La parola d’ordine attuale “Attuare la Costituzione” contiene il programma per far fronte agli effetti più gravi della crisi e la strada per costituire il governo di emergenza popolare

Con la parola d’ordine “attuare la Costituzione” il 22 gennaio a Roma si sono svolte due assemblee per rilanciare la vittoria del Referendum del 4 dicembre contro la Riforma Costituzionale. Diversi i promotori, diversi i partecipanti, diverso il taglio, ma un carattere unitario che le collega, le mette in concatenazione e potenzialmente le allea. Fermo restando le differenze, a essere unitario è il percorso per cercare e costruire un’alternativa politica all’attuale corso disastroso delle cose. E se questo da una parte indica qual è la questione decisiva in questa fase, è altrettanto vero che è solo in questa ottica che le due assemblee potranno dare una risposta concreta e realistica alle principali domande di cui oggi sono portavoce. Come difendere e rilanciare la vittoria del 4 dicembre? Come attuare sin da subito le parti progressiste della Costituzione? In che campo concentrare, declinare e dare le gambe ai principi e alle aspirazioni della maggior parte del paese?

Prima di entrare nel merito della giornata e dei contenuti discussi, sottolineiamo due aspetti.
Il primo è che dal 1946 a oggi in Italia ci sono state 21 consultazioni Referendarie. I temi sono stati molteplici e su campi disparati, ma il dato che più risalta osservando lo storico dei Referendum è che i governi di centro destra e centro sinistra che si sono susseguiti hanno sistematicamente agito in due modi: sabotando la partecipazione popolare (e intossicando e confondendo le carte in tavola con tutti gli strumenti possibili, dalla propaganda al ricatto, ai clientelismi) oppure non applicando la volontà popolare (quando questa si è imposta nonostante il “lavorio” detto prima) e varando leggi che nei fatti la scavalcavano. Due esempi recenti: il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016 combinato con la Riforma Madia, lo Sblocca Italia, il Job’s Act e la Buona Scuola (il pacchetto di leggi eversive del governo Renzi) attiene al primo modo; il referendum del 2011 sull’acqua pubblica attiene al secondo.
Il secondo aspetto è che la mobilitazione per la difesa della Costituzione, che ha visto nascere circa 700 comitati in tutto il paese (dati del sito del Comitato Nazionale per il NO), ha nei fatti superato data e risultati elettorali e sta cercando una strada per rilanciare la vittoria. E’ di questo percorso che fanno parte anche le due assemblee del 22 gennaio.

 

L’assemblea “Un programma urgente per attuare la Costituzione” – Centro Congressi Cavour. Il prof. Paolo Maddalena, Vice Presidente Emerito della Corte Costituzionale, dice che attuare la Costituzione è un dovere inderogabile. E che tutti devono assolutamente occuparsi di una nave che affonda (il nostro paese, ndr). Più di 300 persone, tra singoli ed esponenti di comitati popolari attivi su diversi campi (sanità, istruzione, ambiente, lavoro, economia, ecc.), hanno portato il proprio contributo, sia in termini di esperienze, sia in termini di proposte, sia in termini di domande sul “che fare e come farlo” sulla base della constatazione che nonostante la vittoria del 4 dicembre, nessun segnale di cambiamento è arrivato dalla classe dirigente, che tutto al più ha partorito un governo fotocopia, ma la violazione, reiterata e sistematica, della Costituzione sta sempre lì.
Nel corso della giornata si sono meglio definiti i primi ambiti in cui articolare concretamente il lavoro della nascente Confederazione per la sovranità costituzionale, come ad esempio gli sportelli sociali che assistono e tutelano i cittadini dalla violazione dei principi costituzionali (in ambito economico, lavorativo, ecc.).
Allo stesso modo, sono emerse in maniera abbastanza chiara le due tendenze principali che animano l’aggregato.

La prima, più avanzata e di prospettiva, è quella intenzionata a legarsi maggiormente con il Comitato Nazionale per il NO e punta a piantare proprie radici nei territori per interrompere le privatizzazioni, cioè uno dei processi principali processi in atto che ledono i diritti dei cittadini violando la Costituzione: “secondo la costituzione repubblicana il territorio sta sotto la sovranità del popolo, per cui è la legge (quindi la volontà del popolo) che attribuisce la proprietà ai privati, però ne pone anche i limiti, ovvero la funzione sociale: se Marchionne licenzia gli operai e se ne va non deve più avere la tutela giuridica, deve essere spogliato di ogni diritto perché non rispetta l’articolo 42 della Costituzione esplicando con la sua proprietà una funzione sociale. E’ un aspetto importante che stanno attuando nel concreto il comune di Napoli, di San Giorgio di Pesaro, di Ciampino”.
In proposito, il sindaco di S. Giorgio di Pesaro, che ha fatto una ricognizione del patrimonio privato inutilizzato e lo ha destinato a fini sociali con una apposita delibera, dice che la moltiplicazione di azioni di questo tipo, per cui il Sindaco ha pieni poteri e strumenti, è importante per alimentare una tendenza, estenderla e replicarla. Insomma, l’esempio è esportabile…

La seconda tendenza, più arretrata, lega, vincola e quindi nei fatti limita l’attuazione della Costituzione alla nascita di un soggetto politico che partecipa alle prossime elezioni (esponente di spicco di questa linea è Ferrero del PRC). Con questi presupposti, le linee di lavoro che emergono sono complessivamente spostate su un terreno che esclude le masse popolari: battaglie parlamentari, mozioni e interrogazioni e altro ancora,  alla ricerca di una “sinistra” da portare a votare e che agli occhi di chi opportunisticamente questa linea la promuove, non è la stessa che troviamo nella lotta dei lavoratori Almaviva, in quella degli operai che difendono il CCNL e in altre mille iniziative di base sparse per il paese.

Il nostro contributo all’assemblea è stato quello di rafforzare la tendenza avanzata, che punta sulla mobilitazione popolare e sul fermento che oggi già esiste ed è diffuso in tutto il paese, perché l’attuazione della Costituzione è una cosa concreta, pratica. Partire da quello che già c’è: la lotta dei lavoratori Almaviva e quella per il CCNL, il rafforzamento del ruolo delle amministrazioni che agiscono in rottura con la legalità borghese, il sostegno, le prese di posizioni pubbliche e lo schieramento a favore di chi già si mobilita, sottolineando che è decisivo oggi non tagliarsi le gambe intruppandosi nei giochi elettorali e non spostare il campo di azione dal terreno su cui questa battaglia si può vincere (che è quello delle masse popolari e dei territori) a quello in cui può solo restare impantanato (il parlamentarismo borghese).

 Puoi farci una breve sintesi dell’assemblea di oggi? Che obiettivi bisogna darsi e qual è il prossimo passo?
Io sono rimasto molto contento della partecipazione a questa assemblea e che è rimasta tanta gente durante tutto l’arco dei lavori, fino alla fine. Vuol dire che abbiamo colpito nel segno. Il problema di attuazione della Costituzione è il nodo centrale da affrontare da qui in avanti, soprattutto in campo economico.
Se un’azienda è privatizzata, il mondo gira come gira il suo padrone: abbiamo visto l’esempio nefasto della FIAT. Bisogna ricordare che anche la proprietà privata di un’azienda è soggetta alla “super-proprietà” del popolo. Il Marchionne di turno non può fare quello che vuole. La proprietà privata è riconosciuta dalla legge allo scopo di assicurare la funzione sociale: licenziare gli operai e delocalizzare significa svolgere un’azione antisociale; Marchionne ha svolto una funzione antisociale e giuridicamente, costituzionalmente, ha perso tutti i beni che restano in Italia. Ecco perché è importante attuare la Costituzione: in base ad essa, ad esempio, non si può delocalizzare.

 Applicare la Costituzione, per paradosso, significa agire nell’illegalità, andare contro la legislazione vigente, prendiamo ad esempio i NO TAV che per difendere il proprio territorio, si trovano comunque a violare tutta una serie di leggi: prendiamo il caso di Nicoletta Dosio…
Bisogna subito bloccare il proliferarsi delle leggi dannose: bloccare le privatizzazioni di beni e servizi. La privatizzazione è una pompa aspirante della ricchezza collettiva e la Costituzione è l’unico appiglio a cui fare riferimento per dare una svolta decisiva allo strangolamento dell’Unione Europea e dei mercati.
Quindi io penso che le prime tre cose da fare in ordine di priorità sono: bloccare le privatizzazioni, recuperare i beni svenduti e a ruota uscire dall’Euro.
Inoltre bisogna aggiornare il Codice Penale e il Codice Civile alla Costituzione: perché questi due codici sono antecedenti alla Costituzione. Ad esempio, il Codice Civile del ‘42 dice che il diritto di proprietà è imprescrittibile. Ma non è vero, perché secondo questo criterio dovremmo portarci sulle spalle industrie abbandonate, capannoni, ecc. perché c’è un proprietario. Il processo è questo: dalla proprietà collettiva del popolo deriva la proprietà privata, non l’inverso, ovvero che dalla proprietà privata viene quella pubblica, come si fa credere attraverso la cultura borghese.
Secondo la Costituzione repubblicana il territorio sta sotto la sovranità del popolo, per cui è la legge (quindi la volontà del popolo) che attribuisce la proprietà ai privati, però ne pone anche i limiti, ovvero la funzione sociale. Sono settant’anni che si deve attuare la funzione sociale della proprietà privata, è proprio arrivato il momento!

 Come valuti il fatto che, considerando anche l’assemblea dei comitati per il NO del 21, si sono svolte ben tre assemblee sul tema? E’ una cosa ottima, più ce ne sono meglio è! Bisogna coordinarsi e non contrapporsi: coordinarsi per creare un’ampia forza collettiva. Mi hanno anche criticato ieri (21 gennaio – ndr) all’assemblea generale dei comitati per il NO. Dicevano “fate un’altra assemblea in concorrenza”: nessuna concorrenza, sviluppiamo la concatenazione, più ce ne sono meglio è. Deve essere un movimento inclusivo, che riesce a mettere in collegamento tutte le componenti che si sono esposte in difesa della Costituzione, che è il collante principale. Favorire la democrazia diretta, il controllo del popolo sulle istituzioni, fare esperienze di attuazione dell’ultimo comma dell’articolo 118 della Costituzione, ovvero “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.” Se ci muoviamo in massa riusciamo a riprenderci la sovranità popolare.

 Concludiamo con la questione sovranità. Noi abbiamo posto apertamente che la questione decisiva oggi è chi governa il paese e come lo fa. In passato c’è già stata un’esperienza storica che ha unito un vasto fronte di opposizione contro il fascismo, durante la resistenza partigiana, costituendo quello che è stato poi il Comitato di Liberazione Nazionale…
Hai citato una grande esperienza. Dobbiamo fare un Comitato di Liberazione Nazionale! Queste iniziative che stiamo promuovendo devono ripetere questa esperienza: la storia dimostra che il popolo a un certo punto non può aspettare l’uomo della provvidenza, deve muoversi da solo.

 

 Dall’assemblea “C’è chi dice No” – Università La Sapienza.
Costruire dal basso la nuova governabilità delle masse popolari oppure fermarsi a rivendicare ai governi emanazione dei vertici della Repubblica Pontificia questo o quel diritto?
Queste sono le due linee emerse dai vari interventi fatti nell’assemblea di Roma del 22 gennaio, ma andiamo con ordine.
All’assemblea, promossa dalle forze di movimento che avevano già promosso la manifestazione nazionale del 27 novembre, erano presenti più di cento persone che rappresentavano realtà di lotta (organizzazioni di disoccupati, sindacati di base, collettivi studenteschi, movimenti di lotta per la casa, ecc.) da un capo all’altro della penisola. Il comitato “c’è chi dice No” ha posto fin dall’invito all’assemblea la necessità di discutere come proseguire la battaglia contro le politiche lacrime e sangue dei vari governi emanazione dei vertici della Repubblica Pontificia dopo la vittoria del No al referendum dello scorso 4 dicembre, la caduta del governo Renzi e l’avvento del governo Gentiloni.

Come dicevamo, dal dibattito sono emerse chiaramente due linee:
– la linea avanzata, quella che indica la prospettiva nella mobilitazione delle masse popolari organizzate e nel loro coordinamento, ha posto al centro del ragionamento il ruolo della classe operaia, portando come esempio la vertenza Almaviva e la battaglia contro il nuovo CCNL dei metalmeccanici, ha indicato apertamente la necessità di costruire nuovi rapporti di forza che pongano all’ordine del giorno il potere delle masse popolari;
– la linea arretrata, quella che riduce le prospettive aperte dalla vittoria referendaria alla costruzione di nuove manifestazioni dettate dal calendario della borghesia (quarantesimo anniversario dei patti di Roma del 25 marzo che sancisce la nascita della Comunità economica Europea, il G7a Taormina del 26 e 27 maggio prossimo).

Un esempio particolarmente positivo è stato l’intervento di una compagna dell’Ex OPG di Napoli, che ha sottolineato come le premesse per la costruzione dal basso di un alternativa politica del nostro paese vadano cercate nella netta vittoria del No al referendum, nei 69 mila No al rinnovo del Contratto Collettivo Nazionale dei metalmeccanici, nella vasta solidarietà raccolta in favore dei terremotati.
Positivo anche l’intervento di Iskra di Napoli, che ha portato l’esperienza dei disoccupati organizzati del Comitato 7 novembre e ha ragionato sulla necessità di dotarci di un programma politico non appiattito sulle scadenze imposte dalla borghesia, ma sulle necessità delle masse popolari.
Il compagno dei Clash City Worker di Roma ha portato l’esperienza della vertenza dei lavoratori Almaviva, 1660 licenziamenti da un giorno all’altro 1660 hanno innescato una vasta mobilitazione per respingerli.
L’intervento del compagno di “Diritto all’abitare” di Roma ha poi messo al centro la necessità di organizzarsi per passare dalla difesa all’attacco, di costruire fin da subito nuovi rapporti di forza fra masse popolari e autorità e istituzioni borghesi. In questo senso il compagno ha ribadito che oggi la questione principale non è quella di rincorrere date e scadenze dell’agenda della borghesia imperialista, ma cercare e trovare prospettive più concrete. Molto interessante il ragionamento rispetto “all’urgenza di rompere con l’Europa”: va benissimo, giustissimo, ma se rompiamo con l’Europa non abbiamo risolto tutti i problemi, i problemi restano se non ci diamo l’obiettivo di costruire una alternativa.
Infine l’intervento del Si Cobas, che ha sottolineato la necessità di effettuare un salto di qualità, di passare dall’organizzare qualche decina di migliaia di proletari a organizzarne milioni, dato che nel nostro paese sono ben 22 milioni, e evidenziando il ruolo della classe operaia rispetto alla mobilitazione popolare.

Il nostro intervento, sulla base di questa spinta positiva del dibattito, ha posto al centro la questione del governo dei territori, delle città, del paese. Oggi il movimento delle masse popolari organizzate può avere come suo sbocco realistico e positivo quello di imporre un proprio governo, un governo di emergenza popolare, che applichi su scala nazionale le parti progressiste della Costituzione. Si tratta di partire dalle esperienze che già esistono e generalizzarle: dal comitato popolare che lotta contro la chiusura dell’ospedale San Gennaro di Napoli, ai comitati che lottano contro la devastazione ambientale della piana fiorentina, fino  alle organizzazioni di disoccupati di Milano che proprio in questi giorni promuovono scioperi al contrario  nel quartiere Gratosoglio.
Sono queste le basi realistiche per costruire oggi quel percorso necessario, per la classe operaia e le masse popolari del nostro paese, per uscire definitivamente dalla crisi del capitalismo, costruendo la rivoluzione socialista.
Rimandiamo agli articoli dell’agenzia stampa e del canale Youtube del Partito per ulteriori approfondimenti.

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