Roberto Battistini entra a lavorare alla SANAC di Massa nel 1978 all’età di 25 anni.
Quello di Massa, aperto all’incirca nel 1972, è l’unico degli stabilimenti SANAC presenti in Italia a produrre refrattari per il sistema di spillaggio a “cassetto” per siviera (ndr: recipiente destinato a contenere ghisa, un metallo fuso).
La SANAC (azienda legata all’ex Ilva di Taranto) che è oggi sotto attacco, è anche una fabbrica in cui, soprattutto negli anni ’80-’90, ci sono state importanti lotte operaie che hanno portato alla conquista di diritti di cui hanno goduto anche i lavoratori assunti negli anni successivi.
La testimonianza di Roberto è di insegnamento per tutti quegli operai che oggi si trovano a far fronte ai ricatti dei padroni che eliminano diritti, chiudono fabbriche e delocalizzano l’apparato industriale del nostro paese.

Roberto, quando sei entrato in SANAC c’era, e quale ruolo aveva, il Consiglio di Fabbrica? Parlaci della tua esperienza di lotta…
Lo stabilimento SANAC di Massa entra in funzione nel 1972 e io comincio a lavorarci nel 1978 (avevo 25 anni), quindi solo sei anni dopo. Esisteva sì un Consiglio di Fabbrica ma, tenuto conto della recente apertura, non era del tutto strutturato.
Nel ’79 c’è il grosso delle assunzioni e molti nuovi assunti vengono destinati al mio reparto, il Reparto Cassetti (REC) che contava circa 80 lavoratori su un numero complessivo di circa 200. È in quell’anno che decidiamo di prendere in mano la situazione: sugli accordi, sugli straordinari, su tanti aspetti che riguardavano la sicurezza in fabbrica.
A volte, ancora oggi, vado a riguardare le buste paga di allora e non c’era mese che non facessimo scioperi e ovviamente ne facevamo anche più di uno al mese! Scioperi, picchetti, assemblee, cali nella produzione. Date le problematiche, le lotte erano quasi giornaliere.
Noi ci siamo sempre opposti con forza agli straordinari, eravamo per far assumere. Se al sabato si doveva fare la manutenzione, non potevi saltarla del tutto, però siamo riusciti a regolamentarla e diverse volte l’abbiamo sospesa a causa delle proteste. A farla era di solito il manutentore che aveva il turno h.6.00-h.14.00 e che quindi usufruiva di un giorno in più di riposo da prendere quando voleva al posto dello straordinario. Anche questa è stata una conquista ottenuta con le proteste e le lotte.
Penso spesso, ancora, alla lotta che facemmo per avere la pausa di 10 minuti pagati per andarci a lavare, dal momento che il nostro reparto era distante dalle docce. Tutto iniziò il giorno in cui di comune accordo con gli altri operai, decidemmo di staccare 10 minuti prima per andare a fare la doccia: i padroni se ne accorsero e da lì partì la trattativa e la lotta su quello che reclamavamo come un nostro diritto e su cui eravamo intenzionati a non fare un solo passo indietro. Ricordo ancora che un nostro collega che non si faceva la doccia in fabbrica, per un breve periodo ha iniziato a lasciare lo stabilimento con 10 minuti di anticipo sulla fine del turno di lavoro. In fase di accordo abbiamo ottenuto dall’azienda i 10 minuti per lavarci, purché rimanessimo in fabbrica. I padroni non ci hanno messo molto a capire che niente avrebbe potuto fermare la nostra determinazione.
Questi sono solo alcuni esempi delle tante lotte che abbiamo portato avanti, molte delle quali riguardavano la questione per noi importantissima della sicurezza sul lavoro. Quando ho iniziato a lavorare, per tutto quello che atteneva alla sicurezza, le visite mediche ecc., ci dovevamo rivolgere alla Medicina del Lavoro della USL di Genova. Una situazione veramente assurda dal momento che noi operai avevamo bisogno di relazionarci di continuo con questo servizio e allora abbiamo preteso di essere seguiti dalla USL di Massa Carrara. Non è stato semplice.
L’azienda contattò la USL di Pisa ma poi fu costretta a rivolgersi all’USL di Massa Carrara.
Uno dei primi scioperi che mi ricordo, lo facemmo per fare entrare in fabbrica un tecnico della USL di Massa Carrara.
Da allora, per qualsiasi cosa ci rivolgevamo ai nostri referenti sempre pronti e disponibili in qualunque momento. Ho accatastato tanti di quei fogli della USL che non immagini neanche!
Siamo così arrivati ad ottenere conquiste importanti per la nostra salute: aspiratori adeguatamente posizionati e sempre sotto controllo, analisi dell’ambiente annuali o biennali – non ricordo bene -, un operaio addetto alla motoscopa per l’aspirazione delle polveri (che veniva fatta tutti i giorni e non una volta ogni tanto come avrebbero voluto i padroni) e tante altre cose.
Sono state tante nel tempo le lotte e le proteste e una delle ultime a cui ho preso parte è stata quella per il Premio di Produzione ed Efficienza (PPE). Per sette anni, dal 1998 al 2005, ci siamo rifiutati di firmare questo accordo che condizionava l’aumento salariale a un aumento della produttività nel lavoro, non solo perché l’azienda era in attivo ma perché avere più soldi in busta paga senza dover lavorare di più era un nostro diritto.Abbiamo tenuto duro, nonostante le pressioni anche di diversi lavoratori e alla fine la lotta ha pagato.
Io sono stato buttato fuori dall’azienda nel 2003, ma ho continuato ad entrarvi, in qualità di RSU e RLS, fino al 2007-2008.

Spiegami una cosa: quando davate il via a una lotta, voi operai eravate sempre tutti d’accordo?
Certo che no. Come ti dicevo all’inizio, in fabbrica eravamo all’incirca 200 e il reparto dal quale sistematicamente partiva la lotta era il mio, il REC, dove eravamo 80.
Di questi 80, tolti gli impiegati, il 70-80% era costituito dallo “zoccolo duro” degli operai che sostenevano quasi sempre la lotta. Viene da se che era fondamentale la nostra determinazione e quella di quei 45/55 operai. Grazie a questa determinazione e all’appoggio dei lavoratori che ci sostenevano riuscivamo a trascinare anche i più titubanti, se non addirittura anche quelli che in un primo momento erano contrari. La nostra forza sono sempre stati loro, i lavoratori.

Com’erano i rapporti con le organizzazioni sindacali? C’era qualcuno di voi che militava anche in organizzazioni politiche?
Io prima di entrare in SANAC avevo militato in Lotta Continua. Altri compagni erano del PCI.
Avevamo rapporti con le organizzazioni sindacali, io stesso sono stato eletto RSU Filcem CGIL e RLS rispettivamente dal 1993-1994 al 2007-2008 e dal 1996 al 2007, nonostante l’azienda mi avesse buttato fuori nel 2003.
Io continuavo a entrare in fabbrica come rappresentante dei lavoratori e nel frattempo continuavo a vincere le cause legali intraprese contro l’azienda… poi è arrivata la pensione.
Come dicevo, i rapporti con le organizzazioni sindacali c’erano ma all’interno della fabbrica il gruppo di operai più combattivi agiva come organismo autonomo e che non teneva di conto delle tessere sindacali che avevano in tasca i lavoratori. Noi operai eravamo i primi a partire dentro la fabbrica e questo costringeva i sindacati a rincorrerci.

Ci hai parlato di alcune delle tante e importanti conquiste che avete strappato ai padroni con la lotta… parlavi di scioperi, picchetti, cali di produzione che erano all’ordine del giorno, ma vorrei chiederti se la vostra organizzazione operaia era anche qualcosa di più. Era anche un’organizzazione di lotta per cambiare il paese? E come mai, secondo te, questa esperienza si è poi esaurita?
Da quello che mi ricordo, all’epoca, tenevamo anche assemblee operaie dove parlavamo di ciò che avveniva nel paese e dei problemi del paese, ma in generale il nostro organismo non era politicizzato.
Alle manifestazioni però partecipavamo sempre, sia a livello locale che nazionale.
Sul perché questa esperienza si è esaurita… Io sono convinto che i sindacati ad un certo punto per contrastare il distacco che si era determinato tra loro e i lavoratori – ci fu un momento in cui il sindacato perdeva una marea di iscritti mentre i CdF, dove per essere eletto non era obbligatorio possedere la tessera sindacale, continuavano ad esistere e ad operare – si “inventò” le RSU. In altre parole gli operai seguivano di più l’organizzazione operaia autonoma che non il sindacato stesso, per cui il sindacato ad un certo punto ha cercato di recuperare terreno introducendo l’elezione, appunto, delle RSU. La prima cosa che subito saltò agli occhi fu la riduzione degli eletti nelle RSU. Si passò, alla SANAC, da 17 a 4 rappresentanti per le tre organizzazioni.
Chiaro che in quel modo avevi meno la situazione sotto controllo e l’autonomia venne via via meno. E anche la spinta al nostro protagonismo iniziò a scemare.
Oltre a questo, quelli erano anche gli anni della caduta del muro di Berlino… (ndr: e della fine della prima ondata della rivoluzione proletaria nel mondo).
I sindacati, complici del governo, hanno lavorato alacremente per togliere il potere agli operai e i padroni ne hanno approfittato per toglierci via via i diritti conquistati e con essi la felicità.

Non pensi che, oggi come oggi, è non solo possibile ma necessario far rinascere degli organismi operai come quelli di allora?
Certo che è necessario! Ed è anche possibile se gli operai, al di là delle tessere sindacali, si organizzano autonomamente sul proprio posto di lavoro. Certo ci sono condizioni diverse rispetto a quelle di allora, i lavoratori sono più ricattabili, ma è fondamentale la loro organizzazione. Devono riunirsi, discutere e non mollare. Molte cose sono cambiate, ma con pazienza e costanza ce la faranno. Ne sono certo.

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