Intervista a Ezio Gallori, fondatore del Coordinamento Macchinisti Uniti (Co.MU)

Ezio Gallori, storico sindacalista del comparto di Firenze delle Ferrovie dello Stato (FS), è stato nel 1987 tra i fondatori del Co.MU, un coordinamento di macchinisti che aveva la peculiarità di andare oltre le sigle sindacali e che fu protagonista di lotte e rivendicazioni di grande importanza negli anni Ottanta e Novanta, tanto in ambito lavorativo che sociale. Per la sua attività Gallori fu espulso dalla CGIL che in precedenza, nel 1964, lo aveva persino premiato con una medaglia d’oro. Il compagno è stato oggetto di numerosi processi e minacce nel corso della sua esperienza sindacale, un treno che guidava fu colpito dalle bombe dei neofascisti di Mario Tuti. L’esperienza del Co.MU si è man mano esaurita fino al suo assorbimento nell’OrSA: Gallori ne traccia un bilancio nel suo libro Nascita, vita e morte di un sindacato alternativo.

Quali sono stati i motivi che vi hanno spinto a fondare il Co.MU?
Quando entrai nelle Ferrovie a Firenze c’erano 700 macchinisti, di cui 320 iscritti al PSI e 280 al PCI (erano quasi alla pari). Uno dei procedimenti giudiziarii che ho subito è stato proprio per il Consiglio dei Delegati alle Ferrovie. Di Consigli ce n’erano tanti: uno al Deposito, uno all’Officina Motori a Porta a Prato… ogni comparto delle FS aveva il suo, in ogni città. Essi rappresentarono una grossa conquista rispetto al cosiddetto “egualitarismo sindacale”, che poi tale non era; ma su questo punto nel corso degli anni sono stati fatti significativi passi indietro con parole d’ordine che passavano dal “sindacato di classe” fino al sindacato “moderno” (che non si capisce cosa significhi) e poi “democratico”. Io sono stato espulso dalla CGIL nel 1992.

A fine anni Settanta parlavamo correntemente della democrazia consiliare e costituimmo un Consiglio di delegati della CGIL. Avevamo un grande potere, eleggevamo due consiglieri nel Consiglio di Amministrazione di FS ed eravamo tutti elettori e tutti eleggibili nelle varie liste (c’erano anche CISL e UIL).

Io venni eletto nel 1964 (il primo congresso l’ho fatto nel 1960) come membro della Commissione Paritetica. Allora, c’erano le Commissioni Interne e i fascisti tornati da Salò non potevano entrare in Ferrovia senza il benestare della Commissione Interna. Il mio maestro Ottavio Fediii, a quel tempo, siccome era un brav’uomo alle mogli di questi fascistoni diceva di aspettare perché andavano verificati… insomma tergiversava un po’. Ai fascisti veniva riservato il cosiddetto trattamento “BV” (Bagno in Vasca): quando uno di loro arrivava alla portineria con il bigliettino con questa dicitura, veniva chiamato un comitato specializzato e lo si metteva a mollo, storpiandolo un pochino… Quando venne distrutta questa vasca io mi sono opposto!

Allora entravamo in tanti nelle FS, eravamo giovani in un’azienda in grande sviluppo; eravamo 225mila ferrovieri e il bilancio era in pareggio. Oggi i ferrovieri sono 60mila e le Regioni sono in deficit. Il pareggio di bilancio era dovuto all’altissimo traffico merci, 400 macchinisti erano impegnati solo in questo. Considera che al tempo non esisteva l’Autostrada del Sole, ma poi presero la decisione politica di favorire il trasporto su gomma (e Agnelli). Le prime lotte le facemmo proprio contro queste politiche, ad esempio per limitare il peso assiale dei camion a favore dei tanti treni merci che avevamo, ognuno dei quali portava 1.200 tonnellate. Così facevamo più corse e in sicurezza, fino a 5 viaggi al giorno partendo da Campo di Marte. Nelle stazioni c’erano strutture preposte chiamate “sellette di lancio”, dove i carri venivano sganciati e smistati in automatico. Le cose andavano alla grande, e anche da questo dipendeva il nostro peso sindacale e il bilancio positivo delle FS.

La Commissione Interna, riconosciuta dalle FS, aveva un operaio in distacco fisso e gestiva tutto mentre noi nella Commissione Paritetica avevamo a che fare con due dirigenti (in genere il capo impianto e un altro) più due macchinisti. Decidevamo noi le eventuali punizioni (allora i licenziamenti erano impensabili), ogni mattina controllavo i lavori del giorno precedente, lottavamo per avere coppie fisseiii di macchinisti alla guida dei treni (cosa importantissima) anziché coppie che cambiavano ogni giorno e in pratica cogestivamo l’attività. Poi il sindacato sostituì le Commissioni Interne con rappresentanti calati dall’alto. Fu questo l’elemento scatenante che ci portò a fondare prima i Consigli dei Delegati e poi il Co.MU con una percentuale del 90% di iscritti alla CGIL. Volevamo affermare la nostra autonomia d’azione rispetto alla struttura dei sindacati; si scioperava di fatto contro e a prescindere da loro. Trentiniv chiese la mia espulsione insinuando che non ero iscritto al sindacato, mentre lo ero da decenni e nel 1964 mi hanno dato anche una medaglia d’oro!

Di cosa si occupava il Consiglio dei Delegati?
A Firenze eravamo un Consiglio unico costituito da circa 1.000 operai e 800 macchinisti. Ognuno votava con la formula “tutti elettori, tutti eleggibili” per la propria categoria. C’era una democrazia che partiva dalla pastasciutta, letteralmente: gestivamo la mensa e venivano fatte elezioni per il Consiglio della stessa. La mensa produceva un utile e a fine anno veniva fatta una “cassetta” contenente vari beni per ogni lavoratore e questo grazie alla gestione oculata del segretario di allora, Brandi. Eravamo tutti uniti a prescindere dalle tessere, era una cosa molto positiva.

Si facevano elezioni anche per i turni di lavoro, con delegati che gestivano ferie, riposi e permessi e incalzavano l’azienda a seconda dei nostri bisogni. Eravamo praticamente noi a dirigere la situazione.

Quando il parlamento approvò la riforma del danno patrimoniale per cui la responsabilità del danno causato da un incidente veniva scaricata sul singolo lavoratore, ci ribellammo perché questo voleva dire scaricare su di noi risarcimenti per milioni di lire. Organizzammo un treno speciale con il Consiglio dei Delegati e andammo dal presidente della Commissione Trasporti, Libertini. Benché la legge fosse già passata, riuscimmo a bloccarla e venne istituito un Fondo Solidarietà Danni (che esiste ancora oggi) per pagare i risarcimenti senza scaricarli sul singolo lavoratore.

Che rapporto c’era con i Consigli di Fabbrica e con gli altri organismi attivi sul territorio?
Avevamo un ottimo rapporto con tutti, in particolare con la facoltà di geriatria, con i professori Antonini e Simoni. Vennero condotti degli studi sull’usura e i danni muscolo-scheletrici e per 4 anni di fila 400 macchinisti furono sottoposti a visite mediche: cose che oggi non si fanno più. Venne fatto anche uno studio comparato fra i macchinisti di Firenze e un ugual numero di pescatori di Mazara del Vallo. Anche con Medicina Democratica c’è sempre stato un proficuo rapporto di collaborazione.

Quando entrò in lotta la Galileov e occuparono la fabbrica per impedirne la chiusura, nessuno si doveva azzardare ad andare lì con il treno per portare via i macchinari: uno ci provò e venne preso a sassate. I membri del Consiglio dei Delegati erano uomini dai grandi valori.

Andavamo sempre a sostenere le lotte dei CdF e tutti ci stimavano perché eravamo una categoria e un coordinamento estremamente combattivi. Ci presentavamo ai cortei con una locomotiva di legno e striscioni lunghissimi. Diventammo famosi per i 31 giorni di sciopero che, a partire dal 1987, portammo avanti (un giorno di sciopero al mese) con adesioni fino al 90% costringendo il parlamento e i sindacati confederali a sollecitare l’azienda a convocarci e quindi a riconoscerci.

Com’erano i rapporti con le organizzazioni sindacali? E con il PCI?
Noi facevamo grandi cose con i Consigli dei Delegati e i sindacati si mossero in due direzioni. Per prima cosa ci tolsero il diritto di proclamare sciopero (in un anno come Consiglio dei Delegati ne avevamo indetti 14) con l’intento di stroncarci. In secondo luogo cercarono di dividerci fra liste e listine. Noi come macchinisti ci eravamo coordinati con gli altri Consigli di Roma, Napoli, Verona e altre città, avevamo creato una sorta di coordinamento nazionale per strappare miglioramenti negli orari di lavoro. Imponemmo noi le trattative al governo, che fu costretto ad ammetterci al tavolo per discutere dell’orario di lavoro, ma una volta sottoscritto l’accordo i sindacati confederali intervennero disconoscendolo.

Organizzammo, allora, una grande manifestazione, chiedendo il rispetto degli impegni sottoscritti fra noi e l’azienda. In pratica, scioperammo contro i nostri stessi sindacati.

Quando la CGIL mi espulse per la giusta critica che portai a Trentin giocarono sporco: alla riunione del Comitato Centrale misero la mia espulsione all’ultimo punto dell’ordine del giorno di modo che i partecipanti arrivassero alla discussione praticamente dimezzati. In questo modo la decisione passò per un soffio con 11 voti a favore e 10 contrari. Nel Deposito di Firenze vennero raccolte 222 firme in mia solidarietà, su 225 iscritti alla CGIL. Le consegnai ai probiviri per il ricorso, ma questi eseguirono gli ordini di Trentin confermando l’espulsione.

Arriviamo all’esperienza del Co.MU…
Noi volevamo fare dei Consigli unitari, ma i sindacati no! Loro volevano i Gruppi Unitari di Collegamenti Impianti (i GUCI) ma noi ci rifiutammo, volevamo i nostri coordinamenti che ci avevano dato dei risultati. Ci imposero di adottare uno Statuto in cui non erano compresi gli autonomi dello SMA (Sindacato Macchinisti Autonomi) e noi, tramite un documento pubblico firmato da sei compagni, proclamammo che avremmo dovuto votare anche per i loro delegati. Il sindacato impugnò il documento e chiese la nostra espulsione: il processo si svolse in contemporanea con il campionato del mondo di calcio e noi alla votazione risultammo in maggioranza… gli altri erano a vedere la partita e se ne fregavano dell’espulsione! Rimandarono la cosa perché dopo dieci giorni ci sarebbe stato il rinnovo del Consiglio dei Delegati, ma i primi sei eletti fummo proprio noi, quelli proposti per l’espulsione. La misura era comunque colma e così decidemmo di fondare il Co.MU.

Inizialmente il Co.MU doveva essere uno strumento per risolvere questioni meramente tecniche, doveva essere composto da compagni che trattavano unicamente di aspetti tecnici legati al lavoro e non di questioni politiche; avevamo costruito degli “snodi” dove si votavano i rappresentanti e le votazioni avvenivano a scrutinio segreto.

Ci eravamo dotati di uno Statuto fatto a regola d’arte grazie al compagno Fiorillo, un compagno davvero brillante! Le interferenze dell’azienda erano notevoli e manovravano dietro le quinte anche con i colleghi: sapevano bene su quali insistere. Ma un ruolo decisivo lo ebbe In marcia, il giornale dei macchinisti fondato dall’anarchico Castrucci nel 1908, che il sindacato fece chiudere nel 1979 e che noi riaprimmo nel 1982 cambiando il nome in Ancora in marcia. Il giornale fece da collegamento fra tutti noi e stimolò il dibattito interno. Arrivammo ad avere circa diecimila abbonati.

La CGIL inizialmente subiva la nostra azione dato che eravamo tutti suoi iscritti, poi cominciò ad attaccare ed espellere i più deboli perché aderivano agli scioperi del Co.MU. Non era una cosa di facile gestione, non esistevano precedenti di scioperi autogestiti dalle strutture, ma con l’aiuto di alcuni avvocati capimmo come fare: facemmo valere il principio che lo sciopero è un diritto dei lavoratori, non dei sindacati.

Il compagno Fausto Pozzo di Venezia fece da apripista, facendo aderire allo sciopero i colleghi e arrivando ad adesioni superiori all’80%: tutti prendemmo esempio da questa iniziativa. Ne proclamammo subito un altro, seguiti da 9 comparti, e poi un altro ancora con l’adesione di tutti i 15 comparti.

Una parola d’ordine a cui tengo e il cui contenuto rimase era “Noi non saremo Ciompi”, in riferimento all’esperienzavi dei lavoratori fiorentini che fecero una “fiammata” di cui però non restò nulla. Io insistevo sul fatto che quando si fa uno sciopero si deve pensare subito a quello successivo e a darsi un piano che duri nel tempo. Per arrivare alla convocazione ai tavoli di trattativa ce ne vollero ben 31 di scioperi! Alla fine, ci convocarono come “espressione sindacale”: io mi ero messo una spilla con la scritta “Co.MU” e un certo Morettivii me la fece togliere perché eravamo della CGIL, mentre il presidente Ligatoviii, che comunque spesso cercava di accordarsi con noi, mi apostrofò dicendo: “Ecco Che Guevara!”.

Gli scioperi erano diluiti mese per mese per non ricadere sulle spalle (e sulle buste paga) dei soliti, una sorta di rotazione che si rivelò vincente. Eravamo tenaci e fermi sulle nostre posizioni e agli scioperi aderiva almeno l’80% dei macchinisti (questo fino a che il Parlamento non approvòixla legge 146 introducendo dure restrizioni). Arrivammo con le lotte ad ottenere praticamente il raddoppio dello stipendio. La cosa fu talmente eclatante che l’ambasciata USA a Roma mandò uno a parlare con me perché voleva capire come eravamo riusciti ad andare oltre le “compatibilità di sistema”.

Come si caratterizzava il Co.MU?
La sua forza era la democrazia: chiunque poteva diventarne delegato a patto che fosse eletto con la maggioranza assoluta dai lavoratori. Era un organismo realmente rappresentativo, nemmeno nel Consiglio dei Delegati c’era questa democrazia: qui, infatti, il PCI imponeva che ci fosse un tot di suoi delegati a prescindere dalle votazioni. I lavoratori potevano assolutamente contestare le decisioni dei delegati del Co.MU, che erano immediatamente revocabili. Il Coordinamento nazionale era composto da 45 membri (3 per ogni compartimento) e 6 venivano eletti a scrutinio segreto come coordinatori operativi, con cariche della durata di sei mesi che ricoprivano a rotazione.

Che forme di repressione avete subito nelle Ferrovie?
Ricordo bene il “compagno” Vaciago, ex membro del servizio d’ordine del movimento studentesco che aveva fatto carriera alla Montedison e che il presidente Schimbernix si portò dietro quando venne messo alla testa delle FS; lo reclutò per avviare la ristrutturazione, ovvero i licenziamenti in azienda. Questo soggetto parlava della Pravda e di Lenin e una volta lo affrontai chiedendogli come avesse fatto una simile carriera. Per dirne una, aveva licenziato otto volte Luigi Mara, uno dei fondatori di Medicina Democratica rimasto vittima di un infortunio che gli aveva portato via entrambe le braccia, un grande biologo e un uomo d’oro. Come ti accennavo io ho subito una carrellata di processi, sia penali che civili, che avevano l’obiettivo di fiaccarmi, ma che non hanno mai raggiunto il loro obiettivo. Per alcuni di essi ho rischiato 5 anni di carcere e decine di milioni di lire di risarcimenti; sono stato fortunato ad avere un lavoro che mi “dava da mangiare” e che mi ha permesso di resistere ai tentativi di corruzione che non sono mancati.

Quando era Presidente del Consiglio Scelbaxi, abbiamo fatto scioperi politici come quelli contro la Legge Truffaxii o contro la NATO pur sapendo che ci sarebbero stati comminati anche dieci giorni di sospensione; facevano sciopero anche i socialisti e gli iscritti allo SMA perché, al netto delle differenze politiche, lo spirito unitario era forte! Ricordo uno sciopero nazionale contro Tambronixiii nel 1960: nel deposito l’adesione fu del 99%, eravamo molto uniti, c’era una grande combattività. Qualche volta la polizia è venuta a cercarmi in piena notte, ho ricevuto tantissime lettere con minacce di morte e hanno cercato finanche di rapirmi.

Come mai secondo te esperienze come quelle dei CdF degli anni Settanta e del Co.MU stesso si sono esaurite?
Ho scritto un libro, Nascita, vita e morte di un sindacato alternativo, in cui ho analizzato i motivi di questa sconfitta. Ho approfondito la questione e ho visto che quando si entra nei processi di delega, prima o poi ci si impantana. L’azienda ha cercato sempre di dividerci, qualcuno del Co.MU è diventato commendatore; hanno cercato di corrompere anche me offrendomi cento milioni di lire in contanti e opportunità di carriera. Volevano che ponessi fine agli scioperi, ma io mi sono sempre rifiutato.

Una volta mi chiesero la parola d’onore e io risposi che non la davo di certo al padrone, al che Schimberni disse al suo galoppino: “Hai visto? È delle Brigate Rosse!”. Dissi loro che ero di una brigata più rara, quella dell’onestà. Quando un altro coordinatore mi chiamò per dirmi che bisognava interrompere lo sciopero gli chiesi quanto gli avevano offerto… Una volta un illustre esponente della sinistraxiv mi portò in un posto dove ci furono le solite offerte: il tizio incaricato delle “trattative” venne arrestato alcuni mesi dopo per tangenti.

Noi delegati eravamo sempre in mezzo ai colleghi, io sapevo sempre quanto potevo tirare la corda, avevo il polso dell’umore degli operai e questo è stato uno dei punti di forza del Co.MU. Avevamo occhi e orecchie dappertutto, dicevo sempre: “Quando non mi vedrete fra di voi, cominciate a dubitare di me.” Il sindacalista si fa per vocazione e non per mestiere.

Successivamente il Co.MU è confluito nell’OrSA, l’esperienza si stava chiudendo e fu fatto questo passo. Venne convocato un congresso straordinario, ma il mio erede si accorse troppo tardi che si trattava di una manovra e la destra interna fece passare a maggioranza la decisione. Noi eravamo contro il distacco sindacale e il funzionariato; io ero molto rigido su questo e ritengo che da quando fare il sindacalista è diventato un mestiere sono aumentati i problemi. Tutti i sindacati, se non hanno una rotazione delle cariche, ma prevedono, al contrario, degli incarichi fissi, sono finiti.

Il segreto del Co.MU erano la democrazia e l’unità; non accettavamo veti calati dall’alto per interessi di parte. Il padrone è stato molto abile nell’incunearsi fra di noi e nel conformarci agli altri sindacati.

Come si legava il Co.MU al movimento politico della società, alla lotta di classe?
Noi abbiamo scioperato nel 1991 contro l’invasione del Golfo da parte degli USA, tanto che un giornale scrisse ironicamente: “Mandiamo Gallori a Baghdad con un volo di sola andata”. Facevo le assemblee con padre Balduccixv nell’Officina Motori e nel Deposito. Negli anni Settanta avevamo un buon rapporto con gli studenti, partivamo dal Deposito e li incontravamo in piazza San Marcoxvi per cantare assieme “Operai! Studenti! Uniti nella lotta!”. Uno slogan, questo, scritto pure sul muro del Deposito.

Per noi era quasi inevitabile il coordinamento fra avanguardie. Alla mensa di Livorno stava scritto “Uniti per un mondo migliore” e questo era fondamentale, in ciò stava la nostra anima. La vertenza sindacale da sé non basta, la lotta degli operai GKN è bella perché pone una questione politica – lo stop alle delocalizzazioni – e per questo riscuote successo e adesioni.

Concludo dicendo che l’insegnamento principale è l’unità: si può anche perdere in determinati momenti, ma se si resta uniti poi si riparte all’attacco insieme. Io non sono d’accordo con i sindacati extra confederalixvii che litigano di continuo fra di loro: è un esempio pessimo. Litigano su cose banali e secondarie, mentre il nemico ci attacca. La cosa fondamentale è la democrazia operaia, non contano le tessere differenti, ma la pratica: con noi nel Co.MU ci stavano anche delegati CISL che erano bravissimi e questo apriva un problema nella stessa CISL, alle cui politiche noi ci siamo sempre opposti.

i Ezio mi mostra un libro che raccoglie circa quaranta procedimenti giudiziari, fra quelli intentati da lui e quelli contro di lui. [N.d.R.]

iiOttavio Fedi, eletto nel 1949 segretario nazionale dell’8a categoria (macchinisti) del Sindacato Ferrovieri Italiani (sindacato fondato nel 1907 e confluito nel 1980 nella Federazione Italiana Lavoratori Trasporti – FILT CGIL), divenne anche direttore della rivista In Marcia fino al 1964; per approfondimenti vedasi https://www.inmarcia.it/la-storia/29-la-nostra-storia/697-ottavio-fedi. [N.d.R.]

iiiLa coppia di guida fissa venne ottenuta all’inizio degli anni Ottanta; a partire dagli anni Novanta, l’avvio del processo di privatizzazione del trasporto ferroviario con le connesse ristrutturazioni e tagli portò nel 2009 all’abolizione (anche se con modalità differenti a seconda del tipo di treno) non solo della coppia fissa, ma anche del doppio macchinista, a scapito della sicurezza dei lavoratori e dei viaggiatori. [N.d.R.]

ivBruno Trentin, segretario della CGIL dal 1988 al 1994, è stato promotore della linea della concertazione con governo e capitalisti e della compatibilità delle richieste sindacali con i profitti dei capitalisti; nel 1992 venne preso a bullonate dagli operai metalmeccanici a Firenze per aver sottoscritto, insieme ai segretari di CISL e UIL, con il governo Amato e con Confindustria il protocollo d’intesa che aboliva la scala mobile, il sistema di riadeguamento automatico dei salari al costo della vita. [N.d.R.]

v Galileo, storica azienda fiorentina, oggi Leonardo del gruppo Finmeccanica. [N.d.R.]

vi Riferimento alla rivolta dei Ciompi, lavoratori salariati dell’industria della lana, nel 1378. [N.d.R.]

viiQuello di Mauro Moretti è uno dei casi più noti della schiera di sindacalisti CGIL che hanno fatto carriera come boiardi di Stato o nelle aziende private e nelle associazioni padronali: membro della segretaria nazionale della FILT CGIL dal 1986 al 1990, nel 2006 al 2014 è stato amministratore delegato di FS; rinviato a giudizio nel 2013 per la strage di Viareggio del 2009 in cui rimasero uccise 32 persone, Moretti nel 2014 è stato nominato amministratore delegato e direttore generale di Finmeccanica (dal 2017 Leonardo S.p.A.), carica che ha ricoperto fino al 2017. [N.d.R.]

viii Lodovico Ligato, parlamentare della Democrazia Cristiana, è stato presidente delle Ferrovie dello Stato dal 1985 fino al 1988, quando l’intero Consiglio di Amministrazione delle FS fu travolto dallo “scandalo delle lenzuola d’oro” (l’assegnazione, avvenuta nel 1979, di un grosso appalto per la fornitura di lenzuola, pagate a prezzi gonfiati, per i vagoni letto). [N.d.R.]

ix La legge 146 fu approvata il 12 giugno 1990. [N.d.R.]

x Mario Schimberni, esponente di spicco del mondo industriale e finanziario italiano, dopo essere stato presidente della Montedison dal 1980 al 1987, venne nominato commissario straordinario delle FS dal 1988 al 1990. [N.d.R.]

xiMarioScelba fu presidente del consiglio dal 1954 al 1955; prima era stato ministro degli interni nel governo De Gasperi (formato nel 1947 dopo l’estromissione del PCI) e aveva istituito i reparti motorizzati di pronto intervento (i “celerini”), incaricati di reprimere le manifestazioni delle opposizioni di sinistra e degli scioperanti. [N.d.R.]

xiiLegge Truffa: in vista delle elezioni legislative del 7 giugno 1953, per assicurare alla DC e ai suoi alleati la maggioranza parlamentare, il 31 marzo 1953, il governo De Gasperi fece approvare con un colpo di mano una legge elettorale che assegnava il 65% dei seggi alla Camera al partito o al gruppo di partiti apparentati che avessero raggiunto il 50% più uno dei voti. Siccome non servì allo scopo (la DC e i partiti ad essa apparentati ottennero solo il 49,85% dei voti) e suscitò grosse proteste in tutto il paese, venne abrogata nel 1954. [N.d.R.]

xiii Riferimento allo sciopero nazionale contro il governo del democristiano Tambroni, sostenuto apertamente dal MSI (partito fascista fondato e diretto da Almirante reduce della Repubblica di Salò). A partire da Genova, città medaglia d’oro della Resistenza dove il MSI aveva annunciato si sarebbe svolto il suo congresso nazionale, si estese a tutto il paese un moto di ribellione che spaventò la classe dominante, tanto da indurla ad abbandonare Tambroni al suo destino e a formare, per placare gli animi, il governo Fanfani, il primo sostenuto apertamente dal PSI di Nenni e, sottobanco, dal PCI di Togliatti. [N.d.R.]

xiv Valentino Parlato, direttore del quotidiano il manifesto. [N.d.R.]

xv Padre Balducci, esponente del cattolicesimo di sinistra e animatore di iniziative a favore del disarmo e della pace. [N.d.R.]

xvi Piazza San Marco, ritrovo abituale delle manifestazioni studentesche a Firenze. [N.d.R.]

xvii Si intendono i sindacati alternativi e di base. [N.d.R.]

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