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Solidarietà al compagno Fabio Zerbini e al SI COBAS

Compagno P by Compagno P
Gennaio 15, 2014
in Sezione di Milano - Nord Est
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leninosarevincereee
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leninosarevincereee

Ai compagni dei sindacati di base e della sinistra CGIL: prendete posizione pubblica!

Quando un dirigente sindacale conosciuto e riconosciuto per il suo attivismo, per la sua militanza in prima fila nelle lotte sindacali, politiche e sociali viene attirato in un agguato e massacrato di botte da una squadraccia (non importa che gli aggressori avessero o meno simboli politici e non importa nemmeno che abbiano una qualche consapevolezza di esserlo: sono fascisti, il senso è quello) ad essere colpito non è solo il compagno in questione, non è solo l’organizzazione sindacale di appartenenza, non sono solo i lavoratori che hanno condiviso con lui lotte e mobilitazioni, ma siamo tutti i lavoratori, gli operai, gli attivisti sindacali combattivi, i compagni e le compagne, i militanti di vecchia data e, soprattutto, i giovani.

Prove di fascismo. Non necessariamente le prove di fascismo si manifestano con cortei infarciti da celtiche e svastiche e inni del ventennio, non necessariamente si alimentano nelle riunioni nei covi neri concessi dalle Istituzioni o presi in affitto a prezzo stracciato a qualche facoltoso “sostenitore”, le prove di fascismo sono anche, e probabilmente soprattutto, le manovre “ai piani alti” della struttura dirigenziale di questo paese, sono le cricche di speculatori e dirigenti che discutono se sia il caso o meno di prepararsi ad affrontare “alla vecchia maniera”, come già hanno fatto nel 1919/1920, la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari. Allora pongono alla verifica della pratica (sperimentano, provano) le manovre, le intimidazioni, selezionano i personaggi che fanno al caso loro, che possono avere credibilità fra la parte più arretrata, abbrutita delle masse popolari, pagano qualche scagnozzo per fare già qui e ora, su piccola scala, quella che potrebbe essere la loro risposta al movimento popolare organizzato.

Oggi i padroni non hanno la forza, la credibilità, il seguito e la decisione (cioè non sono ancora tutti convinti) per promuovere la mobilitazione reazionaria su ampia scala: ci provarono con il fascismo, ma l’esito della loro prova fu per loro drastico, per poco non rischiarono di perdere tutto e spianare la strada al movimento comunista anche in Italia. Ma hanno la forza, i mezzi e “il coraggio” di promuovere le operazioni sporche contro questo o quel compagno o compagna, contro un attivista sindacale, contro un sindacato combattivo, ma ancora numericamente esiguo.

Si sono permessi di fare a Fabio Zerbini quello che non escludono di fare agli operai, ai lavoratori, agli esponenti sindacali e politici nel prossimo futuro, se ne avranno la necessità.

La crisi pone nuove necessità. Certo è che di fronte alla crisi e ai suoi effetti, la mobilitazione popolare ha assunto e assumerà caratteristiche tali da mettere a repentaglio la stabilità del sistema politico ed economico. I padroni non sono convinti di ricorrere apertamente e in modo massiccio alla mobilitazione reazionaria, ma in effetti non hanno alternative. Alla lunga ne saranno costretti. Le masse popolari invece hanno un’alternativa: la mobilitazione rivoluzionaria. Di fronte a questo bivio (mobilitazione reazionaria o mobilitazione rivoluzionaria) abbiamo oggi, tutti, nuove necessità.

Chi opera e lotta per “difendere gli interessi dei lavoratori e degli sfruttati” ha la necessità di aprire repentinamente gli occhi: da difendere ci è rimasto (relativamente) poco già oggi, la situazione complessiva (politica, economica, sociale) peggiorerà perché la classe che dirige la società non ha nessuna via di uscita positiva dalla crisi. Le condizioni dei lavoratori e delle masse popolari si possono migliorare solo a patto che tale miglioramento sia inquadrato in una trasformazione politica della società. Cioè: il centro delle mille lotte di cui i lavoratori e le masse popolari sono protagoniste già oggi è la prospettiva politica di costruire il socialismo in Italia, un paese imperialista. Non serve a nulla nascondersi dietro la banale constatazione che “è difficile”… certo che lo è. Difendere gli interessi e i diritti dei lavoratori nel quadro di questo sistema sociale è, invece, impossibile (se non in modo parziale e temporaneo). Per chi è già convinto che il centro della questione per fare fronte agli effetti della crisi sia la lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista, le necessità che la fase acuta e irreversibile della crisi pone è la sperimentazione dei metodi, degli strumenti, dei passi concreti per andare in quella direzione. Anche questo è difficile, presuppone una volontà di capire a fondo la realtà, analizzarla e trasformarla.

Le masse popolari sono un unico campo, contraddittorio ma unitario. Ecco, ci rivolgiamo a quanti hanno l’ambizione e l’aspirazione di trasformare la società decadente e putrescente in cui viviamo per sostituirla con una nuova e superiore, il socialismo. Qualcuno pensa che in Italia i comunisti sono ormai pochi… c’è del vero e c’è del falso, in questa concezione. Siamo pochi in termini assoluti, ma il problema nostro non è di “crescere di numero”, quanto quello di operare su obiettivi, con criteri, metodi e strumenti giusti (giusti relativamente al contesto in cui viviamo). Il primo criterio, quasi basilare, ci sarebbe da dire, è che dobbiamo far valere noi per primi il principio che le masse popolari sono un’unica campo, per quanto contraddittorio. Cioè far valere il fatto che di fronte a fatti come quello di cui Fabio Zerbini è stato vittima, siamo una cosa sola, per quanto ognuno (organismo, aggregato, partito, associazione, sindacato) abbia proprie sensibilità, obiettivi, analisi… e per quanto, anche, appartenga a settori diversi delle masse popolari.

Per questo diciamo chiaramente che la denuncia dell’aggressione a Fabio Zerbini non può e non deve rimanere confinata allo stretto giro “dei compagni”, dei sindacati alternativi, dei lavoratori delle cooperative, del “movimento”, ma deve estendersi e diventare una questione generale, unitaria.

Riteniamo che ogni sindacalista onesto e combattivo, di qualunque categoria o appartenenza sindacale debba esprimersi, denunciare l’aggressione subita da Fabio Zerbini, esprimergli solidarietà, far uscire ai suoi compagni e colleghi la gravità e il senso di quanto accaduto. La cosa vale anche per gli attivisti e i militanti politici.

Perché c’è un nesso fra l’aggressione a Fabio Zerbini e le dinamiche della lotta per la democrazia nei luoghi di lavoro e del rinnovamento del movimento sindacale. E’ un nesso che parte dall’analisi del fatto che “più una lotta è significativa e maggiori sono le rappresagli e contro chi la promuove e la dirige”.

Fabio Zerbini è un lavoratore, compagno e sindacalista. Non ci interessa e non deve interessare il grado di condivisione che ognuno ha rispetto alla linea del suo sindacato. Ci interessa e deve interessare che la manifestazione concreta delle manovre per stroncare l’organizzazione dei lavoratori autonoma dai sindacati collaborazionisti e filo padronali sono episodi come questo. Chi ha ordinato il pestaggio di Fabio non ritiene il SI Cobas un sindacato con cui avere a che fare e non ritiene Fabio un dirigente sindacale (troppo poco servili? Troppo decisi a non svendere i lavoratori?)… avrebbero preferito altri sindacati e altri dirigenti con cui stringere accordi sulle spalle dei lavoratori. Che cosa è questo, se non la manifestazione spiccia dell’accordo del 31 maggio 2013?

Ecco come entra e perché un pestaggio che per i media di regime non merita neppure di essere menzionato nelle pagine della cronaca nera (ovviamente c’è molto spazio per i piagnistei di Esposito del PD dopo che ha ritrovato tre bottiglie di aranciata sul pianerottolo di casa sua…) nel dibattito e nelle dinamiche della mobilitazione contro la destra della CGIL e per la democrazia sindacale.

Ecco perchè tutte le realtà e le strutture della sinistra CGIL, i sindacati di base e autonomi, devono prendere posizione in solidarietà di Fabio Zerbini e del SI COBAS.

Con l‘augurio di una pronta guarigione che gli permetta di tornare in prima fila nelle lotte, salutiamo il compagno Fabio a pugno chiuso.

 

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