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Lettera alla Redazione – Assumere nuove responsabilità e imparare a dirigere

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Settembre 6, 2016
in Resistenza n.9/2016
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Sono il Segretario di una Sezione del Partito, quella di Qualiano (NA) e quest’anno ho fatto parte, con il ruolo di responsabile della propaganda, della Commissione della Festa nazionale della Riscossa Popolare (CFN), l’organismo che ha diretto la costruzione della festa dalla fase di ideazione a quella della realizzazione e ora del bilancio finale. Il ruolo nella CFN mi ha posto dinanzi alla contraddizione fra l’essere Segretario di Sezione e l’essere responsabile di una campagna nazionale, con nuove e più ampie responsabilità, nuove contraddizioni da affrontare e nodi da sciogliere. Questa contraddizione deriva direttamente dal tipo di società in cui viviamo, quella borghese, divisa in classi sociali tra loro antagoniste, in un sistema che a qualsiasi livello ci spinge a specializzarci in un mestiere, ma ci tiene ben lontani dal prendere parte attiva alla gestione della società.

Inizialmente non è stato facile entrare a far parte di un collettivo nuovo, di carattere superiore a quello in cui lavoro ordinariamente e che mi poneva di fronte a una mobilitazione intensa per diversi mesi; man mano però il lavoro è diventato più chiaro e, attingendo dall’esperienza dei compagni, mi sono reso conto che non c’era motivo di farsi prendere dall’ansia o dal timore di non essere capace. Questo processo è proseguito durante i giorni della festa dove ho avuto dimostrazione pratica di come ogni singola squadra contribuisce al successo collettivo: un dirigente deve porsi nell’ottica di guardare dall’alto la propria attività, vederla inserita nel complesso del piccolo “villaggio socialista” che teniamo in vita, dirigere le altre squadre contrastando eventuali contrapposizioni e mettere al centro il progetto politico. Il mestiere – la specializzazione tecnica in un lavoro determinato – è utile solo se viene messo a disposizione del collettivo e se viene diretto dalla mobilitazione intellettuale e morale: in questo modo affianchiamo alla realizzazione di ogni attività, sotto la guida dei compagni più esperti, la formazione di nuovi compagni che diventano capaci nel lavoro manuale come in quello intellettuale. Questo non vuol dire, però, che tutti siamo uguali, che tutti possiamo fare tutto fin da subito: l’aspetto decisivo è che sia la linea politica a dirigere sul mestiere, secondo il principio che chi è più avanti insegna a chi è più indietro e chi è più indietro si impegna ad apprendere e avanzare a sua volta.

Nella squadra della propaganda, avevo il compito di organizzare e dirigere una serie di compagni che conoscevo poco o per niente e alcuni fra quelli che conoscevo sono miei dirigenti in altre istanze del Partito. Inizialmente il mio approccio è stato di tipo organizzativista: “bisogna concludere la distribuzione delle brochure, finire di attaccare i manifesti, allestire lo stand”… Questo approccio però non era adeguato a garantire il funzionamento della squadra e non si poteva andare avanti a lungo, alla prima uscita di diffusione di Resistenza infatti si sono presentate diverse difficoltà. In sostanza non era stata creata unità d’indirizzo sul contenuto del nostro lavoro, ad esempio su chi fossero i referenti specifici della diffusione o sugli argomenti da mettere al centro nella presentazione del giornale. Inadeguato il metodo, scarsi i risultati e a un certo punto si è determinato un clima negativo nella squadra: c’era sfiducia nella nostra capacità di riuscire a intercettare i partecipanti alla festa e discutere di politica con loro. Nei giorni successivi abbiamo rettificato, abbiamo messo al centro la politica, ci siamo “seduti al tavolino”, abbiamo studiato approfonditamente il numero 7/8 di Resistenza, abbiamo tirato fuori tutti i dubbi rispetto al metodo che avevamo utilizzato. Dopo quella riunione di studio, critica e autocritica il nostro lavoro è stato “in discesa”, il clima che si respirava nella squadra era finalmente disteso e i risultati sono stati estremamente positivi.

Non si è trattato di un processo “meccanico” – alcune difficoltà non sono state superate – ma di un processo ideologico (mettere al centro il collettivo, la formazione, gli obiettivi); un piccolo esempio di quanto sia importante il lavoro interno per condurre un buon lavoro esterno: senza la definizione di una linea politica e senza dare battaglia per trovare l’unità d’indirizzo nel collettivo, non serve sviluppare la discussione sull’organizzazione delle attività, perché queste saranno condotte inevitabilmente secondo il senso comune e in base alle capacità di ognuno di orientarsi spontaneamente, lasciando indietro chi ha meno esperienza o è stato abituato a svolgere altri tipi di attività.

Dopo la festa nazionale ho avuto la possibilità di approfondire il ragionamento, partecipando alla festa di Massa dove ero inserito in una delle squadre della cucina. Un’attività principalmente manuale, nuova e molto educativa per me che non ho alcuna esperienza ai fornelli. Da qui ho tratto elementi per ragionare sul fatto che anche le attività meno appariscenti, soprattutto quelle di carattere manuale, sono necessarie quanto il lavoro di direzione. Quello che le unisce, attività intellettuali e attività manuali, è l’aspetto della formazione, dell’educazione, del voler (e dover) imparare.

Approfondire il bilancio di queste esperienze è il compito immediato, riversare gli insegnamenti nell’attività ordinaria della Sezione che dirigo è l’orientamento che devo perseguire.

Così, riprendo l’inizio della lettera, tratto quella contraddizione che mesi fa, quando ho iniziato ad assumere la responsabilità nella CFN, mi appariva antagonista e generava in me la paura di non essere capace: “torno” in Sezione con più consapevolezza di cosa significa esserne il Segretario.

CP – Marano (NA)

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