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Il fallimento della Seconda Internazionale e la sinistra borghese

Compagno P by Compagno P
Dicembre 30, 2015
in Resistenza n.1/2016
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“I socialisti hanno sempre condannato le guerre tra i popoli come cosa barbara e bestiale. Ma il nostro atteggiamento di fronte alla guerra è fondamentalmente diverso da quello dei pacifisti borghesi (fautori e predicatori della pace) e degli anarchici. Dai primi ci distinguiamo in quanto comprendiamo l’inevitabile legame delle guerre con la lotta delle classi all’interno di ogni paese, comprendiamo l’impossibilità di distruggere le guerre senza distruggere le classi ed edificare il socialismo, come pure in quanto riconosciamo pienamente la legittimità, il carattere progressivo e la necessità delle guerre civili, cioè delle guerre della classe oppressa contro quella che opprime, degli schiavi contro i padroni di schiavi, dei servi della gleba contro i proprietari fondiari, degli operai salariati contro la borghesia. E dai pacifisti e dagli anarchici noi marxisti ci distinguiamo, in quanto riconosciamo la necessità dell’esame storico (dal punto di vista del materialismo dialettico di Marx) di ogni singola guerra” (Lenin, Il socialismo e la guerra, Opere, vol. 22, Editori Riuniti).

In un contesto mutato, la sinistra borghese ripercorre i passi dei principali partiti socialisti della Seconda Internazionale. Svolge a favore dei caporioni delle potenze imperialiste lo stesso servizio svolto da quelli che Lenin bollò come socialsciovinisti nell’opuscolo “Il fallimento della Seconda Internazionale” (maggio-giugno 1915).

Chi legge oggi per la prima volta questo opuscolo di Lenin, può restare stupito per la sua attualità: sembra trattare degli avvenimenti di questi giorni e di come regolarsi rispetto alla “guerra al terrorismo” che i governi del nostro e degli altri paesi imperialisti hanno rilanciato con vigore dopo gli attentati di Parigi.

“Siamo aggrediti, dobbiamo difenderci”. Nel 1914 lo proclamavano tutti i governi e la stampa borghese per trascinare le masse popolari dei rispettivi paesi nella carneficina della prima guerra mondiale. Oggi lo gridano Hollande e gli altri caporioni della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti per ottenere l’appoggio, almeno di una parte significativa della popolazione, alla legislazione d’emergenza. Cioè alla preparazione del “fronte interno” necessario alla politica di guerra che conducono in Siria, Iraq, Libia, Mali, Somalia e in tutti gli altri paesi su cui allungano i loro tentacoli e in cui cercano di rimuovere gli ostacoli ai loro saccheggi. Ieri come oggi, mica riescono a intruppare la popolazione dicendo: andate ad ammazzare e a farvi ammazzare per difendere il nostro “diritto” a sfruttare, rapinare e inquinare, a spadroneggiare, a incrementare i nostri utili. Molto più efficace la “guerra al terrorismo”, la “difesa della civiltà”, la “difesa dall’aggressore”!

La “teoria dell’aggressore” con la connessa “difesa della patria”, scrive Lenin, è “il più primitivo dei tentativi con cui i capi e i rappresentanti più noti della Seconda Internazionale hanno tentato di giustificare teoricamente il loro tradimento”. In nome della “difesa della patria” nell’estate del 1914 i parlamentari del Partito socialdemocratico tedesco votarono i crediti di guerra al governo di Berlino, tradendo vergognosamente gli impegni presi due anni prima, al congresso della Seconda Internazionale tenutosi a Basilea. In nome della “difesa della patria” i parlamentari del PCF hanno votato nell’autunno del 2015 a favore delle leggi d’emergenza in Francia. Lenin spiega che “sia coloro che giustificano e mettono in buona luce i governi e la borghesia di uno dei gruppi di potenze belligeranti sia coloro che riconoscono ai socialisti di tutte le potenze belligeranti lo stesso diritto di ‘difendere la patria’ sono da annoverare tra i socialsciovinisti”. In un caso e nell’altro, infatti, “rinnovano ai danni del popolo l’inganno borghese, come se la guerra si facesse per la difesa della libertà e per l’esistenza delle nazioni, e passano così dalla parte della borghesia contro il proletariato, difendono i privilegi, il predominio, i saccheggi, le violenze della propria (o in generale di qualsiasi) borghesia imperialista”. Gli esponenti della sinistra borghese dopo gli attentati di Parigi del novembre scorso hanno concentrato i loro strali contro gli autori degli “attentati terroristici” anziché contro la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti. In questo modo che cosa fanno se non alimentare il tentativo di aggregare le masse popolari intorno alle autorità dei paesi imperialisti, che sono gli unici e reali responsabili per la diffusione della guerra nel mondo?

“La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi (e precisamente con mezzi violenti). (…) Questa fu sempre precisamente l’opinione di Marx ed Engels, i quali consideravano ogni guerra come la continuazione della politica degli Stati interessati e delle diverse classi all’interno di questi Stati”. Applicate questo criterio alla “guerra al terrorismo”: di quale politica è continuazione? Basta guardare a quello che i suoi promotori fanno dove operano “pacificamente”: senza andare troppo lontano, basta guardare a quello che i Renzi e i Marchionne fanno nel nostro paese.

A un certo punto Lenin scrive che “ogni e qualsiasi classe dominante ha bisogno, per conservare il suo dominio, di due funzioni sociali: quella del boia e quella del prete. Il boia deve soffocare l’indignazione e la protesta degli oppressi. Il prete deve consolare gli oppressi, far loro intravedere le prospettive (cosa particolarmente comoda a farsi se non ci si occupa della ‘attuabilità’ di tali prospettive…) di un’attenuazione della miseria e dei sacrifici, entro il quadro del dominio di classe e, con ciò stesso, riconciliarli con questo dominio, allontanarli dalle azioni rivoluzionarie, attenuarne lo stato d’animo rivoluzionario, spezzarne la decisione rivoluzionaria”. Ebbene: chi viene in mente se non Papa Bergoglio?

Scrivevamo all’inizio che si può restare stupiti dell’attualità dell’opuscolo di Lenin. Da dove viene questa attualità? Anche nel 1914 il sistema capitalista era arrivato a un punto in cui ogni capitalista poteva valorizzare il proprio capitale solo allargandosi a spese di altri capitalisti; gli Stati dei paesi imperialisti traducevano questa necessità dei capitalisti in un crescendo di guerre (quelle che i media chiamerebbero “a bassa intensità”) in ogni parte del mondo che portavano verso una guerra generale mondiale. Oggi siamo in una situazione analoga. Guerra generale, devastazione della terra, miseria e abbrutimento intellettuale e morale: questo è l’ordine mondiale della borghesia e del clero. La sola alternativa a questo corso delle cose è l’instaurazione del socialismo.

“In Italia e negli altri paesi imperialisti, in particolare in Europa, per le masse popolari l’attuale guerra di sterminio non dichiarata condotta dalla borghesia imperialista ripete, in altro contesto e in altra forma, l’“inutile strage” della prima guerra mondiale (1914-1918) con i suoi milioni di morti e mutilati e le sue immense rovine. La prima crisi generale del capitalismo aveva portato i grandi gruppi imperialisti mondiali a scontrarsi per decidere chi avrebbe dominato e sfruttato il mondo intero. Nel 1917 quella “inutile strage” era oramai riconosciuta come tale anche dai gruppi dirigenti protagonisti della politica che l’aveva prodotta e persino dai personaggi che l’avevano scatenata e benedetta (in primo luogo la Chiesa Cattolica Romana con alla sua testa il papa di Roma). Ma nessuno di loro era in grado di fare il primo passo per fermarla.

Sarebbe continuata non si sa quanto e non si sa come se i comunisti russi, con alla testa Lenin, non fossero riusciti a guidare gli operai e i contadini russi a rompere il corso delle cose con la Rivoluzione d’Ottobre e dare con ciò inizio alla prima ondata della rivoluzione proletaria a cui parteciparono via via i popoli di tutto il mondo, mobilitati in uno slancio di progresso quale mai si era prima visto.

Analogamente si pone oggi la questione per l’intera umanità: chi e quando romperà l’attuale corso delle cose e porrà fine alla guerra di sterminio non dichiarata che la borghesia imperialista conduce in ogni angolo del mondo contro le masse popolari sotto la presidenza del governo di Washington e con la benedizione del papa di Roma? Dove inizierà l’incendio che libererà il mondo dal sistema imperialista mondiale?” (dal Comunicato del (n)PCI del 25.11.11).

Breve scheda storica sulla Seconda Internazionale

La Seconda Internazionale fu fondata a Parigi nel 1889 su iniziativa di partiti di dichiarata ispirazione marxista quali il Partito operaio francese e il Partito socialdemocratico tedesco.

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX “la Seconda internazionale ha compiuto la sua parte di utile lavoro preparatorio, di organizzazione del masse proletarie nel lungo periodo ‘pacifico’ della più crudele schiavitù capitalista e del più rapito progresso capitalistico” (Lenin, La situazione e i compiti dell’Internazionale Socialista, 1914). I partiti socialisti ottennero notevoli successi nell’estensione della libertà di associazione, stampa, sciopero, ecc., nella riduzione della giornata lavorativa, nella legislazione sociale e nell’allargamento del diritto di voto, ottenendo in numerosi paesi grossi successi elettorali. I sindacati e le cooperative si estesero rapidamente. Le idee del socialismo scientifico penetrarono in strati sempre più ampi di lavoratori e il marxismo divenne così la teoria del movimento operaio.

Con il passaggio, tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, del capitalismo nella fase imperialista e con le conseguenti trasformazioni in campo economico e politico, prima di tutto il delinearsi della tendenza alla guerra imperialista, ai partiti socialisti si poneva sempre più urgentemente il compito di organizzare il proletariato per l’assalto rivoluzionario contro i governi capitalisti, per la guerra civile contro la borghesia, per la vittoria del socialismo.

Nel corso della sua esistenza, la Seconda Internazionale tenne nove Congressi (Parigi-1889, Bruxelles-1891, Zurigo-1893, Londra-1896, Parigi-1900, Amsterdam-1904, Stoccarda-1907, Copenaghen-1910, Basilea-1912). Nell’ultimo Congresso adottò una risoluzione in cui denunciava che i gruppi imperialisti e tutte le maggiori potenze mondiali conducevano il mondo verso una conflagrazione generale e ribadiva la necessità di opporsi alla guerra e, nel caso fosse scoppiata, di intervenire per porvi fine e di utilizzare la crisi economica e politica creata dalla guerra per accelerare la caduta del dominio capitalista: la risoluzione faceva presente che la guerra franco-prussiana era seguita l’azione rivoluzionaria della Comune, che la guerra russo-giapponese aveva messo in moto le forze rivoluzionarie in Russia e che i lavoratori consideravano “un delitto spararsi tra loro per il profitto dei capitalisti, per il prestigio delle dinastie e per la stipulazione di trattati segreti”. Questa risoluzione però venne completamente disattesa dai dirigenti della Seconda Internazionale e dalla maggioranza dei partiti aderenti, ad eccezione dei socialdemocratici serbi, dei socialisti di sinistra bulgari, dall’ala sinistra del Partito socialdemocratico romeno, dall’ala sinistra della socialdemocrazia tedesca con alla testa R. Luxemburg e K. Liebknecht. Ma fu soprattutto il Partito bolscevico guidato da Lenin che non solo applicò in modo conseguente le decisioni dei congressi della Seconda Internazionale sulla guerra, ma sviluppò più a fondo l’analisi sulla guerra imperialista, la linea e l’azione politica contro di essa e per il trionfo della rivoluzione proletaria, la cui giustezza venne dimostrata praticamente dall’esito vittorioso della Rivoluzione d’Ottobre.

Anche se ufficialmente non venne sciolta, la Seconda Internazionale cessò di esistere quando nel 1914 allo scoppio della Prima guerra mondiale, molti dei partiti aderenti (in particolare il Partito socialdemocratico tedesco, il Partito operaio francese, il Partito operaio belga, il Partito socialdemocratico austriaco e il Partito laburista inglese) passarono alla collaborazione aperta con la borghesia dei rispettivi paesi, votando in Parlamento a favore dei crediti militari, occupando incarichi ministeriali e incitando i lavoratori all’unità nazionale, alla cessazione della lotta di classe e alla difesa della patria, collaborando con lo Stato nel reprimere le rivolte spontanee delle masse contro la guerra e nel liquidare i dirigenti e gli organismi rivoluzionari.

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