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Melfi, l’annuncio di Marchionne. Nelle mani dei padroni, nelle mani di dio

Compagno P by Compagno P
Gennaio 26, 2015
in Resistenza n.2/2015
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Il 12 gennaio Marchionne ha annunciato che nei prossimi tre mesi FCA (ex FIAT) assumerà nello stabilimento di Melfi 1000 (alcuni hanno rilanciato a 1500) lavoratori con il nuovo contratto “a tutele crescenti”, cioè, per iniziare, senza tutele (secondo le disposizioni del Jobs Act imposto dal governo Renzi). Per ora a Melfi sono rientrati i lavoratori che erano in cassa integrazione, sono stati già impiegati circa 350 lavoratori in trasferta da Pomigliano e da Cassino e sarebbero stati arruolati 300 precari. Il fatto però è che la gran parte dei circa 60 mila lavoratori degli stabilimenti auto della FIAT in Italia sono ancora in cassa integrazione e non ci sono certezze sulla loro sorte. Quello che è certo è che, per dirla con le parole di Marchionne, “siamo in guerra” e quindi esposti agli eventi. “Il mercato mondiale dell’auto non siamo noi a farlo!”, aggiunge.

E in effetti questa è la condizione in cui il sistema capitalista ha ridotto i lavoratori di uno dei settori industriali più avanzati, la classe operaia meglio organizzata del nostro paese: a sperare in dio.

Una favola cinese racconta che quando il saggio mostrava la luna con il dito, lo stupido guardava il dito. Analogamente politicanti e sindacalisti di regime dibattono sui numeri dati da Marchionne: un po’ più o un po’ meno, sarà o non sarà…. Ma la questione è che centinaia di operai sono in balia del destino, milioni di uomini sono condannati ad arrangiarsi individualmente in un mondo in cui il sistema produttivo è sempre meno alla portata dell’iniziativa dei singoli. E’ la proprietà e l’iniziativa individuale di alcuni capitalisti alla direzione di una struttura che per sua natura è strettamente organizzata, collettiva nel senso che ogni parte dipende dalle altre e da essa dipende la vita di milioni di uomini e donne.

I primi paesi socialisti, l’Unione Sovietica in primo luogo, hanno mostrato che è del tutto possibile costruire un sistema industriale di grandi dimensioni pianificato, volto a soddisfare i bisogni della popolazione: non ci sono limiti alle dimensioni che esso può assumere. La prima ondata della rivoluzione proletaria aveva instradato l’umanità intera verso questo obiettivo. Come ogni nuova grande impresa mai compiuta prima, non era priva di ostacoli. Richiedeva ai suoi fautori e protagonisti di elaborare e assimilare idee, sentimenti, metodi e pratiche nuove. Richiedeva di vincere l’opposizione forsennata delle abitudini (barbariche o quasi) che l’esperienza del passato capitalista e feudale ha radicato nella nostra mente e nel nostro cuore. Dovevamo vincere l’opposizione feroce e irriducibile delle vecchie classi dominanti, aggrappate ai loro privilegi e depositarie di gran parte del patrimonio di conoscenze che l’umanità ha accumulato, da cui hanno escluso la massa della popolazione. Era un’impresa che richiedeva sforzi, ma del tutto possibile e gli sforzi pagavano.

Abbiamo fallito il primo tentativo, il nostro primo assalto al cielo su scala mondiale. La borghesia ha ripreso il sopravvento, ma gli effetti del suo dominio sono un mondo ancora più sconvolto e assurdo di quello che ci eravamo lasciati alle spalle con la prima ondata della rivoluzione proletaria. Non ci resta che ripartire, ora che ci è chiaro anche perché il nostro primo tentativo è fallito. In sostanza è fallito perché nei paesi già socialisti abbiamo lasciato che riprendessero piede vecchie pratiche e abitudini, veicolate da quei dirigenti che di fronte alle difficoltà del cammino in corso non concepivano di meglio che le idee, i metodi e i valori delle vecchie classi dominanti; perché nei paesi imperialisti ci siamo lasciati incantare e deviare dalle promesse di un mondo senza più crisi e con un ordinamento che permettesse a ogni uomo di partecipare alla vita sociale nella misura delle sue capacità assicurandogli una ragionevole sicurezza “dalla culla alla tomba”: il capitalismo dal volto umano.

I 60 mila e più operai dell’auto degli stabilimenti italiani della FIAT hanno il grande vantaggio di essere raggruppati in una struttura produttiva che Marchionne non ha ancora del tutto disperso. I lavoratori comunisti e i lavoratori più avanzati di ogni stabilimento devono organizzarsi e i loro comitati coordinarsi tra loro e con i comitati degli operai di altre aziende. Questo è un passo della riscossa di cui tutti i lavoratori e tutte le masse popolari hanno bisogno. Un passo verso la costituzione del governo di emergenza delle masse popolari organizzate. Questo è la linea che noi comunisti indichiamo a tutti i lavoratori avanzati e per la cui attuazione li sosterremo con ogni mezzo. Non siamo nelle mani di dio, non siamo nelle mani dei padroni se prendiamo nelle nostre mani il nostro destino. Nessuno è in grado di impedircelo: dipende da noi.

“L’annuncio di Marchionne delle 1000 assunzioni è uno spot che copre la prosecuzione anche a Melfi del piano di smantellamento degli stabilimenti FIAT in Italia.

Gli operai vengono da un lungo periodo di cassa integrazione che ha costretto tanti a contrarre dei debiti per far fronte al sostentamento proprio e delle proprie famiglie. Per di più l’azienda, facendo leva sul ricatto della perdita dei posti di lavoro, ha costretto gli operai a lavorare senza essere pagati sotto forma di “addestramento” all’inserimento delle nuove linee di produzione installate durante il periodo di cassa integrazione. Adesso che abbiamo ripreso a lavorare, le condizioni sono insopportabili, perfino peggio della “doppia battuta” (le due settimane mensili di turni notturni contro cui gli operai si batterono nel 2004 con uno sciopero di 21 giorni). La pausa pranzo è stata di fatto abolita e i ritmi di lavoro sono serratissimi, i più colpiti sono i lavoratori che arrivano a Melfi in trasferta (dalla Campania, dalla Puglia, ecc.). Tra gli operai c’è un malcontento crescente, chi riesce cambia lavoro alla prima opportunità o emigra. A livello sindacale è in atto uno spostamento da CISL e UIL verso la FISMIC (il sindacato padronale). La FIOM ha riconquistato agibilità sindacale, ma subisce l’iniziativa dell’azienda (che è riuscita a fare in modo che non partecipi alle prossime elezioni delle RSU) e i vertici FIOM fanno poco rispetto al clima da caserma interno. Gli operai FIOM però stanno ridiventando il polo aggregatore del malcontento: alle assemblee che abbiamo organizzato dopo l’annuncio di Marchionne c’è stata una partecipazione come non si vedeva da tempo. Gli operai hanno dato mandato alla FIOM di andare a ridiscutere con la direzione i termini del contatto proprio in merito alla questione delle pause pranzo e dei ritmi di lavoro; la proposta di uno sciopero non è stata accolta, anche se in separata sede sono stati in molti a complimentarsi per la proposta e l’iniziativa presa”.

Da un operaio dello stabilimento di Melfi

 

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