(…) Il racconto di Nadezda ci mostra che non esistono “grandi uomini puri” con doti speciali e irripetibili, ma uomini e donne che combattono e scelgono di combattere ogni giorno, che dedicano la loro vita a imprese collettive e che per la causa sono disposti a mettersi in discussione e a cambiare se stessi per poter assolvere ai compiti loro posti dalla lotta. I comunisti sono soggetto della trasformazione politica, economica e sociale, ma sono anche oggetto di questa trasformazione. Questa legge universale non era ancora stata scoperta dai comunisti dell’epoca di Nadezda. Questa legge è stata formulata più tardi, è uno dei maggiori apporti del maoismo al patrimonio scientifico del movimento comunista. Ma leggere alla luce delle scoperte scientifiche di oggi le vicende degli uomini di cui Nadezda scrive, è prezioso e istruttivo in particolare per chi ha fatto suo l’obiettivo di fare la rivoluzione socialista in un paese imperialista. Fare la rivoluzione socialista in un paese imperialista è un’impresa inedita, così come fare la rivoluzione socialista per la prima volta nella storia è stata un’impresa inedita per Vladimir e Nadezda. La loro storia è la nostra, ci insegna, ci conforta, ci istruisce, ci rasserena, ci sprona! La loro storia ci mostra che esiste una scienza per fare le cose, una scienza che è frutto dell’esperienza e dell’elaborazione dell’esperienza, una scienza che viene affinata esperimento dopo esperimento e che dunque porta la pratica a livelli sempre più avanzati.

La Krupskaja non è stata “la moglie di Lenin”, ma una compagna comunista che ha condiviso la vita con Lenin e ce ne rende partecipi attraverso il suo racconto che ha steso perché utile ad alimentare la passione per quella causa che aveva servito e da cui aveva attinto forza per la sua emancipazione e per quella di altri milioni di persone.

Leggendo la biografia di Nadezda, si resta quindi sorpresi dalle tante imprese, dai tanti compiti, dalle tante battaglie affrontate perché ci si aspetta di trovare una donna fedele compagna e “guardiana del focolare” dell’uomo massimo rivoluzionario del Novecento. La propaganda borghese, attraverso film e racconti, ce la presenta così, come “la moglie di Lenin” perché non può essere altrimenti nella concezione del mondo dei borghesi o in quella dei preti loro sodali.

Eppure, probabilmente, ciò che sorprenderà di più la lettrice che aspira all’emancipazione è la caratura intellettuale e morale di questa compagna dirigente del movimento comunista che non si preoccupa di essere etichettata come “la moglie di” ed anzi scrive un libro dal titolo “la mia vita con Lenin”! Non se ne preoccupa perché ai fini che si poneva, questi rischi erano del tutto secondari e trascurabili: al centro di tutto il suo racconto lei non pone se stessa e nemmeno Lenin, al centro pone la lotta di classe e quanto necessario a farla avanzare. Questo è un insegnamento che va oltre le apparenze ed è concreto esercizio del principio secondo cui l’emancipazione delle donne avviene nella lotta di classe e dipende dall’esito della lotta di classe. Nadezda col suo esempio dimostra che è così e al contempo fa piazza pulita di pregiudizi e forme di certo femminismo, che rigetta il movimento comunista e si attarda a sperare ancora in una “rivoluzione borghese compiuta” per ottenere “pari diritti” (in un’ottica interclassista dunque), dimenticando che non è un caso che il primo stato socialista della storia è stato il pioniere a livello mondiale del riconoscimento prima e della pratica poi dei diritti delle donne e che i paesi capitalisti sono stati costretti a rincorrerlo anche su questo terreno proprio per evitare impietosi paragoni e rivolte che potessero “finire male” (cioè alimentare in casa propria il movimento comunista).

Infine la terza cosa che credo colpirà i lettori è la serenità che traspare dalle parole con cui Nadezda ripercorre un’intera vita, la soddisfazione e la gioia nonostante le sofferenze e i sacrifici che indubbiamente la vita che ha vissuto ha significato e richiesto. Nadezda è felice perché ha vissuto un’esistenza piena di impegno e proiettata verso il futuro. La sua non è la felicità del borghese che può permettersi di non lavorare perché vive sulle spalle delle masse popolari. Non è la libertà che offrono le brillanti pubblicità passate in TV o su internet. Non consiste nella possibilità di evadere dalla realtà con droghe e alcool. Non è smettere di pensare. Nadezda ci mostra che facendo ciò che era necessario fare, ha trovato il senso della sua vita e la gioia che solo essere parte di un tutto può dare. Vivere in armonia con gli altri, muoversi con gli altri verso la medesima direzione costruttrice di un mondo migliore, è la felicità e al contempo l’antidoto ai mali del nostro tempo di seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale.

Da La mia vita con Lenin, “Introduzione alla lettura” delle Edizioni Rapporti Sociali

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