L’esperienza degli Arditi del Popolo offre spunti importanti per ragionare sulla relazione fra movimento comunista cosciente e organizzato e mobilitazione spontanea delle masse popolari.

Dagli Arditi agli Arditi del Popolo. La nascita degli Arditi del Popolo risale alla fase conclusiva della Prima Guerra Mondiale. Nella primavera del 1917 furono costituiti in seno all’esercito alcuni reparti speciali, gli Arditi appunto, incaricati di compiere imprese audaci quali fulminei attacchi a sorpresa, incursioni in territorio nemico, azioni spericolate di sabotaggio, in rottura con la tattica logorante della guerra di trincea.

Quando nel 1919, a guerra finita, si paventò lo scioglimento di questi reparti d’assalto, alcuni reduci costituirono l’Associazione fra gli Arditi d’Italia con l’intenzione di raggruppare gli Arditi in via di smobilitazione dopo la guerra sulla base di una piattaforma che combinava istanze patriottiche, rivendicazioni sindacali e politiche di tipo democratico e un generico anti – parlamentarismo. Il contesto politico in quel periodo era caratterizzato dalla situazione rivoluzionaria in sviluppo frutto della prima crisi generale del sistema capitalista che gli sconvolgimenti della Prima Guerra Mondiale non avevano risolto. La lotta tra la via della mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari e la via della mobilitazione reazionaria era tutta aperta: da un lato i moti del Biennio Rosso promossi sull’esempio della Rivoluzione d’Ottobre, dall’altro la reazione promossa dalla borghesia facendo leva proprio sulla mobilitazione degli ex combattenti e utilizzandola contro la classe operaia e il movimento comunista.

Questa situazione creò presto le condizioni perché “l’uno si dividesse in due”: una parte degli Arditi confluì nello squadrismo, mentre la corrente di sinistra, capeggiata da Argo Secondari (1895 – 1942), costituì nel 1921 il movimento degli Arditi del Popolo che rappresentò, di fatto, la prima esperienza di resistenza armata al fascismo sorta, peraltro, nel periodo in cui il fascismo era tutt’altro che consolidato.

L’atteggiamento del PCd’I e la posizione dell’Internazionale Comunista. L’atteggiamento del PCd’I di fronte alla nascita e al consolidamento degli Arditi del Popolo fu di chiusura, diffidenza e ostracismo. Il gruppo dirigente guidato da Bordiga e dalla sinistra comunista considerò “equivoco” il fenomeno dell’arditismo popolare in ragione della presenza al suo interno di posizioni eterogenee e dell’influenza di forze politiche borghesi che, a loro parere, mettevano a rischio l’egemonia del Partito sulla mobilitazione. Per questo ordinò la costituzione di gruppi paramilitari espressione diretta del Partito Comunista (le “Squadre Comuniste d’Azione”) e contrastò apertamente i militanti del Partito che si unirono agli Arditi del Popolo (che furono numerosi, al di là delle disposizioni dei dirigenti) arrivando addirittura ad emettere una direttiva ufficiale pubblicata su L’Ordine Nuovo il 3 luglio 1921: “l’organizzazione degli Arditi del popolo comporta la dipendenza da comandi la cui costituzione non è ben accertata (…) di qui un’evidente e stridente incompatibilità. Oltre all’organizzazione e della disciplina, vi è quella del programma. Gli “arditi del popolo” si propongono, a quanto sembra (…) di realizzare l’azione proletaria agli eccessi del fascismo, coll’obiettivo di ristabilire “l’ordine e la normalità della vita sociale”. L’obiettivo dei comunisti è ben diverso: essi tengono a condurre la lotta proletaria fino alla vittoria rivoluzionaria (…). Non possiamo non deplorare che compagni comunisti siano messi in comunicazione cogli iniziatori romani degli “arditi del popolo” per offrire l’opera loro e chiedere istruzioni. Se ciò dovesse ripetersi, più severi provvedimenti verrebbero adottati” – “Disposizioni per l’inquadramento delle forze comuniste”.

La linea adottata dal PCd’I fu in contrasto con quella dell’Internazionale Comunista che nel suo Secondo Congresso (1920) aveva definito chiaramente la necessità per i comunisti di intervenire in ogni ambito di mobilitazione delle masse popolari e che dunque salutò con favore la nascita degli Arditi del Popolo e le loro prime azioni militari sostenendo apertamente la necessità dell’appoggio del PCd’I alla loro organizzazione.

Lo stesso Lenin, in un articolo sulla Pravda del 10 luglio 1921, fa un dettagliato resoconto della manifestazione antifascista organizzata dagli Arditi del Popolo all’orto botanico di Roma in cui esprime il suo apprezzamento per la loro organizzazione, primo germe dell’organizzazione militare delle masse popolari italiane contro il fascismo: “A Roma ha avuto luogo un comizio per organizzare la lotta contro il fascismo, al quale hanno partecipato 50 mila operai, rappresentanti di tutti i partiti: comunisti, socialisti ed anche repubblicani. Vi sono andati 5 mila ex combattenti in uniforme militare, non un solo fascista si è azzardato a farsi vedere nelle strade”.

All’interno del PCd’I solo Gramsci e il gruppo de L’Ordine Nuovo sostennero fin dall’inizio gli Arditi del Popolo, denunciando e contrastando apertamente le posizioni settarie di Bordiga. In un articolo pubblicato il 15 luglio 1921 (“Gli Arditi del Popolo”) Gramsci scrisse: “(…) Iniziare un movimento di riscossa popolare, aderire a un movimento di riscossa popolare, ponendo preventivamente un limite alla sua espansione, è il più grande errore di tattica che si possa commettere in questo momento. (…) Sono i comunisti contrari agli Arditi del popolo? Tutt’altro: essi aspirano all’armamento del proletariato, alla creazione di una forza armata proletaria che sia in grado di sconfiggere la borghesia”.

Le principali azioni militari degli Arditi del Popolo. Il mancato intervento da parte del PCd’I fece si che l’esperienza degli Arditi del Popolo si esaurisse in breve tempo, travolta dall’avanzare della mobilitazione reazionaria, culminata con la marcia su Roma del 28 ottobre 1922 e con l’ascesa al potere del fascismo.

Tuttavia essi si resero protagonisti di molte importanti azioni militari che prima arginarono, seppur momentaneamente, lo squadrismo e costrinsero il movimento fascista a scendere a compromessi, poi furono fonte di ispirazione, di spinta e di insegnamento per lo sviluppo della Resistenza.

La difesa di Parma, di Viterbo, di Sarzana, furono momenti emblematici della capacità degli Arditi del Popolo di mettere in campo contro il fascismo una mobilitazione generale delle masse popolari tanto efficace da costringere anche i partiti borghesi e ampi settori della borghesia e del clero locali ad attivarsi e a sostenere la battaglia contro gli squadristi.

In seguito molti esponenti reduci da quell’esperienza diedero anche un importante contributo all’organizzazione delle Brigate Internazionali che parteciparono alla Guerra Civile spagnola.

Alcuni degli insegnamenti validi per il movimento comunista italiano di oggi. L’esperienza degli Arditi del Popolo è emblematica dei limiti che hanno caratterizzato il movimento comunista del nostro paese di cui è necessario fare un bilancio ai fini della rinascita del movimento comunista.

La concezione della rivoluzione socialista come di un qualcosa che scoppia e del ruolo dei comunisti come limitato alla propaganda del socialismo e alla promozione di lotte rivendicative, come pure il settarismo, frenano ancora oggi la capacità dei comunisti di intervenire nel movimento spontaneo delle masse popolari per dirigerlo e farlo confluire nella rivoluzione socialista, valorizzando i numerosi appigli offerti dalla situazione politica. Due, in particolare, sono gli insegnamenti che si possono tirare da quest’esperienza:

  1. la mobilitazione spontanea delle masse popolari è la base della rivoluzione socialista: questo primo insegnamento è oggi molto utile a fronte dei tanti comunisti che condannano e denigrano le masse popolari che si mobilitano su spinata e appello di parte della borghesia (vedi l’esempio delle manifestazioni in difesa dell’ambiente – articolo a pag. 1), mettendo al centro la lotta tra idee anziché valorizzare la pratica ai fini della lotta di classe;
  2. L’intervento dei comunisti è la condizione perché la mobilitazione spontanea possa confluire nella rivoluzione socialista: senza l’intervento dei comunisti essa non ha prospettive di vittoria, se non parziali e temporanee, e può persino confluire nella mobilitazione reazionaria promossa dalla borghesia. In definitiva la questione è concepire i comunisti non come “la sinistra della sinistra borghese”, cioè i migliori, più risoluti e più combattivi organizzatori delle lotte, ma come educatori, formatori e organizzatori delle masse popolari, “il cervello e il cuore” della classe operaia e delle masse popolari, per costruire in ogni contesto il nuovo potere.

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