Quando hai cominciato a lavorare e in quali fabbriche?
Ho iniziato a lavorare nel 1967 alla Stucchi, poi dal 1981 fino alla pensione (nel 1894) ho lavorato alla CALP [ndr Cristalleria Artistica La Piana di Colle di Val d’Elsa]

Partiamo dalla tua prima esperienza alla Stucchi: quali mansioni avevi e che situazione hai trovato in fabbrica quando sei entrata?
Io impastavo il gesso dentro il secchio, poi dovevo versarlo (era molto pesante!) negli stampi. Era faticoso come lavoro. Il contesto era buono, nel senso che tutto sommato il padrone era abbastanza riconoscente. Però c’era sempre qualcosa che non andava bene per noi operai. C’era sempre qualcosa per cui lottare.

Di questo parleremo dopo più nel dettaglio. Cosa produceva questa fabbrica e quanti operai eravate?
Produceva stucchi ed eravamo circa quindici operai/e.

C’era un Consiglio di Fabbrica? Come funzionava?
Sì, c’era un Consiglio di Fabbrica ma non era grande ovviamente. Periodicamente ci riunivamo per decidere il da farsi ed eleggevamo un portavoce che poi andava a discutere con il padrone. Se il padrone accettava le nostre richieste bene, altrimenti organizzavamo lo sciopero. Abbiamo deciso di organizzarci perché volevamo conquistare quei diritti di cui poi i nostri figli hanno goduto e che oggi vi stanno progressivamente togliendo. Abbiamo ottenuto il sabato festivo (all’inizio ci è stata concessa solo mezza giornata e poi l’intero giorno), la riduzione dell’orario lavorativo settimanale, le ferie (prima una settimana, poi quindici giorni e infine un mese), abbiamo lottato per la tredicesima, poi per la quattordicesima. Eravamo molto soddisfatti dei risultati ottenuti: quando ci mettevamo in testa di raggiungere un obiettivo, ci riuscivamo!

Com’erano i rapporti con i sindacati e con il PCI?
Sia il PCI che i sindacati erano molto importanti per noi, noi andavamo avanti nella lotta perché loro ci supportavano e ci spronavano. Per quanto riguarda il PCI, molti, ma non tutti, avevano la tessera. I sindacati più radicati nelle fabbriche erano la CGIL e la CISL, ma nella mia fabbrica eravamo tutti iscritti alla CGIL. La CGIL ci forniva informazioni e ci incoraggiava, esisteva un buon rapporto con questo sindacato, anche se dopo ci ha traditi.

Quando hanno iniziato ad incrinarsi i rapporti con il sindacato secondo te?
Sulla base della mia esperienza, dagli anni ’90. Io ho smesso di crederci quando hanno iniziato a toglierci l’indennità di contingenza, poi a chiederci il 5×1000… C’erano tante cose che non ci andavano bene, sembrava che al sindacato non importasse più niente di noi lavoratori. Pensa che io avevo pagato un conguaglio per andare in pensione con 7 anni di anticipo, ma quando fui prossima ad andarci, quelli della CGIL mi dissero che quel pagamento non risultava! Allora cambiai sindacato, mi rivolsi alla UIL e là mi confermarono che i contributi c’erano e che quindi potevo andare subito in pensione. A quel tempo rimasi schifata dalla CGIL e mi cancellai, ma anni dopo – e questo per farti capire come sono rimasta affezionata a quel sindacato che per me è stato un simbolo – ho rifatto la tessera che ho a tutt’oggi.

C’erano tante donne a lottare con te? Subivate, in qualche maniera, discriminazioni di genere in fabbrica?
Nel Consiglio di Fabbrica eravamo tutte donne e non ci siamo mai fatte mettere i piedi in testa. Ho sempre pensato che forse sia stato così anche perché poi, finito il lavoro, avevamo da pensare ai figli e alla casa… Sentivamo quindi di più il bisogno di lottare per delle condizioni di lavoro migliori.

Ci sono stati mai atti di repressione aziendale?
No. Fra noi operai, chi si esponeva e lottava di più riscuoteva ammirazione. E con i padroni non ci sono mai stati grossi problemi, anche se ovviamente non vedevano di buon occhio quello che volevamo. Però il punto era che lottavamo sempre compatti, la nostra logica era “se tocchi uno, tocchi tutti”.

Veniamo alla tua esperienza nella CALP. Quanti operai eravate?
Eravamo 750 quando sono entrata io. Lì c’era un grande Consiglio di Fabbrica.

Lì quali erano le tue mansioni?
Dovevo scegliere i bicchieri e inscatolarli, ero nel fondolinea.

Alla CALP quali erano i problemi principali che dovevate affrontare?
Soprattutto quelli legati al fondolinea, perché spesso arrivavano troppi bicchieri (a volte anche 1000-1100) e non riuscivamo a prenderli tutti (eravamo solo 2 o 3 operai) e i padroni volevano tenere il personale al minimo. In realtà tanti diritti ce li eravamo già conquistati con le lotte degli anni ’60-’70, ma anche in quel periodo c’era sempre qualcosa che non andava bene.

Come mai secondo te oggi queste esperienze si sono esaurite?
Bella domanda! Non lo so come mai, però so che occorre che vi svegliate perché vi stanno togliendo tutti i diritti che abbiamo conquistato. Per voi è più difficile, me ne rendo conto, perché sembra che questa crisi vada sempre di male in peggio. Forse non è possibile che riusciate a fare quello che abbiamo fatto noi, sono cambiate troppe cose. Noi, al tempo, eravamo in una fase di crescita: eravamo nel dopoguerra, c’era tutto da rifare. Però chissà, forse dopo che questa emergenza sanitaria sarà finita, quando ci sarà un po’ da ripartire da capo… Non posso dirvi come dovete lottare, ma di sicuro voi, giovani generazioni, dovete cercare di resistere e di difendervi. Se un operaio vede che qualcosa non va bene, deve denunciarlo! Non ci si deve arrendere mai!

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