Dai bombardamenti in Siria dell’8 aprile alla “madre di tutte le bombe” lanciata contro l’Afghanistan il 13 aprile, dalle manovre per deporre Maduro in Venezuela alla minaccia di attacco alla Corea del Nord: Trump si è rapidamente rimangiato tutte le promesse fatte in campagna elettorale sulla ripresa dell’economia USA a partire dalla creazione di posti di lavoro e si è allineato alle esigenze dell’apparato politico-industriale-militare che governa gli USA per mantenere il ruolo di caporione dell’imperialismo mondiale. I media di regime, in Italia come in tutti i paesi imperialisti, intossicano l’opinione pubblica e annunciano in continuazione che “la guerra potrebbe scoppiare da un momento all’altro”. Ma la guerra non scoppierà (nessun fenomeno “scoppia”), perché è già in corso in diversi modi da molti anni. Guerra commerciale, guerra delle valute, guerra finanziaria, guerra combattuta per interposta persona nei quattro angoli del mondo: la guerra è lo sbocco inevitabile del capitalismo in crisi. Per capire ciò che sta succedendo senza cadere nelle trappole dell’intossicazione, della propaganda di regime e della disinformazione, riportiamo alcuni stralci – riadattati – del Comunicato della Direzione Nazionale del P.CARC del 15 gennaio 2016 “Dieci tesi sulla situazione attuale e sulla tendenza alla guerra” e aggiungiamo alcune considerazioni elaborate oggi.

 

“Da circa 40 anni a questa parte la crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale determina il corso delle cose nel mondo. La sostanza di questa crisi consiste nel fatto che a livello mondiale e considerando tutti i settori produttivi, il capitale accumulato è tanto che, se i capitalisti lo impiegassero tutto nelle loro aziende che producono merci (beni e servizi), estrarrebbero una massa di plusvalore (quindi di profitto) inferiore a quella che estraggono impiegandone solo una parte. In un sistema di relazioni sociali capitaliste la borghesia deve valorizzare il capitale, ma, stante gli ordinamenti esistenti, la borghesia non poteva investirlo nella produzione di merci. Questo ha dato luogo:

– alla spremitura delle masse popolari (riduzione dei redditi ed eliminazione dei diritti e delle conquiste),
– alla finanziarizzazione dell’economia reale e allo sviluppo del capitale speculativo,
– alla ricolonizzazione dei paesi oppressi e allo sfruttamento dei paesi ex socialisti,
– alla devastazione della Terra (saccheggio delle risorse naturali, cambiamento climatico, inquinamento dell’ambiente, devastazione del territorio),
– alla lotta tra capitalisti ognuno dei quali cerca di ingrandirsi a spese di altri capitalisti.

Gli sviluppi in ognuno di questi cinque campi hanno come sbocco la guerra: la guerra è un effetto inevitabile del capitalismo in crisi.

(…) La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale, pur nascendo dall’economia, è una crisi che diventa generale – cioè anche politica, culturale, sociale e, per quanto riguarda la crisi attuale, ambientale – e trova la sua soluzione sul terreno politico, cioè nello sconvolgimento degli ordinamenti sociali a livello di singolo paese e del sistema di relazioni internazionali (tra paesi).

La guerra che dilaga nel mondo non è nata dalla cattiva volontà o dai calcoli sbagliati di uno o dell’altro dei membri della comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti né come effetto della cattiva volontà dell’uno o dell’altro dei criminali che sono a capo dei governi dei loro paesi. Quindi non finirà nemmeno se capitasse che tra di essi un qualche illuminato o compassionevole personaggio prendesse l’iniziativa di farla finire. (…) La guerra certo viene fatta nell’interesse dei gruppi imperialisti e arricchisce soltanto loro. Ma essa è un parto necessario della crisi generale del capitalismo e non è possibile porre fine alla guerra senza rovesciare il sistema capitalista almeno in alcuni dei maggiori paesi imperialisti, cioè senza un salto della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti, senza che almeno uno dei grandi paesi imperialisti rompa le catene della comunità internazionale e in questo modo apra la via e mostri la strada anche alle masse popolari degli altri paesi”.

Tre questioni per non navigare a vista. La propaganda di regime, oltre alla concezione della guerra “che scoppia”, alimenta concezioni che, legandosi al senso comune corrente della sinistra borghese, contribuiscono alla confusione  e all’incertezza. Ne trattiamo qui tre.

La prima è che le decisioni di uno stato siano prese da un individuo o da un gruppo di individui (prima Obama e poi Trump, Angela Merkel, ecc.) o che il corso delle cose possa essere stabilito sulla base di progetti e promesse di questo o quel governo. Non è vero. Finché viviamo nel capitalismo il corso delle cose è stabilito dalle leggi oggettive della società capitalista, che in definitiva rispondono a un principio unilaterale: il profitto. Ogni singolo personaggio, sia pure il presidente degli USA, non influisce sul corso delle cose sulla base di ciò che pensa, dei suoi valori e delle sue convinzioni, ma perché deve fare ciò che le leggi della società capitalista impongono, deve rispondere alle esigenze dei gruppi imperialisti che rappresenta, tanto in patria quanto a livello internazionale. Il già citato esempio di Trump è lampante: poco tempo fa proclamava che gli USA non avrebbero dovuto intervenire in Siria, oggi ordina i bombardamenti sulla Siria ricorrendo a una giustificazione palesemente falsa (una brutta copia della farsa di Bush per attaccare l’Iraq). L’esempio di Tsipras in Grecia dimostra che non ci sono promesse o progetti che tengano: o un governo è disposto a mobilitare le masse popolari per rompere con la comunità internazionale degli imperialisti e portare la rottura fino alle estreme conseguenze, oppure è reso impotente, sopraffatto, diventa pedina di quella stessa comunità internazionale a cui pretendeva di resistere. Vedremo nei fatti che seguiranno l’esito delle elezioni in Francia che il principio sarà confermato, anche in quel caso.

La seconda questione attiene al fatto che possa esistere un “piano del capitale”, cioè un accordo fra gruppi imperialisti per governare la società in nome di interessi comuni. Questo poteva essere vero (e fino a un certo punto…) finché la borghesia imperialista è riuscita a limitare gli effetti della crisi, ma il comune interesse di sottomettere le masse popolari e la classe operaia (lotta di classe), non è sufficiente a cancellare la reciproca concorrenza dei gruppi imperialisti che con il procedere della crisi è diventata ostilità e che non ha altro sbocco che la guerra.

La terza questione è la retorica dei “tempi bui”. Nel marasma generale in cui il mondo è immerso, stabilito che la tendenza alla guerra imperialista è il percorso che la società capitalista è costretta a seguire sotto il dominio della classe dominante, il senso comune corrente della sinistra borghese presenta la situazione come drammatica e senza soluzioni, la “fine della storia”. Per la borghesia la fase acuta e terminale della crisi e la guerra imperialista che incombe sono davvero la fine della storia, ma per le masse popolari, al contrario, può e deve diventare l’inizio della riscossa. La guerra imperialista si può scongiurare, la battaglia è aperta e darsi per vinti è il modo peggiore per perderla. In verità, quanto più le condizioni generali vanno verso la guerra imperialista, tanto più si creano anche condizioni generali favorevoli alla rivoluzione socialista. E del resto o la rivoluzione socialista previene e scongiura la guerra imperialista oppure sarà trasformando la guerra imperialista in rivoluzione socialista, come fecero i comunisti nella Russia zarista 100 anni fa, che la classe operaia e le masse popolari instaureranno il socialismo.

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