Moltiplicare le organizzazioni operaie e popolari, rafforzarle, coordinarle e orientarle a costituire un loro governo d’emergenza (dalla Risoluzione n. 1 approvata dal V Congresso del P.CARC)

Senza la mobilitazione e la partecipazione attiva delle OO e OP è impossibile rompere con il corso catastrofico delle cose che la borghesia imperialista, nel suo interesse, deve imporre e impone anche nel nostro paese.
In questa fase della lotta di classe nel nostro paese, le organizzazioni di operai delle aziende capitaliste e di lavoratori delle aziende e delle istituzioni pubbliche che “si occupano delle aziende ed escono dalle aziende”, cioè che agiscono come direzione alternativa al padrone nell’azienda e come nuova pubblica autorità nella zona, sono la condizione per costituire il Governo di Blocco Popolare, che è la via più rapida e diretta e meno distruttiva per arrivare all’instaurazione del socialismo.
Ma il GBP non è l’unica via possibile per arrivare all’instaurazione del socialismo: arriveremo a instaurare il socialismo o attraverso la mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari dirette dalla classe operaia tramite il suo partito comunista (questa è la via più diretta, meno distruttiva e dolorosa per le masse popolari) o facendo fronte alla mobilitazione reazionaria delle masse popolari dirette dai gruppi più criminali della borghesia imperialista e del clero che porterà a un periodo di distruzioni e tormenti immani e alla guerra imperialista (questa è la via meno diretta, più distruttiva e dolorosa per le masse popolari). In sintesi: o la rivoluzione previene la guerra o la guerra genererà la rivoluzione.
La moltiplicazione e il rafforzamento delle OO e delle OP sono la condizione imprescindibile per l’instaurazione del socialismo, sia che lo instaureremo passando attraverso il GBP sia che lo instaureremo facendo fronte alla mobilitazione reazionaria.

1. OO e OP di azienda, lotta per gli interessi immediati, costituzione del Governo di Blocco Popolare e instaurazione del socialismo. Le organizzazioni di operai delle aziende capitaliste e di lavoratori delle aziende e istituzioni pubbliche sono la base portante del futuro Stato socialista (la dittatura del proletariato) che noi comunisti instaureremo. Lo Stato socialista è uno Stato che ha come base sociale gli operai delle aziende capitaliste (e i lavoratori delle aziende pubbliche) e si regge su organismi operai che agiscono da nuove autorità locali. Quindi può esistere solo se le aziende esprimono degli organismi dirigenti: è sull’autorità di questi organismi che si regge l’autorità e la forza del governo centrale, sono questi organismi che ispirano tutta l’attività delle istituzioni statali. Non a caso uno degli aspetti della bolscevizzazione del vecchio PCI era che le cellule di fabbrica dovevano essere il cuore, l’organizzazione base del partito (su questo Gramsci condusse una battaglia all’interno del partito nel 1923-26).
Un sistema di potere che non dispone ancora degli strumenti, tipicamente statali, del monopolio della violenza per far rispettare le proprie decisioni con la forza dove non arriva la convinzione (forze armate, polizie, servizi segreti, sistemi di controllo, magistrature, carceri, ecc.), deve iniziare facendo leva su una rete di organismi capillarmente diffusi nel territorio e in misura crescente organizzati attorno a un centro che ne orienta la coscienza e ne dirige l’azione, che li rende capaci di un’azione comune. L’instaurazione del governo sovietico non sarebbe stata possibile senza la creazione di una rete di soviet degli operai e dei soldati (il grosso dei quali erano contadini mobilitati per la guerra) diffusa in tutto il paese, aggregata intorno al partito bolscevico e a cui esso aveva impresso un orientamento ideale e morale favorevole a instaurare il governo sovietico. La vittoria della Resistenza contro il nazifascismo non ci sarebbe stata senza il PCI clandestino e le sue cellule di fabbrica, senza i CLN, senza le organizzazioni di massa orientate dal PCI.
La creazione di questa rete di organismi diffusi nel territorio, organizzata intorno al partito comunista e contrapposta al potere della borghesia imperialista capeggiato dalla Corte Pontificia è il cuore della costruzione del nuovo potere nel nostro paese, è in questa fase l’aspetto centrale della rivoluzione socialista (nel senso che prepara le condizioni per arrivare allo scontro decisivo in condizioni favorevoli).
In Italia questi organismi non ci sono ancora ed è il motivo per cui siamo nella situazione in cui siamo. Bisogna creare (ricreare, questa volta animata dalla volontà di andare fino in fondo) una rete di organismi operai. È per questo che il P.CARC promuove la formazione di organismi operai nelle aziende capitaliste e di organismi popolari nelle aziende e istituzioni pubbliche.

2. Le tre fasi del lavoro sulle OO e OP di azienda. Il lavoro per moltiplicare le OO e OP, rafforzarle, coordinarle e orientarle a costituire un proprio governo d’emergenza consiste di tre fasi concatenate e sinergiche:
1. reperire e far emergere gli embrioni di OO e OP di azienda: uno, due, tre lavoratori che già si danno da fare, cioè lavoratori avanzati di una delle cinque categorie di lavoratori avanzati (1. quelli che in qualche modo già aspirano al comunismo e hanno già compreso che occorre un partito comunista; 2. quelli che esercitano un ruolo dirigente sui loro compagni nelle lotte di difesa; 3. quelli che in qualche modo si pongono il compito di unire e mobilitare i propri compagni di classe per risolvere i problemi specifici che via via devono affrontare; 4. quelli che impersonano altre tendenze positive che si sviluppano tra le masse: cercano di capire come va il mondo, sono curiosi di conoscere altre situazioni, sono curiosi di conoscere programmi e metodi degli organismi politici, vogliono rendersi utili, ecc.; 5. quelli afflitti dal mal di vivere e che vogliono sentirsi meglio, cioè che nella vita corrente non trovano una ragione di vita ma ne sono alla ricerca);
2. farli crescere e diventare vere e proprie OO e OP: organismi che conoscono il processo produttivo dell’azienda e le sue prospettive (cosa produce, come, da chi si rifornisce e a chi vende, cosa può produrre per il paese e per il resto del mondo), sanno come vanno le cose nell’azienda e conoscono la situazione nei vari reparti, sono autorevoli presso i lavoratori dell’azienda, svolgono un’azione di orientamento e di direzione all’esterno dell’azienda;
3. individuare, indicare e portare la sinistra delle OO-OP a fare i passi che portano le OO-OP a svolgere il lavoro da nuove autorità pubbliche all’interno e all’esterno delle aziende: mettere dei “rattoppi” ai danni prodotti dalla crisi generale nella misura in cui è possibile metterli localmente, collegarsi con altre OO-OP e con elementi dei tre serbatoi e di fatto generare l’ingovernabilità dal basso (a cui concorrono anche le Amministrazioni Locali d’Emergenza) che, combinandosi con l’ingovernabilità dall’alto prodotta dai contrasti tra i gruppi delle classi dominanti, permette di far ingoiare il GBP ai vertici della Repubblica Pontificia.

2.1 Prima fase: individuare e far emergere embrioni di OO e OP. Attraverso l’attività e le campagne svolte dal IV Congresso a oggi, abbiamo scoperto e sperimentato i seguenti metodi per individuare e far emergere gli embrioni di OO e OP:
a) non fermarsi ai “capi operai di vecchia formazione sindacale”, ma fare propaganda fuori delle aziende in grande stile (volantino, bandiera, megafono, ecc.) e con una certa persistenza. Se in questo modo facciamo emergere e raccogliamo adesioni e contatti di lavoratori che hanno “la falce e martello nel cuore”, di lavoratori che si pongono il compito di unire e mobilitare i loro compagni di classe su problemi specifici, di lavoratori che impersonano altre tendenze positive esistenti tra le masse, di lavoratori che sono alla ricerca di una ragione di vita che non trovano nelle attività correnti (quindi lavoratori avanzati, anche se non attivi sindacalmente nell’azienda), probabilmente anche i “capi operai” cambiano atteggiamento: vedendo che c’è altro e che noi avanziamo anche senza di loro, prendono coraggio, toccano con mano che è possibile avanzare, capiscono che sono i loro metodi (da sindacalisti delusi) che devono cambiare;
b) gli interventi davanti alle aziende capitaliste e pubbliche devono essere protesi a trasmettere fiducia, sicurezza, certezza che la rivoluzione socialista è necessaria, è possibile ed è in corso;
c) per essere efficaci, vanno fatti non solo con il giornale Resistenza, ma sempre anche con un volantino personalizzato (e con bandiera e megafono ogni volta che le nostre forze lo permettono), cioè con un volantino
– che fa riferimento, ha come spunto un avvenimento internazionale, nazionale, locale o dell’azienda e lo interpreta a modo nostro: cioè mette in luce il percorso di cui quell’avvenimento è parte e il suo legame con il resto del corso delle cose (quindi dialettico), mostra gli appigli su cui fare leva;
– che contiene i recapiti della sezione e possibilmente il riferimento della prima iniziativa pubblica della sezione (cioè dà la possibilità di rintracciare la sezione e di capire di cosa si tratta);
d) quantitativamente gli interventi in aziende devono essere uno alla settimana per ogni quadro intermedio e superiore presente nella sezione (e se c’è un militante di base attivo, uno alla settimana anche per lui), che porta di volta in volta con sé uno o due militanti di base o collaboratori e simpatizzanti che danno una mano;
e) la scelta dell’azienda va fatta in modo oculato e poi l’intervento deve essere costante, cioè per 3-6 mesi continuativi e rivolto allo stesso turno (cioè l’obiettivo è di intervenire sullo stesso gruppo di lavoratori per 3-6 mesi). Se dopo un tot di volte che andiamo non abbiamo stabilito un contatto con nessuno, o stiamo sbagliando il modo in cui interveniamo o bisogna cambiare azienda. In generale dobbiamo partire dal fatto che se la situazione in uno stabilimento da 100 operai in su ci sembra di “calma piatta”, significa che dobbiamo noi imparare a vedere quello che ancora non siamo capaci di scorgere. Anche solo per effetto del corso delle cose, delle condizioni che i padroni stanno reintroducendo nelle fabbriche e dell’eredità della prima ondata della rivoluzione proletaria, nelle aziende da 100 operai in su la situazione è certamente di “fuoco che cova sotto la cenere” e, come ci ha insegnato la battaglia della Rational, in quelle da 20 operai in su lo è probabilmente;
f) bisogna dare seguito ai contatti che si instaurano: non solo invitarli alle nostre iniziative pubbliche, ma incontrarli per definire come sviluppare il rapporto;
g) vanno mobilitati sistematicamente collaboratori, simpatizzanti e contatti nella diffusione davanti alle aziende capitaliste e alle aziende e istituzioni pubbliche (in questo modo rafforziamo il loro legame con il Partito, permettiamo loro di comprendere come fare la propria parte per la rivoluzione socialista, di conoscere la situazione di altre aziende e “allargare i suoi orizzonti”, di legare con altri lavoratori, ecc.).

2.2 Seconda e terza fase: far crescere gli embrioni fino a farli diventare vere e proprie OO e OP e rafforzare le OO e OP nel loro ruolo nell’azienda e fuori dall’azienda. La seconda e la terza fase consistono nel promuovere la costituzione di OO e OP e nel rafforzarle assistendo passo dopo passo i loro esponenti nello sviluppo del ruolo della OO-OP a) anzitutto nel suo ambiente (azienda intesa come comunità aziendale di uomini e donne), b) in secondo luogo nel promuovere il ruolo della comunità aziendale, di cui la OO-OP è alla testa, nell’ambiente che la circonda e nell’intero paese (nazione).
Sono due passaggi concettualmente distinti ma nella realtà strettamente intrecciati: una OO-OP riesce ad andare oltre un certo livello della sua azione nell’azienda solo se si lega ad altre OO e OP, quindi se “esce dall’azienda” (avviandosi ad assumere il ruolo di nuova autorità pubblica).
Dove c’è un embrione di OO, non si tratta principalmente di incitare i lavoratori interessati a “costituire una OO che faccia questo e quello”. Così facendo li impantaniamo in una discussione se costituire o no una OO. Nessuno di loro probabilmente sa cos’è una OO, ha esperienza di OO né esempi da assumere a modello: anche quelli che conoscono l’esperienza dei Consigli di Fabbrica, li ammirano, li considerano un riferimento ideale (connesso a un glorioso passato in cui gli operai erano forti), neanche loro li assumono come una guida per la propria azione di oggi. Quindi è una discussione senza né capo né coda. È sbagliato porre ai lavoratori il compito di “costituire una OO che faccia questo e quello”. Si tratta invece di portare i lavoratori a costituirla di fatto: sostenere i suoi membri in quello che fanno, metterli in contatto con altri che in altre aziende fanno la stessa cosa, spingerli a privilegiare le iniziative che li portano avanti, verso un’azione più efficace e su scala più larga in modo che a un certo punto si troveranno ad aver formato una OO. A quel punto potremo (e dovremo) parlare di OO e dei compiti delle OO (perché prendano coscienza di sé e degli altri con i quali coordinarsi: imparare e insegnare, ecc.).
Dobbiamo quindi definire a) i passi che un particolare e concreto embrione di OO o una OO può fare e b) come indurlo a farli: se non riusciamo, vuol dire che abbiamo sbagliato o l’analisi o il metodo o le persone su cui abbiamo fatto leva.
Di seguito alcuni esempi di passi:
a) procurarsi o costruirsi (con un colpo di mano o gradualmente) l’indirizzario di tutti gli operai che lavorano nell’azienda e di fornitori e clienti. L’indirizzario di tutti i lavoratori (lavoratori che arrivano e lavoratori che partono, lavoratori a tempo indeterminato e lavoratori precari) serve alla OO-OP o embrione di essa per comunicare e fare interventi che raggiungono tutti, cosa che di per sé trasmette idea di forza e decisione. L’indirizzario di fornitori e clienti serve a capire se il padrone ha in cantiere piani di riduzioni, delocalizzazioni, chiusure, manovre speculative (avere il polso delle intenzioni del padrone) e quindi ad agire tempestivamente per prevenirli e contrastarli e favorisce l’azione degli operai che scendono in lotta per continuare la produzione in maniera autorganizzata (li aiuta a non dover cominciare da zero se il padrone chiude);
b) allarmare la popolazione della zona sui danni che provoca alle attività locali e alla popolazione la morte lenta di un’azienda di peso o di numerose piccole aziende;
c) ogni volta che c’è in ballo una fabbrica inquinante o di armi e qualcuno dice che bisogna chiuderla, propagandare su scala più ampia possibile che le aziende non si chiudono, si riconvertono (“inquinante è il capitalismo, non la lavorazione!”) e per questo bisogna associare la lotta per riconvertire o altra lotta specifica con quella generale per il GBP e il socialismo;
d) la realizzazione di un notiziario dell’azienda (come fanno i gruppi operai alla Piaggio, alla Continental, alla Electrolux e in altre aziende, anche se finora lo hanno fatto in misura ridotta e fermi soprattutto all’attività sindacale tradizionale): cosa succede nell’azienda, dove va (dove il padrone progetta, dove il padrone cerca di portare) l’azienda (che egli considera e tratta come sua proprietà, strumento del suo arricchimento), dove noi dobbiamo portare l’azienda, nuove produzioni, visite di clienti e fornitori, assunzioni e licenziamenti o dimissioni, variazioni nelle mansioni, ecc.;
e) la creazione di corrispondenti di reparto, che alimentano la OO-OP ed eventualmente ne fanno parte;
f) l’organizzazione di feste e assemblee aziendali, rivolte cioè agli operai dell’azienda e ai loro familiari. Il coinvolgimento dei familiari degli operai è parte integrante dell’azione di orientamento che una OO-OP esercita fuori dall’azienda e diventa fondamentale (un aspetto del “fronte interno”) nei momenti di lotta aperta;
g) la ramificazione della OO in OO di reparto (per le grandi aziende);
h) l’organizzazione di incontri (riunioni) periodici di OO e OP di una data zona, di un comparto produttivo, ecc.;
i) l’organizzazione di iniziative pubbliche fisse (circolo, palestra, ecc.) oppure occasionali (festa, banchetto, ecc.) in azienda.

3. Lotte dei lavoratori e del resto delle masse popolari per i loro interessi immediati e ruolo dei comunisti. Le lotte che i lavoratori e il resto delle masse popolari conducono per difendere e migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro, cioè per i loro interessi immediati, comprendono
a) sia le lotte rivendicative, in cui è prevalente la pressione sul singolo padrone o sulle associazioni padronali per strappare salari e condizioni di lavoro (e generali) migliori o per difendere diritti e conquiste (lotte rivendicative sindacali) oppure la pressione sul governo e su altre autorità della Repubblica Pontificia per imporre leggi e misure a favore delle masse popolari o per contrastare leggi e misure che le danneggiano (lotte rivendicative politiche);
b) sia le lotte di conquista, in cui è prevalente l’atto di forza e l’azione autonoma dalla borghesia, dalle sue istituzioni e dal suo mercato: occupazione di case, immobili e terreni, non pagamento di imposte, ticket, bollette e multe, spese proletarie, autogestione (di aziende, di reparti di ospedali o di presidi sanitari, di scuole, di spazi occupati), recupero di zone e situazioni degradate.
Anche in un contesto di crisi generale del capitalismo è possibile, a determinate condizioni, in una certa misura e con risultati precari, vincere singole lotte: ogni risultato immediato che i lavoratori riescono a strappare ai padroni e alle loro autorità è importante, ben venuto e va valorizzato connettendolo ad altri e propagandandolo. Ma più importante ancora è che la lotta rafforzi l’organizzazione ed elevi la coscienza dei lavoratori e delle masse popolari, la loro fiducia in se stessi e la determinazione a combattere e a vincere. Questo fa “montare la maionese” della lotta di classe, fa avanzare la rivoluzione socialista che porrà fine al catastrofico corso delle cose che la borghesia imperialista impone nel nostro paese come nel resto del mondo.

3.1 Il compito dei comunisti. In ogni lotta e ogni protesta che appoggiamo o promuoviamo, quale che sia il risultato pratico immediato, il compito di noi comunisti consiste nel
– fare in modo che essa faccia sorgere un’organizzazione operaia o popolare formata da uno, due, tre o più persone che opera con continuità, continua a esistere anche quando la lotta o la protesta è finita,
– individuare per ogni OO e OP le iniziative che – stanti le forze e le risorse intellettuali, morali e pratiche (uomini, conoscenze, relazioni, risorse finanziarie e mezzi di mobilitazione, di convinzione e di costrizione) di cui già dispone – è in grado di prendere e che accresceranno le sue forze e risorse e allargheranno e rafforzeranno la sua influenza e autorità; le persone che è in grado di reclutare; le relazioni che è in grado di sviluppare; gli appigli che il contesto presenta su cui è in grado di far leva e di cui è in grado di giovarsi; le brecce che il campo nemico presenta in cui è in grado di infiltrarsi e attraverso cui è in grado di irrompere e grazie alle quali è in grado di acuire le contraddizioni tra i nemici,
– mobilitare la sinistra dell’organismo ad agire, a sfruttare le possibilità d’azione che abbiamo individuato e via via educarla a individuarle essa stessa,
– fare in modo che ogni lotta serva a lanciare un’iniziativa di livello superiore (per il raggio d’azione, per il numero di elementi delle masse popolari che coinvolge, per le contraddizioni che apre nel campo nemico, per gli obiettivi che persegue, ecc.); ogni lotta vinta va fatta diventare la base per una lotta di livello superiore (alimentare il movimento per la trasformazione generale del paese): questa è anche la migliore garanzia che la vittoria conseguita con la singola lotta non venga rimessa in discussione e vanificata,
– reclutare gli elementi migliori di ogni OO e OP e fornire a ognuno le conoscenze e i mezzi per crescere e diventare comunisti.

3.2 Propagandare e far valere praticamente gli insegnamenti della battaglia della Rational di Massa
a) Quando un gruppo anche molto piccolo di operai si organizzano, prendono in mano l’iniziativa e scendono in lotta, trascinano anche il resto delle masse popolari e costringono gli esponenti dei sindacati, delle istituzioni e dei partiti borghesi a rincorrerli e a mobilitarsi in loro sostegno (chi per non perdere o per cercare di guadagnare seguito e voti tra le masse, chi per timore che “l’incendio si propaghi”, chi per regolare i conti o fare le scarpe ai concorrenti, chi perché è sinceramente preoccupato e indignato di come vanno le cose e aspira a che vadano meglio). È un insegnamento da portare con forza agli operai che vogliono reagire alla morte lenta, alla chiusura, ecc. e che sono intralciati dalla sfiducia di poterlo fare. È una lezione utile anche con gli esponenti di Rete dei Comunisti, di Potere al Popolo e altri che vanno dicendo che gli operai italiani non sono combattivi perché nel nostro paese prevalgono le piccole e medie aziende (e che la rivoluzione socialista non è possibile perché non ci sono più le aziende con decine di migliaia di operai e la classe operaia è frammentata): è vero che non ci sono quasi più in Italia aziende che concentrano in uno stesso stabilimento decine di migliaia di operai, ma la battaglia Rational dimostra che se ben orientato anche uno sparuto gruppo di operai può diventare, in una situazione di crisi come quella odierna in cui il fuoco cova sotto la cenere e lo scontento e il malessere sono diffusi se non universali, un focolaio di incendio. Quindi dei comunisti degni di questo nome si occupano di come farle diventare tali, non vanno in giro a lagnarsi che non ci sono più aziende di decine di migliaia di lavoratori.
b) Quanto prima gli operai si organizzano (formano una OO), tanto più possono prevenire o comunque far fronte alle decisioni del padrone di ridurre, avviare a morte lenta o chiudere: organizzarsi a ridosso della chiusura o a chiusura dichiarata è un elemento di debolezza.
c) Fin dall’inizio bisogna tenere le posizioni in azienda, cosa meno difficile se da tempo esiste già una OO. Alla Rational è stato un grave errore abbandonare locali e piazzale, non tenere in funzione gli impianti e gli allacciamenti, non dare continuità alla produzione (eventualmente producendo a ritmo ridotto): la continuità della produzione è un elemento di forza per i lavoratori e di pressione e mobilitazione su istituzioni, sindacati, ecc.
d) Ogni lotta per gli interessi immediati ha un fronte esterno, che comprende 1. gli alleati (sia fidati sia oscillanti) nel campo delle masse popolari, 2. gli esponenti dei sindacati di regime, delle istituzioni e dei partiti borghesi che gli operai costringono a mobilitarsi in loro sostegno, 3. i nemici di classe, e un fronte interno, che comprende 1. il gruppo operaio che si mette alla testa della lotta, 2. i loro familiari, 3. gli altri lavoratori dell’azienda. Ognuno di essi va curato e sviluppato con iniziative persistenti adeguate, concatenate e sinergiche, che variano a seconda della fase della lotta.
e) Preparare a ogni tappa le condizioni soggettive per la tappa successiva e, se prevalgono comunque linee arretrate, portare gli operai a tirare il bilancio dell’esperienza per definire come avanzare.
f) È sbagliato lasciar morire una lotta di morte lenta. Una battaglia capita di perderla, ma in questo caso bisogna ritirarsi per tempo e in buon ordine, valorizzando le forze che abbiamo raccolto, spiegando a sé e agli interessati perché ci ritiriamo. Non aspettare che ognuno si disperda per conto suo, cercando ognuno una soluzione individuale per conto suo. Dirigere significa saper vincere, ma bisogna dirigere anche quando si perde, bisogna anche saper perdere: in una lunga guerra imparare a perdere una battaglia salvaguardando le forze è importante quanto imparare a sfruttare ogni vittoria, raccogliere le forze e rilanciare.
g) La lotta contro la chiusura di un’azienda ha un lato politico e un lato tecnico che vanno combinati sulla base dell’obiettivo concreto che la lotta prende. Nella battaglia Rational avevamo fissato chiaramente che la costituzione della cooperativa era ed è una lotta, cioè una questione di rapporti di forza che instauriamo: questo è il lato politico della costituzione della cooperativa. Non avevamo però fissato con sufficiente chiarezza e non abbiamo curato da subito che avanzasse anche il lato tecnico della battaglia Rational quando essa ha imboccato la strada della costituzione della cooperativa: l’aspetto produttivo (organico: quanti lavoratori la cooperativa può impiegare da subito e quanti può arrivare a impiegarne, orari e turni di lavoro, macchinari, locali, ecc.), commerciale (quali clienti, quali fornitori), finanziario (soldi necessari per avviare l’operazione, dove e come reperirli, ecc.). Senza parte tecnica non si tiene in piedi un’azienda, tanto meno si mette in piedi una cooperativa. È vero che a occuparsi del lato tecnico c’è il pericolo di fare una cooperativa nicchia o clientelare, però chi non risica non rosica: anche i comunisti russi hanno corso dei rischi mettendo a contribuzione i tecnici borghesi nelle aziende sovietiche o gli ufficiali zaristi nell’Armata Rossa, ma se non avessero osato correre questi rischi, i comunisti russi non avrebbero ricostruito il paese dopo la prima guerra mondiale e la guerra civile né avrebbero fermato e poi sconfitto i nazisti.
h) Se gli operai tengono l’iniziativa in mano, possono avvalersi del supporto, dell’aiuto e della solidarietà di numerosi tecnici esperti in campi diversi: mobilitano e dirigono, raccolgono forze e risorse.
i) Non nascondere le difficoltà di una lotta, ma anzi illustrarle, indicare come i lavoratori coinvolti hanno fatto fronte ad alcune di esse e cosa possono fare per far fronte ad altre e a quelle che restano aperte, usando anche le difficoltà per promuovere gli insegnamenti e la linea del Partito (dall’importanza di organizzarsi per tempo senza aspettare di essere sotto attacco, al fatto che il problema del lavoro non si risolve procedendo in ordine sparso fabbrica per fabbrica ma che ogni lotta è una battaglia all’interno di una guerra per costituire il GBP).

4. Lavoro sulle OO e OP e cinque questioni di ordine generale. Per sviluppare in modo efficace questo lavoro sulle OO e OP dobbiamo tenere conto e trattare in modo pratico (cioè per decidere quali iniziative concretamente mettere in campo) cinque questioni di ordine generale.

4.1 Ci sono aspetti della realtà attuale diversi da quelli della prima metà del secolo scorso in cui hanno operato i comunisti che sono venuti prima di noi (quindi anche per usare proficuamente i loro insegnamenti nel lavoro sulle OO e OP, bisogna tenere conto di queste diversità, cioè essere materialisti dialettici e non dogmatici).
a) Nella prima metà del secolo scorso, grazie alla Rivoluzione d’Ottobre, alla creazione dell’Unione Sovietica di Lenin e Stalin e all’ondata di lotte e rivoluzioni che avevano suscitato in tutto il mondo, c’era già negli operai la fiducia che essi potevano risolvere la crisi generata dal capitalismo e, almeno la parte avanzata e attiva della classe operaia, era conquistata al comunismo. Questa è la differenza sostanziale tra la crisi generale in corso in cui l’umanità è coinvolta ora e quella degli anni ‘20 e ‘30.
A seguito del declino del movimento comunista, dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria e del crollo o del cambio di colore dei primi paesi socialisti, questa fiducia oggi è venuta meno (e la parte attiva e almeno in qualche misura pensante della classe operaia e delle masse popolari non è ancora con noi comunisti, è influenzata più dalla sinistra borghese di vecchio o di nuovo tipo che da noi comunisti): dobbiamo crearla di nuovo. Ogni battaglia particolare, se condotta bene, contribuisce a crearla. Il risultato generale, universale, che dobbiamo perseguire è la fiducia degli operai in se stessi, nella loro iniziativa collettiva, nel P.CARC e nella Carovana del (n)PCI. La fiducia rinascerà man mano che li conduciamo a vincere lotte, anche piccole, ma facendo comprendere di ognuna il ruolo politico, universale e storico: cioè che ogni singola lotta per vincere deve contribuire a cambiare il governo del paese, è parte di un movimento di resistenza che coinvolge tutte le classi e i popoli oppressi e che darà origine all’instaurazione del socialismo e a una nuova era della storia dell’umanità. Nel ricreare questa fiducia, hanno un ruolo importante anche se ausiliario le iniziative culturali rivolte agli operai e agli altri lavoratori avanzati: sul presente, sul passato e internazionaliste. Elevare tra gli operai e gli altri lavoratori avanzati la fiducia in se stessi è un aspetto indispensabile della nostra opera, tanto più in un contesto in cui la sinistra borghese (nelle sue varie articolazioni) si profonde in lamentele e denunce sulla “cattiveria del governo, dei padroni e delle istituzioni della comunità internazionale” e semina illusioni in un impossibile ritorno al passato del “capitalismo dal volto umano”, alimentando in questo modo rassegnazione e disfattismo.
b) La resistenza delle masse popolari agli effetti della crisi si sviluppa spontaneamente, cioè sulla base della coscienza diffusa con cui le masse popolari si ritrovano (senso comune), delle relazioni tra esse esistenti prodotte dalla loro collocazione sociale e dalla storia che hanno alle spalle, reagendo alle circostanze con i mezzi di cui dispongono e senza coscienza, neanche nei suoi elementi più avanzati, del ruolo politico e tanto meno del ruolo universale e storico della resistenza stessa. Per assolvere al compito di rafforzarla, coordinarla e farla diventare una forza politica, dobbiamo partire dal fatto che il movimento spontaneo dei lavoratori e del resto delle masse popolari oggi, a differenza del movimento spontaneo di cui parla Lenin nel Che fare? (1902), risente (in positivo e in negativo) del lascito della prima ondata e del lascito del periodo del capitalismo dal volto umano e che oggi il senso comune delle masse popolari è diverso da quello delle masse popolari della prima metà del secolo scorso. In negativo risente del declino complessivo del movimento comunista, del crollo dei primi paesi socialisti, del regime di controrivoluzione preventiva. In positivo tutto quello in cui oggi, in termini di coscienza e mentalità, si traduce l’esperienza delle conquiste della prima ondata, lavora a nostro favore: all’inizio del secolo scorso, ad esempio, era normale anche nei paesi imperialisti che i ricchi usufruissero di cure mediche all’altezza delle conoscenze e dei mezzi esistenti e gli altri si arrangiassero e anche la scienza medica era al livello a cui era; oggi il fatto che la sanità sia una merce che chi ha i soldi si può permettere e gli altri si arrangiano, è considerato anche secondo il senso comune un’ingiustizia e un arretramento insopportabile, tanto più visto il livello raggiunto dalla scienza medica e le conseguenze che ha il fatto di non potersi curare in un contesto in cui il grosso della popolazione vive a stretto contatto in grandi città. E questo vale in mille altri settori: istruzione, igiene, pensioni, ferie, standard di vita, donne, bambini. L’implacabilità della crisi generale e le contraddizioni tra gruppi della borghesia imperialista lavorano a nostro favore.
c) Oggi le fabbriche sono diverse da quello che erano fino agli anni ’70 del secolo scorso. Fino all’inizio della seconda crisi generale, per i lavoratori e anche per la borghesia le fabbriche erano gruppi di lavoratori che producevano delle cose. Erano comunità di operai che lavoravano insieme e vivevano nelle vicinanze, per cui si trovavano al bar, nella sezione del PCI, nella cooperativa, ecc.: gli operai si vedevano e si associavano in fabbrica e fuori.
Già nel corso della prima ondata i padroni si sono resi conto (negli USA molto prima che altrove: Gramsci lo illustra in Americanismo e Fordismo – Quaderno 22) che tutto questo era un pericolo per loro e man mano che la prima ondata della rivoluzione proletaria si esauriva, hanno via via cercato di dissolverlo: hanno creato le zone industriali (che allontanano le fabbriche dalle abitazioni); gli operai di una fabbrica vengono dai quattro cantoni di una regione (lavoratori pendolari) per cui si trovano a lavorare ma non si conoscono tra loro; l’organizzazione dei turni di lavoro, degli orari di mensa, delle pause, degli spazi è fatta in modo che gli operai si incontrino il meno possibile tra di loro; il processo di assunzione è stato individualizzato e i contratti differenziati (molteplicità dei contratti, subappalti, interinali, a tempo indeterminato e a tempo determinato, lavoratori subordinati e parasubordinati).
Siamo passati dalla fabbrica-comunità alla fabbrica-supermercato a cui tendono i padroni: una struttura in cui ogni singolo lavoratore viene ammesso (quando e finché il padrone ne ha bisogno) a vendere la sua forza-lavoro che il padrone gli remunera con contratto aziendale o addirittura individuale. È un rapporto tra il singolo lavoratore e l’azienda. Questo è favorito dalla globalizzazione per cui in una fabbrica arriva un semilavorato che poi va in un’altra fabbrica all’altro capo del mondo, con una più spinta divisione del lavoro tra azienda e azienda anche dello stesso gruppo finanziario o di altri e con la moltiplicazione infinta dei trasporti e dell’annesso inquinamento (smembramento delle aziende).
Organismi e intellettuali anche sedicenti comunisti sostengono che a causa di queste trasformazioni la classe operaia non può avere il ruolo politico che ha avuto nel passato. Noi comunisti invece dobbiamo tenere conto di queste trasformazioni e trovare i modi per fare delle OO e OP di azienda i dirigenti di una comunità di lavoratori che trasforma la dispersione in un fattore di forza, in canale di contagio e di egemonia e direzione territoriale.
Le forme del nostro lavoro devono adeguarsi alle forme di funzionamento attuale delle aziende. Noi comunisti partiamo dalla situazione com’è e la nostra linea deve far fronte agli effetti che le diverse tipologie contrattuali e la frammentazione hanno sulla coscienza e sull’organizzazione embrionale della classe operaia, allo stesso modo in cui i comunisti della prima ondata e prima ancora quelli della I e II Internazionale hanno fatto fronte agli effetti che avevano il legame con il mondo contadino di provenienza degli operai (quindi l’influenza dei preti, il fatto che molti oltre a lavorare in fabbrica continuavano a coltivare i campi), il cottimo, il lavoro a domicilio.

4.2 Il nostro lavoro sulle OO e OP è intrecciato alla lotta ideologica contro le idee, concezioni e linee della sinistra borghese e dei gruppi che impersonano deviazioni dal movimento comunista, posizioni che influenzano negativamente i lavoratori avanzati: economicismo, “partito operaio indipendente”, concezione da “nicchia”, ecc. Per condurla efficacemente, dobbiamo trattare in modo diverso da una parte le idee, concezioni e linee sbagliate degli esponenti della sinistra borghese (e che, al di là dei propositi dei loro sostenitori, sono tentativi di distogliere le masse popolari dalla lotta rivoluzionaria) e dall’altra le arretratezze e ingenuità dei lavoratori avanzati: le prime rispecchiano la condizione di una classe che è intermedia tra borghesia e proletariato, mentre le seconde sono un modo di esprimere una lotta che può svilupparsi e crescere.

4.3 L’individuazione e lo sviluppo degli embrioni in OO e OP e la cura del rafforzamento e dell’orientamento di OO e OP sono questioni strettamente legate al lavoro interno del P.CARC, in particolare alla formazione di compagni 1. che fanno inchiesta con il materialismo dialettico e 2. che definiscono nel particolare la linea d’intervento e la applicano concretamente con il materialismo dialettico.
Senza questo lavoro interno, il lavoro sulle OO e OP è impossibile, resta predicazione, buona intenzione, fonte di frustrazioni: riusciamo anche a individuare embrioni di OO e OP (la prima delle tre fasi), ma poi non sappiamo “cosa farcene” (la seconda e la terza fase) e si disperdono.

4.4 Lotta per la sovranità nazionale contro la distruzione dell’apparato produttivo e la globalizzazione. Una OO che cerca di impedire la chiusura della fabbrica, pone giustamente il problema che produce un pezzo che viene assemblato a Singapore da un’altra azienda che lavora per una multinazionale con sede in Olanda: cioè se l’altra azienda non compra il suo pezzo, la sua fabbrica non ha futuro. La globalizzazione rende in sostanza impossibile la salvezza individuale della singola fabbrica: il capitalismo ha fatto di ogni azienda un nodo di una rete non solo nazionale ma anche internazionale da cui riceve e a cui dà (materie prime, semilavorati, materiale ausiliario, pezzi di ricambio, energia). Quindi la singola fabbrica si salva solo con una riorganizzazione generale dell’economia e delle relazioni politiche interne e internazionali del paese e costituendo il governo che la promuove. Nell’ambito di una simile riorganizzazione dell’economia del paese o alla fabbrica vengono assicurati sbocchi per il suo attuale prodotto o la fabbrica viene convertita ad altre produzioni necessarie per l’uso all’interno del paese e alle sue relazioni (scambio, collaborazione e solidarietà) con altri paesi.
Lotta per la sovranità nazionale significa rottura dell’attuale globalizzazione che è apertura del mondo intero alle scorrerie dei gruppi monopolistici industriali e finanziari, oppressione di gran parte del mondo da parte della comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti, devastazione dell’ambiente, distruzione dell’apparato produttivo di interi paesi. È possibile romperla, come fatto nel secolo scorso con le autarchie e le guerre, come fanno alcuni Stati imperialisti con le sanzioni. La globalizzazione non è un processo irreversibile: nel secolo scorso si è passati dalla mondializzazione all’autarchia introdotta da vari paesi (in preparazione della guerra, cioè per rendersi autonomi da paesi nemici, e a scapito delle masse popolari, come fatto dai regimi fascisti e nazisti; per sottrarre le masse popolari e il paese nel suo insieme al boicottaggio, al blocco economico e all’aggressione economica e commerciale delle potenze imperialiste, come fatto dal governo sovietico) e poi ancora alla mondializzazione. Come la rompiamo? Non “tornando alle caverne” o isolandoci dal resto del mondo, ma con la conversione industriale e con la creazione di nuovi sbocchi e canali attraverso le relazioni di solidarietà, collaborazione o scambio con altri paesi e per usi interni, quelli correnti e quelli nuovi. È una rottura che sicuramente comporta lo sconvolgimento di relazioni commerciali esistenti e della divisione del lavoro che quella globalizzazione ha prodotto. Bisognerà in molti casi, in ogni caso in cui risulterà necessario, riconvertire e ristrutturare, cambiare il tipo di prodotto e servizio; molti uomini dovranno convertirsi ad altre attività.
La lotta contro la vendita dell’apparato produttivo a gruppi multinazionali è un ingrediente della lotta per la sovranità nazionale contro la globalizzazione e, in questa fase, è anche il terreno su cui incalzare (costringerli o ad avanzare o a smascherarsi) i promotori della mobilitazione reazionaria che inalberano la bandiera del “prima gli italiani”. I gruppi multinazionali prendono conoscenze (know-how), avviamento industriale, struttura di ricerca e poi delocalizzano in paesi dove possono avvalersi di lavoratori con meno diritti e di leggi di protezione dell’ambiente e della sicurezza più permissive o dove realizzano altri obiettivi economici o politici. Se lasciamo andare avanti le cose come i capitalisti le stanno facendo andare, diminuirà l’occupazione nelle industrie. In questo modo l’apparato produttivo del paese negli ultimi 10 anni ha già perso il 25% delle sue potenzialità.
Quelli che, atteggiandosi da “sinistri”, dicono che un padrone è sempre un padrone, italiano, giapponese o americano che sia, se sono in buona fede, vuol dire che non hanno nessuna fiducia di poter prendere in mano il paese. Quelli che capiscono che bisogna impadronirsi del potere, hanno chiaro che a impadronirsi del potere quando l’apparato produttivo è distrutto all’80% centro, ci si trova peggio che a impadronirsi del potere quando l’apparato produttivo è stato distrutto solo al 25%. Gli operai “non hanno nazione” nel senso che sono per la collaborazione e la solidarietà tra operai di paesi e nazioni diverse, ma sono assolutamente contrari all’asservimento del singolo paese al sistema imperialista mondiale e alla libertà di scorreria dei gruppi imperialisti. L’internazionalismo proletario non è e non è mai stato lasciare via libera all’asservimento del proprio paese al sistema finanziario internazionale e alle scorrerie dei gruppi imperialisti.

4.5 Industria 4.0. L’elevazione della produttività del lavoro (la diminuzione del tempo di lavoro e la sua semplificazione), il risparmio di energia e materie prime, il miglioramento del prodotto sono obiettivi che nel socialismo perseguiremo con energia infinitamente maggiore che nel capitalismo a vantaggio della partecipazione universale alle attività di gestione della società e alle altre attività specificamente umane. Invece i capitalisti per loro natura (far produrre per moltiplicare il proprio denaro) fanno di ogni aumento della produttività e di ogni miglioramento della tecnica e della scienza la causa di esclusione, di esuberi, di degrado, di costrizione a farsi imprenditori di se stessi in mille “lavoretti” ai margini o negli interstizi della società. La trasformazione che i capitalisti e i loro servi abbelliscono e rendono misteriosa con l’espressione “Industria 4.0” non è altro che questo processo, processo che rende la rivoluzione socialista ancora più necessaria. La sinistra borghese, siccome non vede oltre l’orizzonte del capitalismo, denuncia e dipinge a tinte fosche gli effetti dell’aumento della produttività del lavoro. Noi comunisti dobbiamo mobilitare i lavoratori a organizzarsi per a) tenere in funzione ogni azienda che produce beni e servizi utili, impedirne lo smembramento, l’esternalizzazione, la riduzione e la delocalizzazione, ristrutturare e destinare a nuove attività le aziende che producono cose dannose, riconvertire le aziende che inquinano; b) assumere a tempo indeterminato i precari e i lavoratori in somministrazione e sviluppare l’attività dell’azienda; c) fare di ogni azienda un centro che promuove e organizza lavori oltre i suoi tradizionali campi di attività: un centro per i lavori di manutenzione e miglioramento del territorio, delle strutture, delle infrastrutture e di messa in sicurezza e a norma degli edifici pubblici e delle abitazioni private, di recupero degli edifici vuoti e abbandonati al degrado. Ogni azienda deve diventare un centro che mobilita tutta la forza lavoro disponibile nella zona eliminando il degrado di quartieri e città e quindi prosciuga i serbatoi della malavita organizzata, i focolai di altre attività criminali e la fonte principale dell’insicurezza generale: quello che gli scimmiottatori del fascismo del secolo scorso (e Salvini al loro seguito) credono di eliminare con più polizia, più galere, più DASPO, imitando quanto fatto da Minniti e dai suoi predecessori contro gli immigrati e gli emarginati.

La lotta per costituire il GBP e da lì avanzare verso l’instaurazione del socialismo poggia sul fatto che noi impariamo a reperire e far emergere gli embrioni di OO e OP di azienda, a farli crescere e diventare vere e proprie OO e OP, a individuare, indicare e portare la sinistra delle OO-OP a fare i passi che portano le OO-OP ad agire da nuove autorità pubbliche all’interno e all’esterno delle aziende. Noi abbiamo constatato che embrioni di OO e OP ci sono in ogni azienda (unità produttiva) di una qualche dimensione, ma non abbiamo ancora un’esperienza tipo di sviluppo di OO e OP che faccia scuola. Quindi dobbiamo anzitutto fare alcune esperienze tipo, mobilitando compagni che si mettano a sperimentare dedicandoci il tempo e l’energia che richiede. Sulla base di queste esperienze tipo tracceremo linea e metodi che estenderemo in tutto il Partito.
È progredendo nel fare questo lavoro che noi comunisti diventiamo la nuova classe dirigente delle masse popolari o, detto in altri termini, diventiamo comunisti di tipo nuovo, quelli cioè che dirigono le masse popolari a fare quello che non sanno fare e che da sole non farebbero e non più quelli che sono solo i migliori esponenti delle masse popolari (ossia che fanno quello che le masse popolari già da sole fanno, ma lo fanno meglio).

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Le OO e OP di azienda sono la premessa indispensabile per perseguire con prospettive di successo qualsiasi obiettivo di progresso e civiltà (relazione aggiornata della Responsabile nazionale del Lavoro Operaio e sindacale al V Congresso del P.CARC del gennaio 2019)

Il fattore fondamentale per cambiare il corso delle cose è la formazione nelle aziende capitaliste di organizzazioni operaie (e nelle aziende e istituzioni pubbliche di organizzazioni popolari) composte da membri di diversi sindacati o anche non iscritti a nessun sindacato che si occupano delle loro aziende (della salvaguardia delle aziende studiando, in collegamento con esperti affidabili, quale è il futuro migliore per ognuna di esse, quali beni e servizi può produrre che sono necessari alla popolazione del paese o agli scambi con altri paesi, predisponendo in tempo le cose, prevenendo le manovre padronali per ridurle, smembrarle, chiuderle o delocalizzarle), escono dalle aziende, si coordinano con altre organizzazioni operaie (OO) e popolari (OP), sono orientate a formare un loro governo e agiscono da subito come nuove autorità pubbliche, cioè come centri di orientamento e direzione del resto delle masse popolari.
È una questione che riguarda solo il P.CARC? No! È una questione che riguarda tutti i comunisti, tutti i sinceri democratici che sono per cambiare la situazione in senso favorevole alle masse popolari (da quelli che vogliono “attuare la Costituzione del 1948 a quelli che vogliono “rompere le catene dell’UE”), tutti i lavoratori che vogliono difendere con qualche prospettiva di successo lavoro e diritti.
L’azione per formare nuove OO e OP, sostenere le iniziative di quelle esistenti, rafforzarle, coordinarle e orientarle a costituire un proprio governo di emergenza è il metro di misura (l’indice) della serietà delle loro intenzioni. Detto terra terra: è il metro di misura che le loro non sono né chiacchiere da salotti televisivi o per carpire voti né, nel migliore dei casi, propositi buoni ma velleitari. E allo stesso tempo è lo strumento indispensabile per perseguire con prospettive di successo qualsiasi obiettivo di progresso e civiltà.
1. Per i comunisti le organizzazioni operaie e popolari sono per l’Italia, un paese imperialista del XXI secolo, quello che i soviet furono per la Russia. Inizialmente i soviet erano organizzazioni di lotta (combinavano rivendicazioni, denunce, proteste e rivolte). Il loro ruolo cambiò progressivamente man mano che il partito comunista assumeva la direzione della mobilitazione popolare. Nei soviet non c’erano solo comunisti, anzi per tutta una fase la maggioranza dei componenti erano affiliati o comunque legati, direttamente o idealmente, ideologicamente, ai menscevichi, ai socialisti rivoluzionari, agli anarchici e molti erano i senza partito. La funzione rivoluzionaria dei soviet, cioè il ruolo di consigli rivoluzionari, di centri locali del nuovo potere, si incarnò grazie alla politica rivoluzionaria del partito comunista che li concepiva come la nuova struttura del potere politico attraverso cui il proletariato esercitava la sua dittatura.
Qualcuno obietterà che il contesto e le condizioni economiche, politiche e sociali fra la Russia dell’inizio del secolo scorso e quelle del nostro paese oggi sono estremamente diverse. Ma questo non è di ostacolo alla rivoluzione socialista, anzi il livello di conoscenze, di alfabetizzazione, di coscienza della società, di esperienza è oggi più diffuso e di gran lunga superiore fra la classe operaia del nostro paese che fra la massa di contadini e i relativamente pochi operai della Russia zarista. Per quanto riguarda le condizioni oggettive, il capitalismo ha enormemente sviluppato le forze produttive e il loro carattere collettivo. Questo rende più facile per gli operai assumere la direzione dell’intero paese e anche fare di ogni azienda un centro locale del loro potere.
Qualcuno obietterà che non ci sono più le grandi fabbriche che riunivano decine di migliaia di lavoratori. Vero, ma la lotta della Rational di Massa ci ha insegnato che anche un piccolo gruppo di 20 operai se diretti dai comunisti può mettere in moto un processo che va ben oltre la loro azienda, che infonde coraggio e fiducia nella classe operaia e nel resto delle masse popolari del territorio, che favorisce la nascita di altre OO e OP, che alimenta il coordinamento con altre OO e OP, che costringe la sinistra borghese e anche pezzi delle Larghe Intese ad attivarsi, ecc. Quindi, il problema vero e decisivo è che i comunisti imparino a intervenire sulle organizzazioni operaie e popolari esistenti, a riconoscere embrioni di organizzazioni operaie e popolari da far sviluppare e crescere.
2. A chi si propone di “attuare la Costituzione del 1948” pongo delle semplici domande: chi ha sabotato l’applicazione della Costituzione? Perché l’ha avuta vinta? Chi ha l’interesse e la forza per dare piena attuazione alla Costituzione? Quanti oggi onestamente (e con conoscenza delle cose) propongono la “attuazione della Costituzione” devono anzitutto indicare (è un indice indispensabile che i loro propositi non sono solo chiacchiere per carpire voti e fiducia) le cause e i responsabili delle violazioni e della non attuazione della Costituzione, chi e perché era interessato a violare e non attuare, perché non si tratta di cose successe per distrazione o cadute dal cielo: sono la conseguenza di precisi e potenti interessi e quindi devono indicare come intendono neutralizzarli. Attuare la Costituzione significa entrare in guerra con i cosiddetti “poteri forti” nostrani (la Corte vaticana, che è il governo di fatto, irresponsabile, occulto e di ultima istanza che dirige il governo ufficiale della Repubblica, la Confindustria e le altre organizzazioni padronali, le organizzazioni criminali, gli imperialisti USA ed europei, i gruppi sionisti, cioè i vertici della Repubblica Pontificia e la comunità internazionale di cui fanno parte). Dunque con i mandanti dei governi (da quello Berlusconi a quelli del Centro-sinistra, fino ad arrivare a quello di Renzi e di Gentiloni) e delle forze politiche (da Forza Italia al PD con i loro satelliti) che negli ultimi quarant’anni hanno continuato su grande scala e spudoratamente l’opera di aggiramento e violazione della Costituzione che il regime democristiano aveva condotto per decenni. Chi ha l’interesse e la forza per condurre e vincere questa guerra, chi ha l’interesse e la forza per applicare su ampia scala la Costituzione, a partire dall’art. 1 “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”?
3. Per chi vuole “rompere le catene dell’UE e dell’Euro” (ristabilire una piena “sovranità nazionale”). Rompere le regole stabilite dalle autorità europee significa avere il coraggio e darsi i mezzi per sfidare le istituzioni europee ad aprire la procedura per infrazione delle loro regole. Essa comporta multe per alcuni miliardi di euro: sembra una cifra enorme, ma se la paragoniamo a quella che lo Stato italiano ogni anno versa alla Commissione Europea e che ogni anno spende per gli interessi sui titoli del debito pubblico, per i servizi al Vaticano e alla sua chiesa, per le missioni di guerra, ecc. è una cifra irrisoria. Ed è sufficiente non pagare. L’UE passa dalle minacce ai ricatti, tipo “la procedura di infrazione e il non pagamento delle multe UE fa alzare l’interesse che il sistema finanziario esige per acquistare i titoli del debito pubblico che lo Stato mette in vendita per rimborsare quelli che vengono a scadenza, fa aumentare la differenza con l’interesse pagato dal governo federale tedesco per i titoli del suo debito, il cosiddetto spread”? Allora lo Stato italiano può non pagare i titoli del debito pubblico che arrivano a scadenza (si chiama “consolidare il debito pubblico”)! Il problema diventa enorme per i possessori dei titoli che non riscuotono i rimborsi e per quelli che aspettavano la vendita di nuovi titoli per collocare i loro soldi (che, stante la sovrapproduzione di capitale, non investono nella produzione di merci, cioè nell’economia reale). O vengono a più miti consigli o boicotteranno le relazioni finanziarie e commerciali del nostro paese. Che effetti avrebbe questo sull’economia reale, quella che produce beni e servizi? Dipende da chi gestisce l’economia reale. Se è gestita dai capitalisti stessi è una rovina, ma se vi è un governo che è diretta emanazione delle organizzazioni operaie e popolari e che le sostiene nella loro azione come sostituti degli attuali dirigenti delle aziende del paese, allora il paese può procedere perseguendo a) la piena occupazione, b) la conversione delle aziende che producono merci inutili e dannose, c) la messa in sicurezza delle aziende inquinanti, d) la bonifica dei territori, ecc. Ma simili OO e OP non ci sono che in pochi casi, dirà qualcuno. Vero, ma è l’unico retroterra che può sostenere un governo che rompe le regole (le catene) delle istituzioni UE e quindi il retroterra che un governo che intende realmente rompere le catene deve darsi.

“I collettivi di base (consigli) devono assumere la direzione delle rispettive unità produttive. La direzione dell’unità produttiva comprende
– la gestione dell’attività produttiva, il coordinamento produttivo (acquisizione delle forniture e consegna dei prodotti) con le altre unità produttive sulla base del Piano Economico Nazionale che sarà elaborato dal Consiglio dell’Economia Nazionale che fa parte del governo centrale del paese, la collaborazione su ogni piano e in ogni campo con le altre unità produttive, il censimento delle risorse e la contabilità;
– la gestione dell’attività politica, culturale, ricreativa, organizzativa, ecc. dei lavoratori e della loro azione sul territorio: iniziative aperte alle masse popolari del territorio o svolte sul territorio come mense, asili, scuole, spettacoli, ecc.;
– la riorganizzazione della vita e dell’attività dei lavoratori e delle rispettive famiglie, sulla base della partecipazione di tutti gli adulti abili al lavoro (in particolare delle donne) nella misura delle loro forze e capacità: partecipazione dei lavoratori alla direzione e all’organizzazione dell’unità produttiva, attività cultuale, formazione politica, partecipazione all’attività politica interna ed esterna all’unità produttiva, partecipazione alle attività territoriali e nazionali, rapporti con le altre unità produttive e con le altre istituzioni” (Un futuro possibile, M. Martinengo ed E. Mensi,Edizioni Rapporti Sociali – 2011).

4. Per chi è a favore del governo Conte 2 (e prima di quello Conte 1). Il problema, anche quando si tratta di misure positive per le masse popolari, è che la loro esecuzione è affidata a organismi che non sono mobilitati ad attuarla e per lo più sono addirittura incapaci di attuarla, organismi che per muoversi attendono direttive, leggi e decreti attuativi e che in molti casi sono diretti da personaggi che sono poco o per nulla mobilitati ad attuarla. Insomma, dovrebbero essere attuata da una macchina burocratica nota per l’inefficienza, la passività e il legame pratico, familiare, clientelare e ideologico con la classe dominante a cui le misure positive per le masse popolari ledono gli interessi.
La prima indicazione è che tutti gli organismi di base prendano l’iniziativa di attuare e far attuare le misure favorevoli alle masse popolari come ad esempio il Reddito di Cittadinanza. Mentre non ha alcuna prospettiva aspettare e sperare che l’apparato burocratico dell’amministrazione pubblica faccia partire e funzionare i centri per l’impiego a cui è delegato il funzionamento del Reddito di Cittadinanza (emergerà nel prossimo futuro che è una misura da sospendere perché “non funziona”), ha una prospettiva immediata e concreta la mobilitazione popolare per spingere (per costringere) ogni azienda privata e pubblica, scuola, ospedale, ogni caserma dei vigili del fuoco, ogni ONG, ogni circolo ARCI, ogni parrocchia, ecc. ad assumere disoccupati e precari, formarli a fare lavori utili, che servono nel concreto contesto territoriale, organizzarli per realizzarli e su questa base erogare il Reddito di Cittadinanza.
5. Per i lavoratori che vogliono difendere lavoro e diritti: il grosso dei lavoratori ha il problema di difendere il posto di lavoro, di tenere aperte le aziende che i padroni vogliono chiudere, smembrare, delocalizzare o ridimensionare, di difendere condizioni di vita e diritti conquistati che i padroni, le loro associazioni e le loro autorità stanno peggiorando, riducendo, eliminando. Nei giorni scorsi un operaio del Pignone di Firenze, che dopo aver letto un volantino che avevamo diffuso davanti alla fabbrica ci ha chiesto di incontrarci, ci ha domandato: “come mai venite a volantinare qui, che non ci sono lotte e la situazione va tutto sommato bene”. Anche a questo proposito la lotta della Rational ci ha dato una conferma. Alla Rational non abbiamo vinto (l’azienda è chiusa) non perché era impossibile, perché gli ostacoli erano insormontabili, perché le forze erano poche, perché il PD e la CGIL hanno abbandonato la lotta, ecc. Alla Rational non abbiamo vinto principalmente per due motivi:
– il primo è perché la lotta contro la chiusura dell’azienda è partita troppo tardi, quando il padrone aveva già chiuso i battenti: bisogna giocare d’attacco, organizzarsi e mobilitarsi senza aspettare i segnali che il padrone vuole chiudere; nei paesi imperialisti passare dalle attività produttive alla speculazione finanziaria è tendenza generale dei capitalisti: i lavoratori devono occuparsi da subito del futuro della loro azienda;
– il secondo è perché chi era alla testa di questa lotta non ha creduto fermamente che la vittoria era possibile, non ha lottato in modo spregiudicato e senza remore: per vincere bisogna organizzarsi e mobilitarsi prima che la fabbrica venga chiusa, giocare d’attacco ed essere decisi a vincere!

– Individuare per ogni OO e OP le iniziative che – stante le forze e le risorse intellettuali, morali e pratiche (uomini, conoscenze, relazioni, risorse finanziarie e mezzi di mobilitazione, di convinzione e di costrizione) di cui già dispone – è in grado di prendere e che accresceranno le sue forze e risorse e allargheranno e rafforzeranno la sua influenza e autorità; le persone che è in grado di reclutare; le relazioni che è in grado di sviluppare; gli appigli che il contesto presenta su cui è in grado di far leva e di cui è in grado di giovarsi; le brecce che il campo nemico presenta in cui è in grado di infiltrarsi e attraverso cui è in grado di irrompere e grazie alle quali è in grado di acuire le contraddizioni tra i nemici.
– Mobilitare la sinistra dell’organismo ad agire, a sfruttare le possibilità d’azione che abbiamo individuato e via via educarla a individuarle essa stessa.
– Reclutare gli elementi migliori di ogni OO e OP e fornire a ognuno le conoscenze e i mezzi per crescere e diventare comunisti.

Infine la questione della fiducia dei lavoratori nelle proprie forze e la loro combattività. Nella prima metà del secolo scorso, grazie alla Rivoluzione d’Ottobre, alla creazione dell’Unione Sovietica di Lenin e Stalin e all’ondata di lotte e rivoluzioni che avevano suscitato in tutto il mondo, c’era già negli operai la fiducia che essi potevano risolvere la crisi generata dal capitalismo e, almeno la parte avanzata e attiva della classe operaia, era conquistata al comunismo. A seguito del declino del movimento comunista, dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria e del crollo o del cambio di colore dei primi paesi socialisti, questa fiducia oggi è venuta meno: dobbiamo crearla di nuovo, a partire da noi. Come? Facendo leva, nel nostro caso, sulla scienza, cioè sul marxismo-leninismo-maoismo. Nel caso delle masse facendo leva invece su mille esperienze pratiche di lotte e vittorie e di giusta e salda direzione da parte dei comunisti. Il risultato generale, universale, che dobbiamo perseguire è la costruzione della fiducia degli operai e degli altri lavoratori in se stessi e nella loro iniziativa collettiva. La fiducia rinascerà man mano che li conduciamo a vincere lotte, anche piccole, ma facendo comprendere di ognuna il ruolo politico, universale e storico: cioè che ogni singola lotta per vincere deve contribuire a cambiare il governo del paese, è parte di un movimento di resistenza che coinvolge tutte le classi e i popoli oppressi e che darà origine all’instaurazione del socialismo e a una nuova era della storia dell’umanità. Elevare tra gli operai e gli altri lavoratori avanzati la fiducia in se stessi è un aspetto indispensabile della nostra azione, tanto più in un contesto in cui la sinistra borghese (nelle sue varie articolazioni) si profonde in lamentele e denunce sulla “cattiveria del governo, dei padroni e delle istituzioni della comunità internazionale” e semina illusioni in un impossibile ritorno al passato del “capitalismo dal volto umano”, alimentando in questo modo rassegnazione e disfattismo.
La fiducia nelle proprie forze e la combattività delle masse popolari non sono condizioni di partenza della rivoluzione socialista: sono un passaggio necessario, ma solo un passaggio! La combattività delle masse popolari cresce man mano che per propria esperienza esse verificano che il partito comunista sa dirigerle nella lotta contro l’oppressione e lo sfruttamento, cresce e si diffonde solo se le masse popolari si ritrovano con un centro che si è reso esso stesso, con la sua attività, in grado di coagulare e catalizzare il loro malcontento e incanalarlo verso un obiettivo giusto. Lenin in Che fare? (1902) scriveva che “il 999 per mille del popolo russo è abbrutito fino alle midolla dalla servitù politica e dalla totale incomprensione dell’onore e del legame di partito”. Eppure i russi hanno instaurato il socialismo. Cosa vuol dire? Vuol dire che la rivoluzione socialista la fanno certo le masse popolari, ma la rivoluzione socialista non è il risultato delle coscienza e dell’organizzazione rivoluzionarie delle masse popolari. La rivoluzione socialista è il risultato della coscienza e dell’organizzazione dei comunisti e crea coscienza e organizzazione rivoluzionarie nelle masse popolari.

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LE ORGANIZZAZIONI OPERAIE E POPOLARI (dai materiali per la formazione della Campagna “Fare di ogni lotta una scuola di comunismo” – dicembre 2016/giugno 2017)

1. Cosa sono. “Per OO e OP intendiamo organismi che operano con continuità, che sono composti da operai, lavoratori, studenti, pensionati, casalinghe, immigrati e altri semplici membri delle masse popolari (nessuno dei quali ha di per sé, cioè al di fuori dell’organizzazione, alcun potere sociale e quindi non appartengono a nessuno dei tre serbatoi) e in cui i membri sono protagonisti anche del processo decisionale. Simili organismi esistono e sono costituiti alcuni su base aziendale, altri su base territoriale, altri su singoli temi e questioni” (dalla Dichiarazione generale – 4.2 Promuovere la moltiplicazione e il rafforzamento delle organizzazioni operaie e popolari).
2. La gerarchia tra OO e OP. “Principali e decisive sono le OO delle aziende capitaliste perchè la classe operaia è la forza dirigente della trasformazione della società capitalista in società comunista. Il lavoro che il P.CARC svolge per creare una rete di operai legati al movimento comunista che si occupano sistematicamente della salvaguardia delle aziende e che svolgono un’azione di orientamento, mobilitazione e direzione su altri operai e lavoratori, su altri settori delle masse popolari, sulle amministrazioni locali, sulle principali questioni locali e nazionali, è illustrato nella Risoluzione n.3.
Le OP formate dai lavoratori delle aziende pubbliche per dare continuità alla funzione produttiva e sociale delle aziende (contro la privatizzazione e contro l’eliminazione o riduzione dei servizi pubblici), hanno un ruolo analogo alle OO delle aziende capitaliste.
Le OP territoriali sono organismi che si occupano di una qualche attività necessaria alle masse popolari di una data zona (tutela del territorio e dell’ambiente contro l’incuria delle autorità e le grandi opere speculative, difesa dei servizi pubblici, lotta al degrado, ecc.).
Le OP tematiche sono organismi formati intorno a un qualche obiettivo (mobilitazione contro la guerra, solidarietà internazionale, cultura, ecc.).
Le OO delle aziende capitaliste e le OP delle aziende pubbliche (e in una certa misura anche le OP territoriali) hanno un ruolo qualitativamente diverso dalle OP tematiche ai fini della creazione di una nuova rete di istituzioni del governo del paese. Le OP tematiche sono frutto principalmente della decisione di creare un organismo intorno a un determinato obiettivo, quindi nascono e scompaiono principalmente sulla base della volontà e della decisione dei loro componenti. Le OO delle aziende capitaliste e le OP delle aziende pubbliche (e in una certa misura le OP territoriali) sono invece espressione di un aggregato sociale oggettivo, non determinato dalla volontà e dalla decisione di creare l’organismo ma preesistente ad esse, sono espressione di un gruppo di lavoratori che le relazioni correnti della società e la loro funzione nella produzione riuniscono stabilmente, contrappongono alla stessa controparte, inseriscono in uno stesso quadro legislativo e contrattuale quanto al loro reddito e alle loro condizioni di lavoro, legano in un’unità stabile e duratura indipendente dalla loro volontà, dai loro sentimenti e dalla loro coscienza e connessa con la necessità duratura di ognuno di essi di guadagnarsi da vivere.
Un ingrediente del rafforzamento organizzativo e politico delle OO e OP è che ognuna di esse a sua volta promuova l’organizzazione delle masse popolari non ancora organizzate, cioè si occupi di far nascere altre OO e OP, in particolare per quanto riguarda le OP dei servizi pubblici di promuovere la mobilitazione e l’organizzazione degli utenti: la “pubblica utilità del servizio” che le autorità usano per mettere gli utenti contro i lavoratori che scioperano, va presa in mano dai lavoratori per chiamare gli utenti a decidere della quantità, del funzionamento e della qualità dei servizi pubblici” (dalla Dichiarazione generale – 4.2 Promuovere la moltiplicazione e il rafforzamento delle organizzazioni operaie e popolari).
3. Cosa fanno le OO e le OP costituite su base aziendale. “Gli esempi riportati qui di seguito si riferiscono a OO di aziende capitaliste, ma un ragionamento analogo vale anche per le OP delle aziende pubbliche (sia quelle che producono merci e sia quelle che producono servizi pubblici).
Le OO sono organismi che
1. conoscono il processo produttivo dell’azienda e le sue prospettive (cosa produce, come, da chi si rifornisce e a chi vende, cosa può produrre per il paese e per il resto del mondo): esempio di OO di questo tipo è quella della AZ Fiber di Arcene- BG (vedi Resistenza n. 1, 2 e 3/2015);
2. sanno come vanno le cose nell’azienda, conoscono la situazione nei vari reparti: un esempio di OO di questo tipo è quella della CSO di cui ha parlato R. Rugi nel suo intervento al ns Congresso nazionale (vedasi sito e Resistenza n. 7-8/2015);
3. sono autorevoli presso i lavoratori dell’azienda, cioè esercitano un’egemonia sul grosso dei lavoratori: un esempio di OO di questo tipo è quella della Piaggio (vedasi Resistenza n. 10 e 11-12/2014 e n. 1, 3, 4 e 7-8/2015);
4. svolgono un’azione di orientamento e di direzione all’esterno dell’azienda: le OO che conosciamo non svolgono ancora compiutamente e sistematicamente un’azione di orientamento e direzione verso l’esterno, cioè non usano ancora appieno la propria autorevolezza di OO per spingere altri operai, lavoratori, studenti e masse popolari a organizzarsi su ogni questione, per spingere le OO e OP a coordinarsi, ecc., ma alcune presentano già tendenze, sia pur ancora timide, a svilupparsi in questa direzione e si tratta di un’attività che nella storia più volte organismi analoghi hanno svolto. L’esempio che abbiamo più sottomano è quello dei Consigli di Fabbrica negli anni ’70 (vedi intervista sul CdF della Philco su Resistenza n. 5/2014).
Ognuna delle OO citate è più mobilitata e “forte” in uno o l’altro dei quattro campi indicati sopra, nessuna lo è ancora compiutamente in tutti.
Definire i diversi campi d’azione delle OO è importante ai fini dello sviluppo della nostra azione
– per promuovere la formazione di nuove OO e OP nelle aziende: a seconda della situazione e delle caratteristiche dei lavoratori avanzati di una data azienda, puntiamo (facciamo leva) su una o l’altra delle attività sopra indicate per far nascere una OO e OP;
– per rafforzare (orientare, dare linee e obiettivi, unire più fortemente su linea e obiettivi e con misure organizzative, ecc.) le OO e OP esistenti: un aspetto del rafforzamento consiste nell’allargare il campo di attività di una OO e OP (ad esempio portare una OO come quella della AZ Fiber a uscire dall’azienda).
Un’OO-OP è un organismo che sa come vanno le cose nell’azienda, che è autorevole presso i lavoratori dell’azienda e che all’esterno parla a nome della OO-OP (quindi un membro di partito può intervenire in ambienti operai e di lavoratori con l’autorevolezza che gli viene dal fatto di parlare come OO-OP dell’azienda tal dei tali). Costituire una OO non significa mettere assieme quelli che ci stanno a mettersi a fare una lotta sindacale o rivendicativa nell’azienda, ma acquisire egemonia sul grosso dei lavoratori dell’azienda. Non significa diventare RSU o RLS, ma essere l’organismo
– a cui chi ha qualche problema sa che può rivolgersi, perché quell’organismo sa che cosa fare;
– che quando arriva qualcuno di nuovo, lo introduce nell’ambiente e lo orienta (gli spiega come funziona e a chi rivolgersi, ecc.);
– che sistematicamente dà notizie e informazioni all’esterno (al partito, a organismi operai e popolari, a siti, ecc.);
– che si occupa di prendere contatti con altre OO e OP, interviene nelle iniziative della zona, ecc:
In una fabbrica uno entra perché è assunto dal padrone, ma nella fabbrica c’è un’altra autorità (che non è l’ufficio personale e non coincide neanche con la RSU – che può essere formata da venduti, ma se ci sono le condizioni la OO si avvale anche della RSU o di quelle RSU di cui è possibile avvalersi) che è la OO della fabbrica, che lo prende in mano quando entra in fabbrica (e che a uno che rompe i coglioni lo induce a cambiare registro: ad esempio se uno fa il lecchino, quando ha bisogno di qualcuno che lo sostituisca per andare in bagno, gli dice di chiamare il padrone a sostituirlo) (dalla Comunicazione LOes n. 6/2015- 03.11.15 1. Questioni

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