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Pomigliano non si piega!

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Aprile 1, 2019
in Resistenza n. 4/2019
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Allo stabilimento FCA di Pomigliano è ripresa la lotta degli operai. Lo sciopero si è svolto i giorni 27 e 28 Febbraio ed è stato indetto dalla FIOM, bloccando i reparti stampaggio per due ore su ogni turno, con conseguenze dirette nel resto della produzione che è rimasta parzialmente bloccata i giorni seguenti. La motivazione è che l’azienda sta tentando di imporre un aumento unilaterale dei turni (da 15 a 18) per fare fronte ai picchi produttivi previsti per la partenza della produzione della nuova Panda, costringendo di fatto i lavoratori a fare turni di sabato e domenica senza percepire maggiorazioni salariali straordinarie o festive. Questa possibilità è prevista nel nuovo contratto nazionale del gruppo FCA/CNHI (che, lo ricordiamo, ha un contratto specifico e non applica il CCNL dei metalmeccanici), rinnovato lo scorso 11 marzo da FIM, UILM, FISMIC, UGLM e Associazione Quadri e Capi FIAT, ma non dalla FIOM. La richiesta alla base dello sciopero è che vengano innanzitutto fatti rientrare i 1800 operai attualmente in cassa integrazione e che, in ogni caso, le eventuali ore festive vengano pagate con le maggiorazioni dovute. L’adesione è stata pressoché totale, nonostante allo stampaggio siano presenti solo una decina di iscritti alla FIOM!

L’azienda ha risposto aggravando il clima da caserma interno, dando incarico a veri e propri “vigilanti” di stare alle calcagna dei promotori e partecipanti allo sciopero affinché non lo propagassero agli altri reparti, con i delegati dei sindacati complici che hanno boicottato la protesta fin dalle fasi iniziali, prodigandosi di fornire a capi e capetti i nomi degli scioperanti. Fuori dai cancelli nel frattempo si è vista la presenza costante della polizia a “controllare” i presidi dei compagni del SI COBAS di Mimmo Mignano e a coprire i volantinaggi dei sindacati complici che propagandavano contro lo sciopero. A seguito di questa mobilitazione si respira un clima arroventato in fabbrica. Nelle assemblee sindacali per la presentazione del nuovo contratto i sindacati firmatari sono stati apertamente contestati dai lavoratori, che hanno inoltre denunciato il clima di intimidazione mantenuto dai capi e da alcuni rappresentanti sindacali.

La protesta si inserisce in un contesto che vede anche la FIOM mobilitarsi contro il nuovo contratto del gruppo FCA/CNHI e riprendere l’agitazione fra i lavoratori del gruppo. La spinta rappresentata dalle avanguardie che continuano le loro battaglie contro il Piano del fu Marchionne e perseguito dal suo erede Manley; la costruzione di un coordinamento come il MOAF (Movimento Operai Autorganizzati FCA) e le possibilità di un suo allargamento alle aziende dove ancora non è presente; il procedere della crisi generale e gli effetti sugli operai FCA degli accordi truffa e del sempre più palese processo di morte lenta e smantellamento produttivo: tutti questi sono elementi che attizzano il fuoco che cova sotto la cenere, costringendo la FIOM a riprendere la via della lotta.

A prescindere dal giudizio che si può dare dell’operato di Landini, che ha per primo la responsabilità di aver tirato il freno a mano e invertito la marcia della grande lotta del 2010 contro il Piano Marchionne, va anche considerato che la sua elezione a Segretario Generale della CGIL suscita molte aspettative in una nutrita parte di classe operaia, in particolare negli iscritti FIOM, che vedono in Landini il simbolo di un sindacato che torna a essere combattivo e di riscossa. Di questo bisogna approfittare per trasformare il fuoco che cova sotto la cenere in incendio che divampa di stabilimento in stabilimento.

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