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Età, storie, percorsi ed esperienze diverse di compagni e compagne che si candidano a entrare nel P.CARC

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Aprile 30, 2017
in Resistenza n. 5/2017
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Cari compagni,

scrivo queste righe per manifestare l’intento di candidarmi a membro del partito.
La voglia di capire e conoscere mi ha sin dai primi anni di vita permesso di comprendere e andar contro a favolette come babbo natale e a mettere in dubbio i dettami della chiesa cristiana, e mi ha aiutato a comprendere che nell’attuale ordinamento della società, la classe proletaria non ha possibilità di emergere e di avere pari opportunità rispetto alla classe dominante. L’ho capito sin da subito a partire dalla scuola per andare a toccare ogni aspetto della vita di tutti i giorni. C’è chi può permettersi un livello d’istruzione superiore e chi no, c’è chi può permettersi una sanità migliore e chi invece è costretto a ospedali pubblici sempre più fatiscenti e oggetto di privatizzazione da parte dei grandi imprenditori del nostro paese, c’è chi può permettersi la casa al mare, quella in montagna, quella in città e quella in periferia e c’è invece chi come me ed il resto della mia famiglia è costretto a pagare un mensile per poter tenere un tetto sulla testa. Realizzare quale fosse il reale ordinamento delle cose, realizzare quanto facesse schifo e quante poche speranze mi lasciasse per il futuro non è stato facile. Per un periodo della mia vita che approssimativamente va dai 15 ai 17 anni ho vissuto un periodo di profonda crisi e insicurezza: non avevo più nessun tipo di speranza nel futuro, non trovavo più nessuna utilità nello sforzarmi ad andare avanti, mi dicevo che tanto in ogni caso la società intorno faceva schifo, che tanto anche sforzandomi e mettendocela tutta non sarei mai riuscito a concludere nulla nella vita, ogni sogno e aspirazione erano puramente vani. Questa crisi, figlia delle conseguenze disastrose che la seconda crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale porta nella vita di ogni individuo della società capitalista, mi ha portato a perdere un anno scolastico, ma al contempo la sua risoluzione mi ha dato nuova vita. Rialzandomi dalla metaforica fossa in cui stavo sprofondando, ho compreso che buttarmi giù, abbandonare tutto e chiudermi in me stesso era semplicemente stupido, che se l’ordinamento delle cose non mi piaceva, se le cose non andavano bene e se l’attuale sistema non mi offriva nessuna alternativa e nessuna speranza, fuggire, evadere dalla realtà era una risposta precaria, che non avrebbe portato a nulla. Non dovevo aspettare che le opportunità mi cadessero dal cielo, ma fare in modo di crearla l’alternativa che cercavo, fare in modo di costruire un nuovo sistema, un nuovo ordinamento sociale equo,un sistema dove la classe oppressa diventa classe dirigente. Ma ovviamente da solo, e senza mezzi, non potevo andare avanti, perché al contrario dei valori individualisti che la borghesia tenta di trasmettere, comprendevo che per questioni di classe, sarei stato individualmente escluso da ogni sorta di potere sociale. Per queste motivazioni il primo passo che ho fatto dopo aver compreso ciò è stato affidarmi alla prima forma di aggregato sociale che si preponeva, perlomeno in parte, di creare quell’alternativa sana e di migliorare le condizioni in cui riversano i giovani oggi, il Collettivo studentesco della mia scuola. Partendo dal collettivo studentesco ho iniziato ad attivarmi politicamente e a conoscere organismi e partiti che a parole si prefiggevano di voler migliorare le condizioni di vita delle masse popolari. Grazie ad una compagna del P.CARC che interveniva all’interno del mio collettivo studentesco sono venuto a conoscenza  della carovana del (n)PCI, ho studiato i materiali del P.CARC e del (n)PCI e ho riconosciuto nella costruzione del socialismo attraverso la costituzione del Governo di Blocco Popolare quel cambiamento della società al quale avevo sempre aspirato. Il motivo per cui mi candido al P.CARC è semplice: contribuire più concretamente alla lotta di classe in corso.

Studente medio – Napoli

***

Cari compagni,
ho avuto la certezza di essere comunista alle scuole superiori, snocciolandomi le ore di lezione di filosofia. Dico la certezza perché il sospetto, in verità, mi era già sorto molto prima. Finite le scuole superiori mi iscrissi all’Università e mi avvicinai alla giovanile di Rifondazione Comunista.

Dopo un paio d’anni di attivismo, dopo che ebbi conosciuto meglio il pensiero marxista-leninista, mi convinsi dell’importanza, anzi dell’indispensabilità, del Partito e di conseguenza della necessità dell’iscrizione.

In quegli anni di università, ogni settimana cinque, se non sei, sere erano impegnate in attività di partito. Non solo riunioni, ma volantinaggi, iniziative, manifestazioni, picchetti, distribuzione del giornale. E’ un periodo che ricordo con molto piacere e anche un po’ di rimpianto.

Ma gli entusiasmi giovanili lasciarono a un certo punto il posto alla disillusione.. mi accorsi che lavorare nel partito significava anche scendere a compromessi, fare attività “burocratica” e mi sembrava che i compagni fossero alquanto concentrati su questi aspetti..

Mi allontanai parzialmente dall’attività politica, non tanto per le questioni della vita privata – mi ero nel frattempo sposata ed ero diventata mamma – quanto per la direzione, a mio parere sbagliata, che stava prendendo il PRC: eravamo nell’epoca Bertinotti, si parlava di aperture, contaminazioni, arcobaleni, ma non si sentivano più parole d’ordine come “rivoluzione”, “lotta di classe”, “comunismo”… e questo mi lasciava alquanto perplessa.

Dopo l’esperienza di Bertinotti alla presidenza della Camera persi ogni speranza che quello fosse un partito che volesse realmente l’instaurazione di un modello diverso di società da quello allora presente in Italia. Per qualche anno non rinnovai neppure la tessera e quella scelta mi pesò molto perché ero affezionata ai compagni e nutrivo stima e fiducia verso di loro. Quello che non mi convinceva affatto era il gruppo dirigente, troppo attaccato alla poltrona, come tutti gli altri..

Se devo venire a ciò che non condivido pienamente riguardo al P.CARC è che non vedo i tempi maturi per una rivoluzione, anche se qualcosa si muove, ma questo non significa assolutamente che non bisogna lottare per costruirla, anzi. Che la borghesia sia in crisi non c’è dubbio, ma è proprio per questo che sguainerà le sue armi peggiori per reprimere ogni tentativo di sovversione, che dobbiamo assolutamente evitare si trasformi in inutile martirio per noi. Proprio per questo è necessario studiare: per comprendere il momento storico ed elaborare l’intervento di cambiamento della società nell’unico modo che vogliamo: quello che conduca alla vittoria! Per citare ancora Gramsci “i giovani devono fare tre cose: studiare, studiare, studiare”.

Lavoratrice – Milano

***

Elementi di bilancio di un compagno, al termine del periodo di candidatura nel Partito.

Questi mesi sono stati una fucina di esperienze, soprattutto nell’imparare a rapportarmi, a criticare, confrontarsi con altri compagni.
Una delle esperienze, soprattutto formativa, è stata la partecipazione della festa a Massa dell’agosto 2016, lo stare insieme, contribuire attivamente a un progetto, viverlo attivamente, il raffrontarsi quotidianamente sulla progettazione del lavoro di squadra, l’imparare ad accettare critiche costruttive, atte a migliorare e non come accusa, come la società borghese ci ha indotto a pensare: tutto questo è stata una crescita personale  che rafforza il mio pensiero di quanto sia importante avere un partito che ti supporta e ti aiuta nella crescita personale, come individuo.

Questo ha fatto sì che la mia fiducia nel P.CARC aumentasse.

Anche riguardo alla candidatura per entrate nel partito, questo argomento con i compagni e stato discusso spesso, la trovo un ottimo strumento di conoscenza reciproca, come pure il pagamento della quota mensile per il finanziamento del partito fa capire concretamente cosa significa mettere al centro il collettivo, in definitiva è ciò che ci distingue dai partiti borghesi…. Il nostro partito si regge esclusivamente con l’autofinanziamento e ogni contributo deve essere interpretato come un investimento per la costruzione del partito e della rivoluzione.

E’ stato un anno formativo in tutti i sensi, volantinaggi davanti alle mense, a fabbriche, università, parlare con la gente, sono tutte cose che ho imparato a fare con il coinvolgimento dei compagni, cose che prima non avevo mai fatto. Forse cono cose “piccole” ma nel loro insieme mi ha rafforzato nella comprensione che la rivoluzione socialista nei  paesi imperialisti si possa costruire, le condizioni oggettive ci sono tutte, e anche se non è un’opera semplice è possibile.

E vedere crescere organizzazioni di lotta alimenta la fiducia, ci fa vedere che la lotta di classe c’è, c’è sempre stata e più la borghesia reprime, attacca, più le masse si organizzano, si ribellano. Di esempi ne abbiamo a migliaia.

Che non sia un’opera facile, e chiaro, ma il compito che ci assumiamo è grande e onorevole e noi compagni gli dedichiamo la vita.

Che fare la rivoluzione sia difficile, sicuramente ha un fondo di verità, ma non dobbiamo cadere nel disfattismo. Dobbiamo imparare a convogliare le forze che le masse popolari già esprimono e a “smuovere le coscienze” di chi è ancora incerto.

In conclusione: esco da questa esperienza con la convinzione che bisogna combinare la “propria rivoluzione” con la rivoluzione socialista, cioè combinare la trasformazione di noi stessi per perseguire un obiettivo enorme, faticoso, non semplice, ma possibile.

In passato avevo il dubbio che la rivoluzione socialista fosse possibile, adesso mi chiedo: perché le masse popolari non dovrebbero farla e volerla fare?

Operaio – Reggio Emilia

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