Sono in corso i lavori congressuali dell’USB: a fine marzo sono iniziati i congressi locali,  seguiranno  quelli  nazionali delle categorie Lavoro Privato e Pubblico Impiego (il 13 e 14 maggio) e il 9, 10 e 11 giugno a Tivoli si terrà il II Congresso nazionale confederale, con cui verrà sancita anche la strutturazione della Federazione del Sociale che raccoglie l’ASIA (diritto alla casa) e l’USB pensionati e punta a organizzare territorialmente precari, disoccupati, lavoratori autonomi, studenti, rifugiati. 

                                       

I vostri congressi si svolgono in un momento di grandi difficoltà e sofferenze per le masse popolari del nostro paese e del resto del mondo. Questo è il corso delle cose in cui siamo immersi e che i vostri documenti congressuali illustrano in dettaglio. Questa è la situazione a cui siete chiamati a far fronte con adeguate e coraggiose decisioni congressuali, perché è un momento in cui sono necessari e possibili grandi e decisivi cambiamenti in campo sociale, politico ed economico (vedi La rivoluzione socialista in corso può vincere).

 

Alla linea della complicità con il padronato e con i suoi governi praticata dai vertici dei sindacati confederale, l’USB oppone “un sindacato che vuole rappresentare questo mondo del lavoro frantumato, oppresso, impoverito ma che non vuole più subire passivamente” (documento congressuale USB Lavoro Privato). È vero che una parte dei lavoratori anche se scontenta subisce passivamente ed è vero anche che non ci sono scioperi che bloccano il paese, manifestazioni oceaniche, occupazioni generalizzate delle aziende. Ma quello da cui bisogna partire è che la mobilitazione e l’organizzazione della classe operaia in autonomia dai sindacati di regime e dai partiti borghesi, sia pure lentamente, stanno avanzando, spinte anche dalla resa della direzione FIOM alle imposizioni padronali e dal suo ulteriore allineamento ai sindacati collaborazionisti. Le manifestazioni più evidenti sono le iniziative con cui alcuni gruppi di operai avanzati (in particolare il Coordinamento FCA centro-sud e il Comitato No Cassino di Pomigliano) hanno preso nelle loro mani la lotta contro il sistema Marchionne, la mobilitazione contro l’infame CCNL dei metalmeccanici sottoscritto dalla direzione di FIOM, FIM e UILM e contro il Testo Unico sulla Rappresentanza (TUR) sindacale firmato dai sindacati di regime il 10 gennaio 2014 e via via ratificato da altri sindacati minori (anche alternativi e di base), le lotte coraggiose degli operai della logistica. A queste si aggiungono una miriade di lotte operaie sparse, anche molto piccole.

 

Da qui bisogna partire e condurre ogni battaglia come parte di una guerra: portare su scala via via più ampia l’esempio e gli insegnamenti delle iniziative d’avanguardia e usarli per “far montare la maionese” dell’organizzazione e della mobilitazione e della lotta, fare di ognuna di esse un’iniziativa che apre la strada ad altri e allarga il fronte. Ognuna delle iniziative d’avanguardia, dalla FCA di Melfi e Pomigliano alla logistica fino alla Rational di Massa, insegna che:

1) ovunque qualcuno è deciso a promuoverla, si organizza per farlo con una linea giusta (o almeno correggendo via via gli errori senza scoraggiarsi) e lo fa, la resistenza si sviluppa,

2) anche un solo operaio determinato e ben orientato può mettere in moto il gruppo di operai,

3) quando gli operai (anche un piccolo gruppo) scendono in lotta, trascinano anche il resto delle masse popolari e costringono gli esponenti dei sindacati di regime, delle istituzioni e dei partiti borghesi a rincorrerli e a mobilitarsi in loro sostegno: chi per non perdere o per cercare di guadagnare seguito e voti tra le masse, chi per timore che “l’incendio si propaghi”, chi per regolare i conti o fare le scarpe ai concorrenti, chi perché è sinceramente preoccupato e indignato di come vanno le cose e aspira a che vadano meglio.

 

Agli insegnamenti diretti e immediati delle iniziative d’avanguardia, noi comunisti dobbiamo aggiungere che

– chiusure e delocalizzazioni, precarietà, dissesto ambientale, eliminazione dei diritti, ecc. sono tutti effetti (diretti o indiretti) della crisi del capitalismo, che non casca dal cielo ma nasce proprio da attività che per i padroni, per i loro governi e per le loro autorità sono normali, naturali e doverose: usare i soldi per fare altri soldi, usare le aziende per arricchirsi, fare un’attività solo se rende, chiudere le aziende che non danno profitti, trasferire le aziende dove possono saccheggiare di più l’ambiente e sfruttare di più i lavoratori. Questa crisi non ha vie d’uscita restando nell’ambito di relazioni capitaliste: né “tenendo testa alla competizione globale”, né “facendo come la Germania” o “liberandoci dall’oppressione della Germania”;

– per porre rimedio da subito almeno agli effetti peggiori della crisi attuale ci vuole un governo animato dalla volontà di finalizzare tutta la vita del paese a questo obiettivo e deciso per realizzarlo a passare sopra sistematicamente anche agli interessi dei ricchi e del clero, alle loro abitudini, a relazioni che per loro sono naturali. Quindi un governo instaurato per iniziativa delle organizzazioni operaie e popolari esistenti e formato dai loro dirigenti ed esponenti. Perché solo un governo così può fare, tutte insieme e ben combinate tra loro, cose che i padroni e i loro governi al massimo fanno una a una e solo con difficoltà, solo saltuariamente, quando sono tirati per i capelli, quando non ne possono fare a meno, che fanno il meno possibile e che smettono di fare appena possibile.

“Organizzati si può”, come titola il documento congressuale dell’USB Lavoro privato. Organizzati possiamo non “riprenderci tutto”, perché non è vero che avevamo tutto, ma “prenderci tutto”. “Finché non vinciamo tutti, ogni vittoria è precaria. La lotta è tra lavoratori e capitalisti. Finché i capitalisti pretendono di essere padroni delle aziende dove lavoriamo, la vita dei lavoratori è precaria, è sospesa agli affari e ai capricci del capitalisti: nessuna vittoria è definitiva finché loro comandano. I capitalisti non hanno riguardi: non dobbiamo averne con loro. Abolire la proprietà privata delle aziende è l’inizio della civiltà del futuro, è una condizione indispensabile di ogni civiltà futura. Il mondo  va male, miseria e guerra sono dappertutto, perché i capitalisti pretendono di usare le aziende per fare profitti, per arricchirsi: questa è la malattia che oggi corrode e mina tutto il mondo. Le aziende devono servire agli uomini a produrre quello che occorre. Bisogna instaurare un’economia pubblica, al servizio di tutti, come pubblici devono essere la scuola, l’assistenza sanitaria, la tutela dell’ordine, del territorio e dell’ambiente, la viabilità, i trasporti e gli altri servizi: questa è la premessa perché l’umanità possa riprendere una vita di progresso, perché a ogni individuo sia assicurato il libero sviluppo delle sue migliori doti, perché la scienza sia messa al servizio della vita. Questo è quello che noi chiamiamo comunismo” (dal saluto del (nuovo)PCI agli operai della Rational di Massa).

 

I sindacati alternativi e di base se si basano sulla mobilitazione degli operai costringono i sindacalisti di regime a rincorrerli e di fatto, come risultato complementare, svuotano i sindacati di regime (i padroni in definitiva devono trattare con chi ha il riconoscimento degli operai).  È il contrario della linea sindacale predicata e praticata da Camusso e Landini che per stare nelle fabbriche bisogna adattarsi alle regole che i padroni impongono.
Se invece i sindacati alternativi e di base vogliono essere un’istituzione del regime, anche se “di sinistra”, si riducono ad andare dietro ai sindacati di regime che vanno a destra (come mostra bene la vicenda del TUR).
Fare la sinistra dei sindacati di regime o porsi come sindacato di classe, con un “piano di guerra” contro i padroni e le loro autorità e che funziona da scuola di organizzazione, di solidarietà, coscienza e lotta di classe: sono due concezioni e due linee opposte dei sindacati e due visioni opposte del futuro che ci sta davanti.
Il “mondo migliore” che in molti auspicano è possibile (oltre che necessario), arrivarci senza sconvolgimenti no. Il futuro è nella rivoluzione socialista che si sviluppa, non nello sviluppo di un sindacato di regime ma più “di sinistra”.

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