Sul valore e sul ruolo degli scioperi generali indetti dai sindacati di base e alternativi il 27 ottobre e il 10 novembre scorsi abbiamo già scritto sui numeri 10 e 11-12 di Resistenza, ci soffermiamo qui a considerare il processo che hanno favorito nel movimento sindacale, preso nel suo insieme, e il movimento a cui hanno costretto la CGIL, che fra i sindacati di regime è il principale e il più difficile da sottomettere per i vertici della Repubblica Pontificia.

I sindacati di regime sono diretti da personaggi e gruppi selezionati appositamente con l’obiettivo di incanalare la mobilitazione degli operai e degli altri lavoratori verso l’accettazione più o meno convinta delle misure e delle manovre che i padroni e il governo impongono loro, cioè verso la sconfitta. Gli esempi in questo senso sono innumerevoli. Ma proprio per svolgere questo compito, i gruppi dirigenti dei sindacati di regime hanno bisogno di mantenere autorevolezza e prestigio dalla larga parte dei lavoratori perché se nessun lavoratore li seguisse (o solo una ristretta minoranza di essi), il loro ruolo di collaborazione (e di “pompieri”) non avrebbe più nessuna utilità per i padroni. Quindi, sia perché formalmente sono pur sempre gruppi dirigenti di grandi organizzazioni rivendicative, sia perché i padroni stessi hanno interesse che i lavoratori si uniscano ai sindacati di regime per controllarne la mobilitazione, i gruppi dirigenti dei sindacati di regime sono in qualche modo costretti a mobilitarsi e a far mobilitare i propri iscritti per mantenere un ruolo.

Alla luce di questa premessa è più semplice analizzare il sommovimento in corso e ragionare sulle strade che gli operai e i lavoratori avanzati (iscritti a qualunque sindacato o anche non iscritti ad alcun sindacato) possono intraprendere per valorizzare e i risultati degli scioperi generali indetti dai sindacati di base il 27 ottobre e il 10 novembre.

Se guardiamo dall’alto il movimento degli ultimi mesi, possiamo vedere che alla base dei risultati degli scioperi generali indetti dai sindacati di base ci sono gruppi, spesso ristretti e sparsi, di operai e lavoratori che hanno usato quelle mobilitazioni per spingere avanti, più o meno consapevolmente, il rinnovamento del movimento sindacale. Che significa? Significa che è sulla base della spinta, dell’iniziativa e dell’azione di gruppi di operai e di lavoratori (ancora: indipendentemente dal sindacato di appartenenza) che gli scioperi generali dello scorso autunno hanno ottenuto risultati maggiori di quanto le tendenze alla concorrenza fra sindacati e il settarismo espresso dai gruppi dirigenti avrebbero permesso. Un esempio. La promozione di un appello a costruire uno sciopero unitario dei sindacati di base (anziché due) e un fronte unito intersindacale, sottoscritto da molti lavoratori iscritti a quei sindacati i cui gruppi dirigenti invece remavano per due scioperi separati, ha creato le condizioni favorevoli a due movimenti:

– il primo è che ci sono state aziende in cui RSU e lavoratori avanzati hanno promosso (e fatto) entrambi gli scioperi;

– il secondo è che, sia nel caso abbiano fatto entrambi gli scioperi o meno, hanno usato uno sciopero o l’altro per rilanciare su vertenze particolari della loro azienda o della zona in cui lavorano. In entrambi i casi si è trattato di una spinta che ha consentito che agli scioperi partecipassero anche lavoratori iscritti ai sindacati di regime o lavoratori non iscritti al sindacato (ci sono molti esempi, citiamo qui solo Alitalia ed Electrolux). Qualcuno può pensare che questo sia “un segnale troppo piccolo, per essere definito incoraggiante” o che “è normale: c’è sciopero e uno lo fa”, ma tutte e due le obiezioni non stanno in piedi. E’ vero invece che quegli operai e lavoratori che, a volte un gruppo davvero ristretto, hanno messo le mani in pasta, hanno costruito quella rete che ha posto con forza, a partire dalle aziende, la questione dello sciopero generale (hanno costretto i vertici di tutti i sindacati di base a confrontarsi pubblicamente sui “problemi” che impedivano la proclamazione di una data unitaria), della mobilitazione necessaria per fare fronte agli attacchi padronali e alla repressione aziendale, la questione del coordinamento, il ruolo della lotta sindacale in questa fase. Una rete informale, con relazioni in certi casi deboli e di certo ancora in pieno sommovimento e strutturazione, ma le ricadute pratiche sono state visibili sia nei due giorni di sciopero generale (27 ottobre e 10 novembre), sia nelle iniziative, discussioni e mobilitazioni successive. Ed è visibile, per chi la vuole e la riesce a vedere, anche nella decisione della CGIL di promuovere la mobilitazione “per le pensioni” il 2 dicembre scorso. Una prima sintesi: per azione propria (vedi l’esempio della logistica: la mobilitazione del SI COBAS ha infine costretto anche la CGIL a indire uno sciopero di tre giorni a fine ottobre), o principalmente spinti da quanto sono stati usati gli scioperi generali da parte dei lavoratori e dagli operai avanzati e dalla loro rete, i sindacati di base e alternativi hanno assunto un ruolo importante nel movimento sindacale e la loro azione ha prodotto il sommovimento in corso, un “effetto a catena” che spontaneamente, però, non può andare oltre il livello già raggiunto.

La CGIL è un sindacato di regime, il più grande, ma anche il più contraddittorio e meno addomesticabile perché più degli altri subisce l’influenza di ciò succede nei posti di lavoro, di quello che “si muove” fra gli operai e i lavoratori e, infine, perché è quello in cui la classe operaia è più numerosa e concentrata. E’ molto probabile che i sommovimenti politici (elezioni, lotta per la formazione di un nuovo governo) la spingeranno a mobilitarsi e a mobilitare contro le Larghe intese (è quello che in una certa misura sta già timidamente facendo: Ius soli, immigrazione e anche la mobilitazione per le pensioni va in questo senso), è invece certo che se su quella mobilitazione interviene la spinta alla mobilitazione dei sindacati di base e alternativi, anche la CGIL sarà costretta ad assumere un ruolo superiore di quello che il suo gruppo dirigente vorrebbe farle assumere. Questa è la prospettiva dei prossimi mesi, che apre nuove contraddizioni, ma anche nuove strade.

Apre nuove contraddizioni, perchè si porrà con forza ai sindacati di base e autonomi la scelta fra due vie: limitarsi a promuovere la concorrenza con la CGIL sul campo della mobilitazione e delle rivendicazioni (e magari fare campagna acquisti fra i lavoratori scontenti della CGIL) oppure valorizzare, sviluppare, estendere quegli embrioni di “reti” che già esistono, già operano (ed opereranno), di coordinamenti intersindacali o extrasindacali. Apre nuove strade: allarga il solco fra CGIL e gli altri sindacati di regime (cioè apre una spaccatura nel campo nemico) e spinge la CGIL ad assumere un ruolo che il suo gruppo dirigente non vuole assumere, ma sarà costretto a farlo, nella mobilitazione per costruire la nuova governabilità dal basso dei territori e del paese.

Il punto attorno cui gira tutto è uno. L’iniziativa e la mobilitazione degli operai e dei lavoratori avanzati. Spesso diciamo e scriviamo che “non sono i padroni a essere forti, ma sono gli operai e i lavoratori che devono imparare a far valere la loro forza”, il principio è giusto anche applicato a questo discorso: “non sono le dirigenze dei sindacati di regime a essere forti, ma sono gli operai e i lavoratori che devono imparare a usare la loro forza e i loro mezzi per portare le dirigenze sindacali a fare i loro interessi”. E’ possibile, è una dinamica che abbiamo già visto a Pomigliano, ai tempi del referendum sul piano Marchionne nel 2010: il nocciolo della mobilitazione furono alcuni pochi operai dello SLAI COBAS, poi è venuto il referendum, poi è venuto il risultato, poi è venuta la FIOM che da Pomigliano ha assunto un ruolo nella mobilitazione di tutte le masse, in tutto il paese…

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