Una recensione approfondita di “Rivoluzionaria professionale” di Teresa Noce

promonoceHo appena finito di leggere l’autobiografia di Teresa Noce (1900-1980), un libro di storia molto utile. Infatti raccontando la sua vita, quindi in modo vivace anche se ovviamente da un punto d’osservazione particolare ma tuttavia con un raggio d’osservazione vasto, T. Noce racconta la storia di quello che lo storico inglese Eric J. Hobsbawm chiamò “il secolo breve”: la storia della prima ondata della rivoluzione proletaria messa in moto quasi cento anni fa dalla Rivoluzione d’Ottobre. La prima ondata copre la prima parte del secolo scorso e T. Noce data febbraio 1973 la chiusura del suo libro.

La lettura è feconda e avvincente anche per altri due aspetti.

Il primo riguarda la capacità che il movimento comunista ha avuto, e può avere ancora oggi, di elevare individui delle classi oppresse a una vita moralmente e intellettualmente ben superiore a quella a cui la borghesia li condanna.

T. Noce ci racconta la storia della ragazzina di una famiglia disgraziata: padre allo sbando, madre bigotta succube ideologicamente delle famiglie perbene dove va a fare i mestieri. Le sue stesse condizioni pratiche portano questa ragazzina a imbattersi nel movimento comunista ed esso l’avvince e la porta a dare alla sua vita un senso ben lontano da quello a cui nella società borghese era condannata una ragazzina come lei. Il suo sviluppo intellettuale e morale si dispiega a grande livello e la sua attività spazia in tutta Europa: dalla Russia alla Spagna, in Francia e ovviamente in Italia.

Grazie alle sue doti personali”, diranno alcuni lettori. E a volte sembra pensarlo anche T. Noce che giustamente è orgogliosa di sé e delle sue attività. Ma è certo che nonostante le doti personali che ha mostrato di possedere, se le circostanze della sua vita e dell’epoca non l’avessero fatta incontrare con il movimento comunista, quindi se altri non avessero fatto esistere un movimento comunista che dava risposte alla sua esperienza personale di oppressione, T. Noce non sarebbe diventata quella che è diventata. Dove il singolo individuo arriverà, è impossibile dirlo a priori. Certo è invece che la società borghese alla maggioranza degli individui tarpa le ali prima ancora che possano dispiegarle. Per sua natura è una società a piramide: il vertice è ridotto e la base larga. Poco più di un secolo fa il Papa sentenziava ancora che era contro natura pensare che tutti potevano imparare a leggere e a scrivere! Ancora oggi, anche nei paesi dominanti e più ricchi, la società borghese condanna a razzolare basso la grande maggioranza degli uomini e delle donne: con il trattamento e la mala educazione che infligge loro fin dall’infanzia, con le mille costrizioni cui devono sottostare per guadagnarsi da vivere e far fronte alla mancanza di servizi sociali, con le cento varianti dello stesso prodotto tra cui scegliere senza cognizione di causa e con una pubblicità menzognera, con l’esclusione dal patrimonio culturale, con la dispersione morale e intellettuale in mille futili questioni proposte dalla TV e dal sistema di comunicazione e con le distrazioni di Internet: insomma con un raffinato e articolato sistema costruito per distogliere la massa delle classi oppresse dalla lotta di classe.

La storia di T. Noce mostra però che quelli che con uno sforzo personale si sottraggono alla melma in cui questo sistema tiene la massa della popolazione e coalizzandosi danno vita al movimento comunista, possono far leva sull’esperienza quotidiana di oppressione per attirare e mobilitare la massa della popolazione nella lotta di classe e farle esprimere ciò che potenzialmente è capace di fare. Essere comunisti vuol dire sviluppare su grande scala un movimento comunista capace di questa azione, capace di fare quello che gli opportunisti di ogni specie, sostenuti dalla borghesia, dicono che è inutile e comunque impossibile “perché la massa è arretrata”, “perché la massa aspira solo a soddisfare i propri bisogni animali o a poco più”. Non a caso Marx ed Engels per descrivere la futura società comunista dicono (Manifesto del partito comunista, 1848 – fine del cap. 2) che sarà “un’associazione in cui il pieno sviluppo di ciascuno è la condizione del pieno sviluppo di tutti”. I comunisti sono quelli che già oggi con un particolare sforzo personale si sottraggono al sistema di distrazione e intossicazione e si dedicano a organizzare la lotta di classe. Essi aprono la strada alle milioni di Teresa Noce che altrimenti la società borghese condanna ad essere nessuno.

Il secondo aspetto che rende interessante il racconto di T. Noce è che esso offre a chi è capace di leggere tra le righe molti spunti per capire perché il PCI non ha instaurato il socialismo a continuazione e compimento dell’eroica lotta che ha sostenuto, suscitato e vinto contro il fascismo con cui la borghesia e il clero avevano soffocato il dilagante movimento di insubordinazione sviluppatosi tra le masse popolari dopo la prima guerra mondiale. Il libro mostra i limiti che i comunisti devono evitare oggi e domani.

T. Noce a partire dagli anni ’30 non è più la proletaria che il movimento comunista educa. È oramai una dirigente del Partito, una protagonista e artefice del movimento comunista. Dal 1945 sarà membra del Comitato Centrale e della Direzione Nazionale del PCI, membro dell’Assemblea Costituente e poi deputata alla Camera e segretaria nazionale dell’importante sindacato tessili CGIL. Il lettore che vuole imparare dalla sua biografia, deve cambiare l’angolatura da cui legge la sua autobiografia.

Fino agli anni ’30, cioè fino a metà del libro, l’aspetto principale da considerare è il movimento comunista già esistente che educa e fa crescere una donna proletaria, la porta a far fronte alle due oppressioni (di classe e di genere) per uscire dalla condizione in cui la società borghese per sua natura la relegherebbe. Quindi la lettura rafforza in noi comunisti la sicurezza che il lavoro che facciamo come gruppo per quanto piccolo di individui che si sono differenziati dalla massa sfruttata e oppressa, se lo conduciamo secondo una linea giusta, eleva la massa proletaria, a partire dai suoi elementi più disposti per doti o condizioni personali (che a loro volta eleveranno altri) e la porta a tradurre in realtà la sua potenziale capacità di trasformare il mondo.

A partire dagli anni ’30 alla fine della storia (T. Noce termina il libro nel 1973) l’aspetto principale da cui leggere il libro cambia: bisogna mettere in primo piano la concezione del mondo, i principi e la linea con cui T. Noce conduce la sua attività di dirigente comunista e di donna comunista. E qui il lettore avveduto troverà quello che ha reso il PCI il partito più avanzato che le classi popolari italiane avevano fino allora espresso. Ma troverà anche quello che lo ha reso incapace di portare a compimento la sua opera, di instaurare il socialismo in Italia e quindi, a sua volta, dare al movimento comunista internazionale l’aiuto che aveva avuto da esso.

Il lettore che conosce il bilancio del movimento comunista fatto dal (n)PCI nei capitoli I e II del suo Manifesto Programma non avrà difficoltà a ravvisare aspetti positivi e aspetti negativi (e troverà nell’autobiografia la conferma delle tesi del (n)PCI).

Tra questi ultimi balza all’occhio la mancanza di prospettiva, di una visione generale della storia che l’umanità sta vivendo (della concezione comunista del mondo), degli obiettivi a lungo termini (strategici) che devono in ogni momento guidare l’azione immediata (la tattica) del movimento comunista cosciente e organizzato: questa è giusta o sbagliata non per se stessa, non perché corrisponde a valori universali o a un qualche schema, non perché conforme al senso comune, alla mentalità corrente delle masse oppresse, ma per il percorso a cui apre la via, per la strategia a cui serve. Di non poche operazioni T. Noce parla con grande soddisfazione e nello stesso tempo lei stessa dice che comunque non servivano a niente: “una legge buona … solo che non fu mai applicata” scrive rassegnata a pag. 379 parlando di una legge per tutelare il lavoro a domicilio ed è uno dei tanti passaggi analoghi che il lettore trova nel suo libro. La mancanza di una strategia e di un piano per la rivoluzione socialista si riscontra in T. Noce anche nella rassegnazione, comune a tutti gli esponenti del sinistra del PCI: sanno di essere su una strada sbagliata, ma non sanno cosa fare: la rassegnazione di un Pietro Secchia (che sarà nel 1956 e dopo anche quella di Molotov, Kaganovic, Voroscilov, Malenkov, Zukov, Bulganin e altri comunisti sovietici di fronte a Krusciov e gli altri revisionisti moderni).

Più in generale balza agli occhi la mancanza di una visione dialettica dell’attività, secondo cui quello che fai oggi, giustamente è diverso da quello che facevi ieri proprio perché si avvale dei risultati raggiunti ieri; secondo cui quello che fai oggi ha senso principalmente per l’attività di domani a cui apre la strada; secondo cui quello che fai tu è diverso da quello che fa il tuo compagno, perché si avvale e conta su quello che lui fa. La linea si valuta dai risultati: in una guerra giusta, la sconfitta segnala limiti nella concezione della guerra, nell’analisi della situazione, nella linea seguita. Senza combattere eroicamente non si vince neanche una guerra giusta, ma se si combatte alla cieca si perdono anche le guerre giuste eroicamente combattute. La sconfitta è madre della vittoria, ma solo per chi impara dalla sconfitta: T. Noce la sensazione della sconfitta ce l’ha ma non impara: non sviluppa gli insegnamenti che la sconfitta può dare, benché l’autobiografia si chiuda ben dopo il XX Congresso del PCUS e l’VIII Congresso del PCI (1956), ben dopo che nel movimento comunista i compagni cinesi e albanesi hanno aperto la lotta contro il revisionismo moderno (Le divergenze tra il compagno Togliatti e noi è del 1962), dopo la nascita del movimento marxista-leninistra e del Partito Comunista d’Italia – Nuova Unità, dopo il ’68, l’invasione di Praga e l’“autunno caldo”, quando già in Italia sono nate le Brigate Rosse.

Ancora più balza agli occhi la concezione non materialista dialettica con cui T. Noce valuta l’opera dei comunisti sovietici e di Stalin. T. Noce fa ripetutamente l’esperienza diretta e personale della condizione e del ruolo positivi delle masse popolari in URSS sotto la direzione di Stalin e del ruolo positivo svolto internazionalmente dall’URSS, anche negli anni 1930-1939 tra il XVI Congresso del PCUS (giugno 1930) e il XVIII (marzo 1939) della lotta contro la destra, gli anni che gli uffici borghesi e clericali addetti alla denigrazione e all’intossicazione chiamano anni delle grandi purghe, del terrore, dei processi, ecc. Ma T. Noce cede di fronte alla versione denigratoria della linea seguita dall’URSS che danno dirigenti del PCI che d’altro canto T. Noce stessa si rende conto che non guidano il Partito alla vittoria. Non concepisce la lotta di classe nei paesi socialisti e la lotta tra linee nel partito comunista.

Come balza agli occhi la concezione arretrata con cui T. Noce tratta la sua relazione di coppia con Luigi Longo: vorrebbe un rapporto profondo con il marito ma ogni volta che tra loro entrambi dirigenti del partito vi è una divergenza di linea e di concezione, evita di affrontarla. Il rapporto di coppia e il ruolo di ognuno di loro come dirigenti comunisti si svolgono parallelamente e proprio per questo determinano una contraddizione che nessuno dei due tratta alla luce della concezione comunista del mondo. T. Noce la vive da donna tradita e Luigi Longo da maschio benestante.

Sarebbe però sbagliato considerare questi tratti negativi che il lettore troverà leggendo l’autobiografia di T. Noce come suoi difetti personali. Considerarli a questo modo vorrebbe dire imparare poco o nulla dal suo racconto, imparare poco o nulla dall’esperienza che essa generosamente ci affida con il suo libro. Quei tratti negativi erano i limiti del PCI: T. Noce come il resto dei dirigenti comunisti più combattivi non ha saputo andare oltre. Chi ha letto l’articolo di Rosa L. Pietro Secchia e due importanti lezioni (La Voce 26) o l’introduzione di Claudio G. Per il bilancio del Fronte Popolare in Spagna alla relazione di Togliatti all’Esecutivo dell’Internazionale Comunista sulla sconfitta subita nella guerra di Spagna 1936-1939 (La Voce 53), ripreso questo dall’Avviso ai naviganti 63, leggerà con gran frutto il libro di T. Noce, in particolare la seconda metà. Più in generale il racconto di T. Noce mostra al lettore avveduto

1. che il PCI aveva accettato solo superficialmente il marxismo-leninismo: la concezione comunista del mondo, il marxismo-leninismo non erano realmente la base dell’unità del partito. Era lo stato dei partiti comunisti europei che Lenin aveva indicato in termini generali e dall’esterno nel 1922 e che a partire dal 1923 Gramsci si era accinto a far superare al partito comunista italiano che era formato da persone combattive e di buona volontà, ma sostanzialmente ancora intrise dei limiti (lotte rivendicative e partecipazione alla democrazia borghese) del vecchio partito socialista, coperti dalla vernice rivoluzionaria della solidarietà con l’URSS e dell’appartenenza formalmente disciplinata all’Internazionale Comunista (da qui la facilità con cui tra i suoi capi aveva corso il guazzabuglio di idee antisovietiche trotzkiste formalmente condannate: il trotzkismo infatti era, come bene illustra pur senza nominarlo Gramsci nei Quaderni, il verbalismo rivoluzionario dell’impotente sinistra dei partiti socialisti della II Internazionale tradotto in russo);

2. che al PCI mancava completamente quell’insieme di concezioni e principi che oggi si riassume nel maoismo (per una illustrazione di dettaglio vedasi L’ottava discriminante” in La Voce 41).

Proprio le grandi doti personali, morali e intellettuali, che emergono nettamente nell’autobiografia sono la prova che non si trattava di limiti personali, ma di limiti che il movimento comunista italiano nel suo complesso non aveva ancora superato e che fa parte della rinascita del movimento comunista superare. È la conclusione a cui arriveranno i lettori avveduti delle memorie di altri valorosi compagni dirigenti del PCI nel corso della prima ondata: Vidali, Vaia, Germanetto, Giovanni Pesce, Colombi e altri.

Plinio Mensi

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