“Per ricavare dall’esperienza dei primi paesi socialisti gli insegnamenti che essa contiene bisogna valutare i paesi socialisti con le categorie che sono loro proprie. Bisogna in particolare evitare di misurare i paesi socialisti col metro di quelli capitalisti”.
I primi paesi socialisti, M. Martinengo – Edizioni Rapporti Sociali – 2003

Il Centenario della Rivoluzione d’Ottobre è un’ottima occasione per alimentare il dibattito sugli insegnamenti che l’esperienza dei primi paesi socialisti ci lascia in eredità e su come usarli per promuovere la rinascita del movimento comunista. Per trarre questi insegnamenti bisogna prima comprendere la natura della società socialista, una società differente da quella borghese quanto questa lo è da quella feudale.

Il socialismo è una società che si regge su tre pilastri, tra loro strettamente legati: dittatura del proletariato, trasformazione delle aziende capitaliste in aziende pubbliche gestite dai lavoratori secondo un piano trasparente e democraticamente deciso, partecipazione crescente delle masse popolari alle attività propriamente umane, in primo luogo alla gestione della società.
E’ una società di transizione, dal capitalismo al comunismo, i cui avanzamenti si misurano nella formazione di quella associazione mondiale dei lavoratori, e delle istituzioni e organismi in cui si articola, capace di dirigere l’intero movimento economico e spirituale della società, relegando “l’intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all’ascia di bronzo.” come scriveva Engels in L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato.
Nel corso di questa transizione la lotta di classe non è conclusa, ma continua: questo è uno degli insegnamenti sintetizzato da Mao Tse-tung analizzando l’esperienza dei primi paesi socialisti. Anche se non esiste più la borghesia imperialista che domina la società borghese, è la nuova borghesia che sorge nella società socialista, composta dalla destra dei dirigenti del Partito, dello Stato e delle organizzazioni di massa, che resiste all’avanzata verso il comunismo e opera per ritornare indietro, al vecchio, al capitalismo. Dall’esito di questa lotta fra il nuovo e il vecchio dipende la direzione verso cui marcia la società socialista. E’ quindi sul rafforzamento del reciproco legame dei tre pilastri su cui si fonda la società socialista e sull’avanzamento della transizione al comunismo che bisogna valutare l’esperienza dei primi paesi socialisti.

 

I denigratori dei primi paesi socialisti ne spacciano l’esperienza come se fosse “un tutt’uno”: spacciano il crollo dei primi paesi socialisti come il naturale esito delle premesse poste fin dalla Rivoluzione d’Ottobre; attraverso le difficoltà e le contraddizioni che la classe operaia ha incontrato nel dirigere un paese, uno stato e la società intera (del resto non era mai successo) concludono e propagandano che “il comunismo è un ideale irrealizzabile perché contrario alla natura umana”. Questa manipolazione della verità (perché è vero che i primi paesi socialisti hanno dovuto fronteggiare contraddizioni e difficoltà, come è inevitabile per qualunque cosa non abbia dei precedenti consolidati nella storia) poggia sul fatto che l’Unione Sovietica di Lenin e di Stalin, delle mobilitazioni di massa e dell’emulazione socialista, dei piani quinquennali che la portano in pochi decenni da paese feudale a prima economia mondiale (nonostante le costanti e terribili aggressioni subite), della vittoria sul nazifascismo e dell’allargamento del campo socialista ad un terzo dell’umanità, viene messa sullo stesso piano dell’Unione sovietica di Kruscev e dei suoi successori, della “via pacifica al socialismo”, della progressiva corruzione, della sostituzione della dittatura del proletariato con “il governo di tutto il popolo”, della sostituzione della produzione al servizio del benessere delle masse popolari con la produzione per concorrere con gli USA; la Cina della Grande Rivoluzione Culturale Proletaria viene messa sullo stesso piano della Cina delle Zone Economiche Speciali.

 

Tre fasi dei primi paesi socialisti.
Per comprendere la storia dei primi paesi socialisti per ciò che realmente è stata, e per trarne quindi insegnamenti utili a promuovere la rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato, bisogna invece distinguerne le differenti fasi caratterizzate dal senso di marcia della società socialista. Utilizziamo il Manifesto Programma del (nuovo)PCI (da pag. 87 a pag. 93) per individuare le forme e il contenuto di ogni fase:

La prima fase è iniziata con la conquista del potere da parte della classe operaia e del suo partito comunista. Essa è caratterizzata dalle trasformazioni che allontanano i paesi socialisti dal capitalismo e dai modi di produzione precapitalisti e li portano verso il comunismo. È la fase della “costruzione del socialismo”. Questa fase per l’Unione Sovietica è durata quasi 40 anni (1917-1956), per le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale circa 10 anni (1945-1956), per la Repubblica popolare cinese meno di trent’anni (1950-1976)”.

(…) Quali sono stati i principali passi in avanti? Ruolo dirigente del partito della classe operaia e creazione di un sistema di dittatura del proletariato; mobilitazione delle masse ad assumere compiti nella Pubblica Amministrazione (organizzazioni di massa e partito comunista); internazionalismo proletario e sostegno alla rivoluzione proletaria in tutto il mondo; eliminazione della proprietà privata delle maggiori strutture produttive, eliminazione dei rapporti mercantili tra le principali unità produttive: assegnazione dei compiti produttivi e delle risorse tramite il piano, distribuzione pianificata dei prodotti tra settori e unità produttive; trasformazione delle attività individuali (contadini, artigiani, ecc.) in attività cooperative; obbligo universale di svolgere un lavoro socialmente utile (…).

La seconda fase è iniziata quando i revisionisti moderni hanno conquistato la direzione del partito comunista e invertito il senso della trasformazione. È la fase caratterizzata dal tentativo di instaurare o restaurare gradualmente e pacificamente il capitalismo. Non vengono più compiuti passi verso il comunismo. I germi di comunismo vengono soffocati. Si dà spazio ai rapporti capitalisti ancora esistenti e si cerca di richiamare in vita quelli scomparsi. Si ripercorre a ritroso il cammino percorso nella prima fase, fino alla patetica proposta della NEP fatta da Gorbaciov alla fine degli anni ottanta! Questa fase si è aperta per l’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale grosso modo nel 1956 ed è durata fino alla fine degli anni ‘80, per la Repubblica popolare cinese si è aperta nel 1976 ed è ancora in corso. (…) I passi indietro compiuti nella seconda fase dei paesi socialisti sono individuabili con lo stesso criterio usato per individuare i passi avanti compiuti nella prima fase: abolizione delle misure che tutelavano la natura di classe del partito (“partito di tutto il popolo”) e del sistema politico (“Stato di tutto il popolo”) e apertura agli esponenti delle classi privilegiate; fine delle campagne di mobilitazione delle masse ad assumere nuovi e più ampi compiti in campo economico, politico e culturale; integrazione economica, politica e culturale dei paesi socialisti nel mondo imperialista: sostituzione della convivenza pacifica tra paesi a regimi sociali diversi e del sostegno alla rivoluzione proletaria con la competizione economica, politica e culturale tra i paesi socialisti e i paesi imperialisti; introduzione dell’autonomia finanziaria delle aziende; ampliamento della proprietà individuale (nelle campagne, nel commercio al dettaglio, nelle prestazioni lavorative tra privati); abolizione dell’obbligo universale di svolgere un lavoro socialmente utile (…).

La terza fase è la fase del “tentativo di restaurazione del capitalismo a qualsiasi costo”. È la fase della restaurazione su grande scala della proprietà privata dei mezzi di produzione e dell’integrazione a qualsiasi costo nel sistema imperialista mondiale. È la fase di un nuovo scontro violento tra le due classi e le due vie: restaurazione del capitalismo o ripresa della transizione verso il comunismo? Questa fase si è aperta per l’URSS e le democrazie popolari dell’Europa orientale e centrale grosso modo nel 1989 ed è ancora in corso”.

 

Perché e come sono crollati i primi paesi socialisti?
Risponderemo alla domanda tornando sull’argomento anche nei prossimi numeri di Resistenza, per consentire ai compagni che hanno la bandiera rossa nel cuore di liberarsi, malgrado la loro adesione alla causa del socialismo sia genuina, dell’influenza delle tesi e delle concezioni dei denigratori del socialismo e dei primi paesi socialisti. Per il momento riteniamo utile una sintesi che discende dall’analisi delle tre fasi dei primi paesi socialisti:
la principale causa interna dell’inversione di marcia dei primi paesi socialisti è stata la debolezza della sinistra (la parte più dedita alla causa del comunismo) del movimento comunista che, non avendo una comprensione adeguata delle forme, delle condizioni e dei risultati della lotta di classe in corso, lasciò la direzione in mano alla destra (la nuova borghesia che sorge nei paesi socialisti);
la principale causa esterna del loro crollo è invece la mancata rivoluzione socialista nei paesi imperialisti, fattore che ha enormemente accresciuto le difficoltà dei primi paesi socialisti nel procedere verso il comunismo.

 

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