Il 3 aprile è morto il compagno Gianni Maj. Pur non essendo stato membro del P.CARC, il suo contributo alla nostra opera è stato quello di un operaio instancabilmente dedito alla causa del comunismo, un contributo costante e generoso su cui i compagni e le compagne hanno sempre potuto contare.

Lo ricorda nel modo più appropriato Giuseppe Maj, suo fratello, nel messaggio che ha fatto recapitare il giorno del funerale, il 6 aprile. Lo ricordano le compagne e i compagni che lo hanno conosciuto e che hanno avuto a che fare con lui a un presidio, a una festa di Resistenza o a un processo, a un volantinaggio o a un attacchinaggio, nell’occupazione di una sede o di una fabbrica, in una ronda antifascista o nella costruzione di una libreria. Lo ricordano le donne e gli uomini della classe operaia anche se non lo hanno conosciuto direttamente. Perché, a ben vedere, più che un ricordo Gianni Maj è un esempio. Che vive nelle iniziative per organizzare i lavoratori di una fabbrica, per preparare una protesta, per difendere i diritti che anche lui ha contribuito a conquistare, dal suo posto di lavoro e di lotta alla Philco di Brembate Sopra, a Bergamo. Quell’esempio vive nelle lotte contro la repressione e nella solidarietà di classe di oggi, che hanno le radici nelle lotte contro le leggi speciali, le torture dei rivoluzionari prigionieri, contro la dissociazione e il pentitismo fra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80. Vive, infine, quell’esempio, nelle mille attività di tutti quelli che lottano per liberare l’umanità dal capitalismo, instaurare il socialismo e avanzare verso il comunismo.

Gianni era malato e aveva preparato tutto per la sua morte. I famigliari si sono domandati come usare i soldi della colletta di chi ha voluto contribuire alle spese del funerale e hanno deciso di onorare ciò che Gianni aveva nella mente e nel cuore destinandoli alla causa della rivoluzione socialista con una sottoscrizione economica al P.CARC. E questo pure è un esempio di quel contributo che il compagno Gianni Maj ha dato, continua a dare e darà alla causa del comunismo.

Abbiamo salutato Gianni, il giorno del suo funerale, con un impegno. L’impegno a tenere alta la bandiera rossa che aveva impugnato e a portarla a destinazione, a sventolare sulle città del paese intero. E a impugnarla ci saremo tutti, perchè il socialismo è una conquista collettiva che ha radici profonde, che traggono dalla spinta degli operai e delle masse popolari di ogni epoca la forza con cui apre le porte al futuro.

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Il saluto di Giuseppe Maj

In ricordo di Gianni, mio fratello e compagno

Familiari, compagni e amici,

è un evento luttuoso che ci riunisce, approfittiamone quindi per ricordarci che ogni individuo prima o poi muore fisicamente, ma quello che resta è quello che ha fatto nella sua vita. Questo continua a vivere in tutti quelli che direttamente o indirettamente hanno avuto a che fare con la persona che si è spenta.

Se, come nel caso di Gianni, si è spenta una persona che ha dedicato la parte migliore di se stesso e della sua vita alla lotta per il futuro dell’umanità, per aiutare l’umanità a porre fine all’epidemia che l’affligge, al sistema sociale capitalista che abbiamo ereditato dal passato, quello che lui ha fatto resta nel patrimonio dell’umanità.

Io sono uno dei fratelli maggiori di Gianni. Di lui ho conosciuto aspetti che molti di voi non conoscono, neanche i suoi figli. Si può dire che l’ho visto nascere. Mi ricordo nostra madre che nel 1944 lo allattava mentre fascisti e soldati tedeschi perquisivano la nostra casa a Pradella e ho partecipato a molte peripezie della sua vita, agendo io a volte bene e a volte male, perché non abbiamo avuto né io né lui un’educazione accurata. Eravamo vittime dell’oppressione padronale e dell’oscurantismo clericale, della miseria e dell’ignoranza che ne derivano. Ma non starò a raccontare molti singoli episodi che ricordo. Quello che voglio ricordare è l’opera migliore di Gianni, quella che svolse negli anni ‘70, alla Philco. Quando, dopo aver lavorato a Calolziocorte, a Bergamo, in Svizzera e a Milano, entrò a lavorare alla Philco, la fabbrica aveva migliaia di operai ma era una fabbrica politicamente arretrata, con una forte oppressione padronale. Gianni mi raccontò di un’operaia costretta a non abbandonare la linea e la pipì le colava lungo le gambe e per terra. Il sindacato più forte si richiamava all’ideologia fascista, era la CISNAL. Ma mio fratello aveva già solidi legami con il partito comunista marxista-leninista di allora e in pochi mesi, per la sua generosa e intelligente attività e sulla spinta degli avvenimenti in corso in tutto il paese, la Philco divenne la fabbrica faro in tutta la provincia di Bergamo, gli operai della Philco divennero un’autorità pubblica riconosciuta e seguita in tutta la provincia e anche oltre. Furono gli anni migliori della vita di Gianni, quelli in cui mostrò quante potenzialità intellettuali e morali aveva in sé che l’ambiente in cui era cresciuto fino allora non gli aveva fatto sviluppare. Mostrò anche che in date circostanze basta l’opera adeguata di una persona per far esprimere il meglio di sé a migliaia di persone fino allora sottomesse e rassegnate. Sono lezioni prezione per il presente.

Purtroppo noi comunisti allora non eravamo all’altezza degli avvenimenti, non fummo capaci di condurre i lavoratori a vincere e a instaurare il socialismo. Per questo oggi il nostro paese è con il resto del mondo nella situazione disastrosa che credo ognuno di voi conosce. E Gianni personalmente nel giro di alcuni anni pagò duramente le conseguenze della nostra sconfitta a livello generale. Nonostante la resistenza e la solidarietà dei suoi compagni di lavoro, venne licenziato e proprio per quello che era stato molti padroni arroganti si rifiutarono di assumerlo anche quando assumevano altri. Gianni dovette rassegnarsi a lavorare nelle condizioni malsane che con tutta probabilità sono all’origine della malattia che lo ha portato alla morte. Ma come dicevo prima, tutti prima o poi moriamo. Quello che è più importante e che dobbiamo raccogliere da Gianni, è la lezione che ognuno di noi ha in sé potenzialità che può dispiegare se partecipa con generosità alla lotta che la parte più avanzata delle masse popolari già combatte per porre fine al catastrofico corso delle cose. Un mondo migliore è possibile, un mondo senza miseria e senza ignoranza, un mondo in cui ogni individuo fin dall’infanzia darà il meglio di sé. Sta a noi costruirlo. Se lo vogliamo, se ci istruiamo, se ci uniamo, nessuno ha la forza per impedircelo.

Questo è il ricordo di Gianni che volevo trasmettervi, anche se le condizioni della mia vita attuale, per il ruolo che svolgo nella costruzione del nuovo Partito Comunista Italiano e nella rivoluzione socialista, mi impediscono di essere qui con voi a condividere i sentimenti e a dare il nostro saluto al fratello e compagno che ci ha lasciato.

Gianni continuerà a vivere con chi farà tesoro delle sue lezioni! Saluto tutti i presenti, ognuno di voi.

Bepi.

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Lettera di una lettrice

Cari compagni,

ho visto sul vostro sito il saluto che Giuseppe Maj del (nuovo)PCI ha mandato per il funerale di suo fratello Gianni, di cui avevo letto e apprezzato l’intervista sul Consiglio di Fabbrica della Philco negli anni ‘70. Mi ha colpito un passaggio del saluto che mi ha ricordato ciò che è successo alla Sevel di Atessa, lo stabilimento del gruppo FCA in provincia di Chieti, il 7 febbraio di quest’anno: un operaio si è fatto la pipì addosso perché il caporeparto gli aveva rifiutato più volte il permesso di andare in bagno. Di sicuro lo sapete, l’USB e la FIOM lo hanno denunciato e hanno fatto un’ora di sciopero, anche i media gli hanno dato un certo risalto. Così come hanno denunciato che, sempre alla Sevel, il 12 aprile un operaio è svenuto a causa di un infortunio e il caporeparto ha rifiutato di interrompere la produzione e ordinato agli operai che erano andati a soccorrere il collega di tornare alle loro postazioni di lavoro.    

Alla Sevel nel 2017 come alla Philco nel 1970… i padroni ci stanno riportando indietro, ci stanno togliendo un pezzo alla volta quello che avevamo conquistato con le lotte degli anni ’60 e ’70, sulla scia della vittoria della Resistenza e dell’ondata messa in moto dalla Rivoluzione d’Ottobre. Denuncia? Lamento? No, anzi proprio la Philco insegna che ieri come oggi anche un solo operaio avanzato, anche un solo operaio comunista può ribaltare la situazione, se si organizza per farlo con una linea giusta e con un’azione sistematica. Quindi bando alla disperazione e alla rassegnazione. E bando anche a chi scassa i maroni che la classe operaia non può più avere un ruolo di traino: perché non ha più diritti, perché non c’è più l’art. 18 e i CCNL sono svuotati, perché i padroni fanno pesare il ricatto del posto di lavoro, perché è precarizzata e frammentata. Per tanti versi sono più dannosi di chi predica la rassegnazione al “regime di Marchionne”, perché con una mano inneggiano alla ribellione al “regime di Marchionne”, ma con l’altra la scoraggiano perché si dedicano più a denunciare la brutalità e la disumanità di Marchionne che a indicare e usare gli appigli favorevoli per organizzare la ribellione… e così uno conclude che, nonostante la buona volontà, ribellarsi non è possibile.

Possiamo risalire la china, così come negli anni ’70 è avvenuto alla Philco, in tante altre fabbriche e nel resto del paese, fino a rovesciare i rapporti di forza e instaurare il socialismo. Senza cioè lasciare le cose a metà, senza farci deviare dalle “vie parlamentari al socialismo” o dalle “riforme di struttura”, ma decisi ad andare fino in fondo. Non per tornare al “capitalismo dal volto umano”: abbiamo visto che finché i capitalisti sono padroni delle aziende, la vita dei lavoratori dipende dai loro affari, abbiamo toccato con mano che “la libera iniziativa economica privata” non sta insieme con  “l’utilità sociale, la sicurezza, la libertà, la dignità umana”… o l’una o l’altra. Non per tornare al passato, ma per conquistare il futuro, un mondo nuovo di giustizia e di vera civiltà.

Saluto anch’io Gianni. Non ci siamo conosciuti, ma è anche grazie all’esempio e agli insegnamenti di operai comunisti come lui che porteremo a compimento l’opera alla quale si è dedicato.

Margherita

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