Per l’antifascismo popolare contro l’antifascismo padronale
per il socialismo contro il capitalismo

Due tipi di revisionismo. Rispetto alla Resistenza, sono attivi due tipi di revisionismo storico. C’è quello dei beceri nostalgici del Ventennio e promotori della pacificazione nazionale dietro cui si colloca la propaganda antipartigiana e anticomunista (dai La Russa ai Salvini, Meloni, ecc.) e c’è quello dei liberali e democratici che hanno costruito la retorica dei “partigiani che combatterono per la democrazia” spacciando il regime DC e l’occupazione degli USA, delle organizzazioni criminali (mafia siciliana) e del Vaticano, la Repubblica Pontificia, come la realizzazione delle aspirazioni, delle ambizioni e degli obiettivi dei partigiani. Per i primi la Costituzione del 1948 è “sovietica” e “comunista”; i secondi se ne proclamano guardiani e depositari, ma ne hanno sistematicamente violato ed eluso tutte le parti progressiste fin dalla sua entrata in vigore e ne hanno promosso “l’ammodernamento al passo coi tempi” (vedi il pareggio di bilancio).
I revisionisti del primo tipo appartengono a quella fazione pecoreccia e reazionaria della classe dominante italiana che promuove apertamente la guerra fra poveri in favore dei padroni, i revisionisti del secondo tipo, in genere, appartengono invece a quella fazione aristocratica, colta, forbita, “responsabile” e “rispettabile” che promuove la guerra fra poveri nascondendosi dietro la ragion di stato (“ce lo chiede l’Europa”, “bisogna salvaguardare la stabilità dei mercati”, ecc.). Essi sono i promotori dell’antifascismo padronale.
Ciò che accomuna i primi con i secondi è ben più profondo e radicato di ciò che li divide: è l’anticomunismo. Scrivono, dichiarano, annunciano, affermano, sia i primi che i secondi, una montagna di spazzatura per nascondere che la Resistenza fu il punto più alto raggiunto dalla classe operaia italiana nella sua lotta per il potere, che la Costituzione fu il compromesso che i gruppi imperialisti USA, il Vaticano, la mafia e la borghesia nazionale furono costretti ad accettare stanti i rapporti di forza determinati dalla vittoria del 25 aprile, dall’esecuzione di Mussolini in Piazzale Loreto, dall’esistenza delle brigate partigiane armate, dal controllo operaio nelle fabbriche, dalla presenza del PCI nelle istituzioni e amministrazioni locali post fasciste, appena nate attraverso il CLN.
Se il cammino intrapreso con la Resistenza non fosse stato interrotto dai revisionisti moderni che già erano alla testa del PCI, quel cammino sarebbe giunto fin dove milioni di operai contavano di portarlo: liberarsi dal fascismo e dal capitalismo che lo aveva generato e instaurare il socialismo.

“Dopo la vittoria della Resistenza, a causa dei limiti del movimento comunista cosciente e organizzato e dell’influenza che la borghesia e il clero esercitavano nelle sue file, soprattutto tramite i revisionisti moderni (Palmiro Togliatti in testa), borghesia e clero sono riusciti a impedire l’instaurazione del socialismo e a ristabilire in un tempo relativamente breve un loro regime, la Repubblica Pontificia sotto tutela USA. Ufficialmente la Repubblica Pontificia era antifascista, nella Costituzione del 1948 erano scritti a chiare lettere sia il divieto di ricostituire organizzazioni ispirate al fascismo di Mussolini sia alcuni diritti delle masse popolari incompatibili con la dominazione della borghesia e del clero. In realtà pur condannando il regime di Mussolini, ripudiando spesso anche con ostentazione i suoi simboli e le sue parole d’ordine e i nostalgici dichiarati del vecchio regime, gli esponenti della Repubblica Pontificia hanno ristabilito le sue istituzione e le sue procedure, la vecchia oppressione contro le masse popolari. Gli esponenti del PCI e del PSI, le loro organizzazioni sindacali (CGIL anzitutte), culturali e di ogni genere (Case del Popolo, Camere del lavoro, cooperative, circoli ricreativi, ecc.) si sono ufficialmente professati antifascisti. Nella realtà è cresciuta nel corso degli anni la collusione dei loro dirigenti e anche delle stesse organizzazioni con le istituzioni statali e professionali padronali e con gli stessi capitalisti e gli alti prelati” – da La Voce del (nuovo)PCI n. 64 “Antifascismo popolare, non antifascismo padronale!

Pertanto, mentre oggi i fascisti vorrebbero fare del 25 aprile la giornata delle bandiere bianche e della commemorazione di “tutte le vittime”, i liberali e democratici hanno operato per 75 anni per farlo diventare la giornata delle “bandiere rosa” e dei tricolori in salsa istituzionale. Nonostante la loro opera martellante non sono riusciti tuttavia a cancellare la matrice del 25 aprile, che è rossa, che ha le radici piantate nella lotta per il socialismo, che ogni anno rianima nei vecchi partigiani e nei giovani e giovanissimi il richiamo alla lotta per un mondo migliore.
Quale mondo migliore? Lo vedremo fra poco. Chiudiamo il ragionamento: i revisionisti del primo tipo vivono di provocazioni e polemiche che i revisionisti del secondo tipo alimentano e in cui sguazzano: non c’è nessun motivo particolare per parlare delle fini analisi di La Russa se Repubblica non gli desse spazio. Ma Repubblica non avrebbe di che sventolare il suo “incrollabile” antifascismo (padronale) se non desse spazio a uno come La Russa per fare polemica mediatica.
Un metodo infallibile per distinguere l’antifascismo padronale dall’antifascismo popolare è usare il criterio di classe. Che tipo di antifascisti sono quelli che, al governo, hanno fatto come e peggio di quanto ha fatto Salvini al Ministero dell’interno contro gli immigrati, contro i militanti e gli attivisti politici, contro le libertà individuali e collettive, per il restringimento degli spazi di agibilità politica, contro i comunisti? Che antifascisti sono quelli che hanno introdotto il lavoro interinale, hanno abolito lo Statuto dei Lavoratori, hanno distrutto la sanità pubblica, hanno smantellato colpo su colpo le conquiste che le masse popolari avevano ottenuto con le lotte dei decenni passati e che proprio la vittoria della Resistenza sul nazifascismo aveva innescato?
Quindi: l’antifascismo padronale, diretto discendente del revisionismo storico, è uno strumento di intossicazione delle coscienze e di diversione dalla lotta di classe, è parte della retorica che la classe dominante usa per tentare di tenere sottomesse le masse popolari.

Le celebrazioni del 25 aprile 2020 legano strettamente la lotta contro le due forme di revisionismo alla situazione di emergenza sanitaria, economica e sociale determinata dalla pandemia Covid-19; permettono di attingere dagli insegnamenti della Resistenza per riversarli nella lotta per il socialismo alle condizioni e al contesto attuale.
“Serve un nuovo 25 aprile” non è una trovata propagandistica più o meno riuscita e più o meno accattivante, ma una sintesi che libera il campo dai promotori del revisionismo reazionario e del revisionismo liberale e pone all’ordine del giorno il contenuto e gli obiettivi di quella lotta, di quel cammino, di quella “marcia”.
Per questo motivo salutiamo con entusiasmo qualunque iniziativa sia espressione dell’antifascismo popolare: quelle fatte su internet, quelle fatte dai balconi, quelle fatte in violazione dei dispositivi di contenimento che valgono per le commemorazioni del 25 aprile, ma non valgono nelle aziende in cui i padroni spremono gli operai e li obbligano a lavorare senza protezioni e dispositivi di sicurezza (a proposito di antifascismo padronale!!!), quelle annunciate pubblicamente e quelle che vedremo solo dopo, che pongono di fronte al “fatto compiuto”; quelle scritte sulle autocertificazioni e quelle che prevedono di stracciare le autocertificazioni.
Usando il criterio di classe possiamo, vogliamo e dobbiamo distinguere i promotori delle iniziative promosse sotto l’ombrello dell’antifascismo padronale da coloro che vi parteciperanno. Fra coloro che vi parteciperanno non ci sono speculatori, aguzzini, sfruttatori, razzisti benpensanti: in larga maggioranza sono persone, compagni e compagne, alla ricerca di una manifestazione di affermazione dei valori della Resistenza.
Sono tutti comunisti? No. Sono tutti parte di quel pezzo di paese che ha le radici piantate nei valori della Resistenza, nell’antifascismo popolare, nella lotta di classe. Sta a noi comunisti offrire loro una prospettiva e un’opportunità ponendoci all’altezza delle loro aspettative, diventando il punto di riferimento politico e organizzativo di cui sono orfani da troppo tempo. E lo possiamo fare, da comunisti, solo stando bene attenti a non essere soggettivisti e a non essere idealisti. Che vuol dire?
Non essere soggettivisti vuol dire non rinchiudersi nelle proprie stanze – reali o virtuali – in cui fra noi siamo tutti d’accordo a denunciare quanto sia falso e nocivo l’antifascismo padronale. Dobbiamo, al contrario, essere insieme a quella parte di masse popolari che cerca e trova il modo di esprimere e affermare il proprio legame con la Resistenza. Quello è il posto dei comunisti. Esprimere e riaffermare il contenuto della Resistenza – il punto più alto raggiunto dalla classe operaia italiana nella sua lotta per il potere – prenderne gli insegnamenti e usarli senza limitarsi a declamarli, questo è il compito dei comunisti.
Non essere idealisti vuol dire non scambiare le questioni contingenti con le questioni di prospettiva, che sono quelle decisive. Un esempio: a commento dell’appello a costruire la Settimana Rossa più di uno ci ha risposto “ma perché anziché accodarvi all’ANPI e cantare Bella Ciao dal balcone non marciate sotto il palazzo della Regione Lombardia per chiedere le dimissioni di Fontana?”. Premesso che sosteniamo moralmente e politicamente – e dove riusciamo anche fisicamente e praticamente – ogni mobilitazione delle masse popolari in lotta contro la classe dominante, il tempo di “chiedere qualcosa a qualcuno” è finito. E’ giusto e sacrosanto promuovere lotte rivendicative (sono “la scuola elementare di lotta di classe” diceva Lenin), la questione decisiva è costruire 10, 100, 1000 organismi operai e popolari che assumono il ruolo di gestione di parti crescenti della società, quella società che la borghesia lascia decadere perché non ha interesse (profitto) nel dirigere, ma la cui decadenza è causa della generale decadenza della società.
Protestiamo. Ribelliamoci. Rivoltiamoci. E questo inevitabilmente succede e succederà. La questione è la conquista del potere. La questione decisiva, quindi, non è abbattere il potere della borghesia, ma la costruzione della rete del nuovo potere. E questo è ciò che solo i comunisti possono promuovere, è il compito che spetta loro.

Antifascismo è lotta per il socialismo. In molte forme stiamo portando e porteremo il contenuto della Resistenza dai balconi, nelle strade, nelle piazze, nelle fabbriche: antifascismo è lotta per il socialismo. Il socialismo è il futuro dell’umanità. L’obiettivo immediato è alimentare la rete degli organismi operai e popolari che impone il Governo di Blocco Popolare per fare fronte da subito alle conseguenze più gravi della crisi. Questa è la scuola pratica di lotta di classe che insegna alla classe operaia e alle masse popolari a passare dalla rivendicazione alla classe dominante alla lotta per diventare esse stesse classe dirigente della società. E’ il processo storico e politico che solo i comunisti possono dirigere. Lo hanno fatto nella Resistenza, avanzando fino a che i revisionisti moderni non hanno imboccato la via della collaborazione e sottomissione alla borghesia e possiamo farlo oggi, imparando anche dagli errori e dai limiti della nostra storia perché la sola via di uscita dal marasma in cui versa la società è fare dell’Italia un nuovo paese socialista.

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