il suo reintegro: avevamo acquisito maggiore consapevolezza ed eleggemmo un nuovo CdF per meglio organizzarci. Da lì è iniziata realmente la nostra esperienza di lotta sindacale.
Certo che facevamo assemblee in fabbrica! Siamo stati fortunati perché in quegli anni, soprattutto dal 1977 in poi, il rapporto di forza era, molto più di oggi, a favore degli operai e questo grazie allo Statuto. Personalmente ho avuto tre provvedimenti disciplinari che prevedevano la sospensione dal lavoro (tutti e tre vinti), più una moltitudine di provvedimenti minori. Non era facile per le aziende procedere contro i lavoratori più combattivi. Le provocazioni c’erano, ma grazie allo Statuto siamo riusciti a guadagnare molti diritti (mensa, premio presenza, tutela giuridica, ecc.) e, cosa determinante, per anni abbiamo avuto un decisivo controllo sindacale sulla fabbrica. Oggi tutto questo è impensabile. Il CdF controllava persino i fornitori della carta igienica, vietava lo straordinario libero e per anni ha avuto voce nella pianificazione della produzione: l’aumento della produttività non era neppure pensabile. Se un lavoratore si licenziava, non passava neppure un giorno che già si provvedeva a sostituirlo. Il cambio dei ritmi di una macchina era subordinato alla liberatoria verso gli operai contro maggiori scarti di produzione.

Quindi il CdF aveva il controllo sulla produzione?
Sì, su tutto.

Anche su cosa e quanto veniva prodotto?
Sì certo! Poi anche questo dipende anche dai rapporti di forza che metti in campo.
Questa era la parte più difficile da controllare, anche perché l’azienda non aveva problemi di liquidità o di commesse, ma ci sono stati momenti in cui abbiamo avuto anche qui voce in capitolo.
L’azienda, col processo di modernizzazione, a un certo punto puntò sulla diversificazione dei disegni stampati (all’inizio ne avevamo dieci) piuttosto che sull’innovazione impiantistica e questo ha portato la produzione a crescere tantissimo, tant’è che per un periodo la Magnani era leader mondiale nel suo settore, salvo poi decadere per errori della proprietà.

Ma queste innovazioni nella produzione sono state suggerite da voi operai?
Noi usavamo diversi tipi di carta. Utilizzando alcuni tipi di carta, ad esempio quella di provenienza tedesca, vedevamo che il nostro lavoro ne beneficiava. Diverso era quando invece ne dovevamo usare altre che, uscite dalla stampa, risultavano grinzose oppure distribuivano male l’inchiostro o facevano dei gran polveroni. Si trattava di questioni che attenevano alla qualità del nostro lavoro e che quindi ci interessavano. Questo ci portò a suggerire, ad esempio, quali cilindri di stampa usare, quando e come cambiarli. Questi aggiustamenti portavano miglioramenti anche sulla produttività del lavoro, fermo restando il fatto che noi puntavamo più sulla qualità che non sulla quantità. Anche questo ha portato a scontri con la direzione, finché questa non ha capito la giustezza della nostra linea e ci ha assecondato.
Via via che si estendevano gli interessi produttivi, la proprietà diversificò gli investimenti e affidò lo stabilimento a un direttore che, però, non avendo competenze tecniche, non godeva della stima operaia. Questo direttore aveva il compito principale di massacrare i delegati e i lavoratori combattivi.

Hai detto che, col tempo, i compagni del “nucleo combattivo” e anche il resto degli operai hanno assunto una maggiore consapevolezza, in che senso?
Nel 1975, col primo CdF e la vittoria per l’applicazione del CCNL, il nucleo principale degli operai ha acquisito coscienza dei propri diritti sindacali e della necessità di organizzarsi. Arriviamo quindi al 1976 con un CdF vero e proprio e l’azienda che comincia a espandersi. La dirigenza, per garantirsi la pace sindacale, comincia ad assumere muratori e altre figure di media età e con una bassa scolarizzazione, non particolarmente interessate a imparare un lavoro (di fatto, tolti i capi macchina, da noi il lavoro non richiedeva qualifiche particolari), quindi facilmente controllabili. Tuttavia, anch’essi, grazie all’azione del CdF, si rivoltarono ben presto contro la direzione: il rapporto col collettivo operaio li aveva messi infatti nella condizione di capire che il salario era un loro diritto (acquisito attraverso le lotte sociali) e non il frutto della benevolenza del padrone. Le dinamiche della fabbrica sono state una sorta di scuola per molti di questi operai, anche meridionali, che venivano dal lavoro agricolo o dall’edilizia. Molti di loro furono poi tra i più combattivi e onesti. Altri invece, soprattutto quelli che dopo il lavoro in fabbrica continuavano a lavorare nei campi o nei cantieri, si sono mantenuti su posizioni arretrate: in occasione degli scioperi se ne andavano a fare il secondo lavoro.

Qui nell’Isola il processo di sviluppo industriale è avvenuto per tutti come per la Magnani/Confalonieri?
Sì, anche se per fattori diversi e un po’ contraddittori.

Nel corso delle vostre lotte vi siete coordinati con operai altre aziende?
Sì, con la Philco, la IMEC, la Legler, la FBM che erano le fabbriche più importanti, dove c’era il sindacato, anche se non unitario. Con gli operai delle aziende medio-piccole il confronto era invece più difficile. Ricordo che in occasione dell’attacco alla “scala mobile” [la scala mobile (o contingenza) era un sistema di adeguamento automatico delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti in caso di aumento dei prezzi di alcune merci (il cosiddetto “paniere”), così da contrastare la diminuzione del potere d’acquisto dovuta all’aumento del costo della vita; il “punto di contingenza” era l’importo corrisposto ai lavoratori ogni volta che si determinava un aumento del costo della vita. In Italia la scala mobile a punto unico di contingenza (cioè uguale per tutti) è stata una conquista strappata dai lavoratori nel 1975. Dopo il taglio di tre punti di contingenza attuato con decreto del governo Craxi nel 1984, la scala mobile è stata definitivamente abolita con un protocollo d’intesa siglato tra governo Amato, Confindustria e sindacati confederali nel 1992-N.d.R], quando Lama dichiarava che essa “non era più un tabù”, si costituì il movimento degli Autoconvocati in cui a trainare a livello locale c’erano gli operai della Philco. Facevamo riunioni territoriali con loro, anche se noi appartenevamo a un’altra categoria contrattuale. Non siamo però riusciti a costruire vertenze territoriali insieme, anche se come CdF eravamo attenti alle questioni ambientali e sociali. Comunque, quando c’erano le lotte nelle singole fabbriche, se serviva, accorrevano a dar manforte anche gli operai di altre aziende.

Che rapporti avevate con il sindacato?
La CISL ci guardava storto, anche per le peculiarità della segreteria di quegli anni che era filopadronale. Diciamo che eravamo osservati speciali, neppure pienamente riconosciuti. Ma considera che la CISL è stata fatta entrare in fabbrica dal padrone proprio per contrastare noi. Con la CGIL invece era diverso.
Innanzitutto, facevamo da “barriera contro la deriva dei sindacati. Noi non eravamo in sintonia con la linea delle segreterie sindacali, soprattutto con quella della CISL, il cui segretario territoriale di categoria ha poi avuto anche dei guai giudiziari. La CGIL era meno ostile nei nostri confronti. Ci permettevamo finanche manovre tattiche. Per esempio, a un certo punto la CISL aveva bisogno di un suo rappresentante nel CdF che fosse capo meccanico e io ero l’unico candidabile, ma ero iscritto alla CGIL. La CISL allora, per mantenere una direzione su di noi, fa arrivare in fabbrica un suo uomo che noi operai già conoscevamo per la sua fama negativa; a quel punto io mi iscrivo alla CISL, per poter essere eletto al suo posto, come effettivamente accadde (ancora adesso i compagni CGIL mi rimproverano questo fatto). Nonostante ciò, grazie al nocciolo duro dei “diretti in produzione”, siamo riusciti per molti anni a difenderci e a portare a casa qualcosa. Abbiamo ottenuto, ad esempio, la scorta dell’organico al 10%, gli inserimenti obbligatori per i disabili al 3%, gli orari di lavoro favorevoli e i riposi calendarizzati per impedire la flessibilità aziendale. Insomma, su molti aspetti governavamo noi la fabbrica. Abbiamo ottenuto conquiste che hanno fatto da apripista per altre aziende (la maggiorazione salariale sui turni, il diritto alla mensa, ecc.). Eravamo anche nei direttivi provinciali di categoria delle rispettive sigle sindacali e questo configurava già una sorta di coordinamento tra le categorie in cui si poteva discutere la linea sindacale rispetto alle decisioni del governo nazionale.

Il padrone subiva, quindi, la vostra forza che derivava dalla forza generale della classe operaia in quel periodo?
I contratti parlavano chiaro e noi li facevamo rispettare. Anche perché l’azienda non perdeva occasione per commettere abusi o violazioni del CCNL e quindi serviva un costante controllo da parte degli operai.

Questa situazione non riguardava però tutte le aziende: è giusto dire che voi rappresentavate una sorta di nuovo potere, all’interno della vostra fabbrica?
Sì, possiamo dire così.

Fai una valutazione positiva di quell’esperienza?
Assolutamente sì! La prima provocazione del padrone contro di me risale al 1974 ed era relativamente più recente il sabotaggio, fortunatamente sventato, di un macchinario ai miei danni. Bene, paradossalmente, come tempo dopo mi è capitato di dire al padrone nel corso di una riunione, sono state proprio quelle minacce a farmi capire chi fossi veramente. In definitiva, l’esperienza del CdF ci ha fatti crescere. Oggi, quando incontro dei miei amici coetanei che non hanno fatto la fabbrica, in loro avverto un vuoto: malgrado si siano sposati e abbiano una vita dignitosa, non leggono giornali e nemmeno libri, non seguono le vicende quotidiane e non contribuiscono in alcun modo al dibattito sociale, gli manca quel fuoco che quell’esperienza ha invece acceso in me. Loro, a quanto pare, non hanno avuto la mia stessa fortuna; le esperienze di lavoro che hanno fatto non hanno offerto loro la possibilità che ho avuto io. Non tutte le esperienze di lavoro sono uguali. Un operaio della Pirelli di Milano che venne a lavorare alla Magnani mi raccontò che la sua iniziale riluttanza a scioperare si era mutata in consapevolezza nel momento in cui aveva capito che erano le forme di lotta, anche radicali, messe in campo dagli operai, che facevano sì che egli avesse gli aumenti di paga, il diritto alla mensa, ecc. E questo operaio aveva il doppio dei miei anni….
Negli anni Ottanta, come già detto, Confalonieri aprì un nuovo impianto produttivo a Filago che arrivò ad avere circa 400 dipendenti. Ora, mentre alcuni operai di Madone potevano andare a Filago per istruire i nuovi assunti sul processo produttivo, noi delegati non potevamo assolutamente farlo. Nonostante ciò, anche a Filago si formò un CdF con operai che venivano direttamente da Madone o che in qualche modo avevamo influenzato. Questo dimostra quanto la fabbrica e un collettivo siano formativi anche dal punto di vista umano e delle relazioni sociali.

Hai raccontato che tutto è iniziato grazie a Santini, il sindacalista, ex-partigiano, iscritto al PCI. Di fatto Santini, da comunista, ha tradotto nella pratica la concezione per cui è la classe operaia che può cambiare la società. Secondo te in termini politici questo messaggio è stato recepito?
Sì, credo che un po’ sia stato recepito, anche se la parte più arretrata degli operai se lo è visto calare dall’alto, attraverso le scelte della maggioranza.

Uscito dalla fabbrica hai continuato in qualche modo a intervenire alla Magnani o in altre fabbriche?
Ho mantenuto rapporti anche personali con gli operai della Magnani. Ma allora esistevano condizioni che oggi non ci sono più: il clima generale, fuori della fabbrica, era favorevole agli operai; c’era stata da poco la Resistenza e molti dei suoi quadri politici erano ancora vivi e attivi.
Credo che ora si prenda coscienza di sé e del proprio ruolo attraverso canali diversi che non sono propriamente quelli della fabbrica. Oggi ti ritrovi a dover prendere coscienza non solo del fatto che sei un operaio, ma anche che sei “marginale”sotto tanti punti di vista (economico, lavorativo, politico). La condizione attuale è più complessa. Allora eri un operaio, un subalterno, ma avevi la tua rappresentanza politica; c’erano più mezzi per emanciparsi, acquisire una coscienza rispetto alla propria condizione.

È vero che oggi le tue condizioni lavorative possono peggiorare improvvisamente e che puoi ritrovarti precario a 50 anni…
Sì, è vero: oggi la precarietà è veramente diffusa. Forse tra qualche anno i contratti a tempo indeterminato e il CCNL saranno solo un sogno. Scompariranno molte delle garanzie di cui ancora godiamo.

Però la realtà del luogo di lavoro in cui i problemi sono collettivi e come tali devono essere risolti c’è ancora!
Sì, se c’è comunicazione e dialogo tra i lavoratori.

Secondo te, è sempre dal lavoro e dalla fabbrica che si deve partire se si vuole cambiare il paese?
Indubbiamente. Il lavoro occupa ancora una parte importante della vita di una persona, determina il suo rapporto con la produzione: oggi si è poveri in un mondo di estrema ricchezza, infatti, mentre la produzione si è enormemente accresciuta, l’operaio si è al contrario impoverito. Io sono vissuto in un mondo in cui la sanità e altri servizi erano gratuiti, oggi non è più così. Stiamo parlando di conquiste politiche, ottenute con lotte di livello superiore rispetto alle rivendicazioni di fabbrica. Noi, a quei tempi, contrastavamo la linea secondo cui “il sindacato non deve fare politica. Un tempo c’erano addirittura i preti operai.

Come P.CARC, oggi seguiamo gli operai della Sematic-Wittur, la cui proprietà, una multinazionale, sta cercando di delocalizzare la produzione. Questi operai sono alquanto sfiduciati riguardo alla loro forza. Ma è chiaro che quando si inizia una lotta, che si sia in pochi o in tanti, non è detto che si riesca subito a raggiungere l’obiettivo… Tu che diresti loro, a partire dalla tua esperienza?
Il passo importante è comprendere (e saper spiegare) il significato della lotta che si sta per intraprendere; poi le battaglie si possono anche perdere, ma anche quando si perdono, esse rappresentano una scuola da cui trarre insegnamenti preziosi per elevare la nostra coscienza. Anche perché un conto è perderle contro il padrone, un altro è perderle perché il sindacato ti ha tradito e perché non sei stato in grado di esprimere il massimo della tua forza. È comunque sempre sbagliato pensare di perdere prima ancora di iniziare a combattere.

Ai tuoi tempi, tutti gli operai avevano lo stesso livello di coscienza politica?
Non tutti hanno lo stesso livello di disponibilità e di questo occorre sempre tener conto. Una volta si traeva forza dalla presenza dei grandi agglomerati operai: qui in zona c’erano gli operai combattivi della Philco, della Magrini che in occasione degli scioperi importanti accorrevano nelle altre fabbriche per far uscire tutti.

Allora si parlava di socialismo, visto che c’erano molti operai legati al movimento comunista?
No, ci ritenevamo comunisti ma da lì a discutere di comunismo o di rovesciare il sistema ce ne passa.

Quindi non facevate propaganda politica?
Relativamente. Una volta anche i contadini sapevano perché erano poveri, dal momento che vedevano che una parte consistente del loro lavoro dovevano darlo al padrone della terra. Oggi gli operai non vedono più direttamente questo processo, quindi il passaggio di coscienza è più difficile a realizzarsi. Oggi non c’è comprensione che la ricchezza prodotta è frutto del lavoro manuale. La borghesia cerca sempre di nascondere la vera natura dello sfruttamento di classe.

Il problema della prospettiva politica è però una questione reale…
Della prospettiva ricordo che nemmeno i compagni comunisti ne parlavano, per loro c’erano solo le lotte rivendicative all’interno della fabbrica. Di questioni politiche, di superamento del capitale se ne parlava al massimo alla festa de l’Unità.

Ma non c’erano le cellule del PCI nelle fabbriche?
Dove ho lavorato io no, c’erano solo nelle fabbriche più grandi.

Quindi erano sul territorio, c’erano sedi, circoli?
Sì esatto. Poi a volte nel CdF c’era la “frazione comunista” che si riuniva autonomamente, presumo per discutere della linea del partito. Ma nella nostra, come nelle aziende piccole, non esisteva una situazione simile, non si creavano queste contrapposizioni.

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