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A dieci anni dalla conquista di Venaus, il movimento NO TAV al bivio

Compagno P by Compagno P
Dicembre 21, 2015
in Resistenza n.1/2016
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L’8 dicembre, dopo alcune giornate caratterizzate da iniziative di lotta e di aggregazione, una manifestazione di migliaia persone ha percorso la Val Susa. Il corteo è giunto fino a Venaus, a dieci anni dalla battaglia del 2005, quando le masse popolari della valle parteciparono in maniera imponente alla riconquista del presidio sgomberato dalla polizia, scacciando le truppe di occupazione dal terreno e riconquistando il presidio, che ancora rimane come riferimento ideale e pratico.

 

La manifestazione è stata partecipata e numerosa, grazie anche a tanti solidali e NO TAV venuti da fuori, ma risulta chiaro a molti che questa è stata una celebrazione con gli occhi rivolti principalmente al passato e che mancano linee di prospettiva e sviluppo per il futuro. Sul campo c’è la questione di come mantenere viva la mobilitazione oltre le scadenze dettate dal nemico. I cantieri sono in una fase di stallo e questo è certamente merito della lotta NO TAV. I vertici della Repubblica Pontificia ci si giocano la faccia, ma a questo punto non è da escludersi il tentativo di lasciar scemare lentamente la questione: sarebbe solo, ai loro occhi, l’ennesima opera incompiuta italiana, la faccia l’hanno persa molte altre volte. Nel nostro paese, del resto, sono molteplici gli interessi contrastanti e i centri di potere, non è da escludersi che ora prenda un po’ di forza la fronda di chi pensa che si possa puntare su altri scenari speculativi. Parallelamente a questo aspetto, il movimento NO TAV è giunto a un certo livello oltre il quale, rimanendo ciò che è, non può andare.

 

Il movimento NO TAV è in crisi. Questo non per problemi di inefficacia o scarsa partecipazione, al contrario proprio per il livello di influenza, orientamento e organizzazione che ha fin qui raggiunto sul territorio e a livello nazionale. È una crisi dettata dalla sua crescita, insita nel processo di sviluppo e trasformazione conseguente: questo ruolo acquisito, questa responsabilità, impone la necessità di alcune scelte. Il movimento è a un bivio, deve fare un salto: cercare di conservarlo, di cristallizzarlo per paura che si sfaldi, rifluisca, lo porterà a perdere il ruolo di punta avanzata e modello della mobilitazione delle masse popolari che negli anni si è conquistato. Il bivio che ha di fronte si presenta nella forma di alcune questioni concrete. C’è la questione del ruolo dei sindaci e delle amministrazioni comunali NO TAV, che attualmente per la maggiore si scontrano con la contraddizione di essere interni al movimento, ma oscillanti verso un ruolo di mediazione, impauriti dalle prospettive di rottura con il potere centrale che non sono eludibili in un processo di vero cambiamento dell’esistente. C’è la questione della costruzione di una campagna nazionale dei movimenti NO TAV: per non ridursi alla costruzione dell’ennesima grande manifestazione senza particolari ricadute organizzative, la questione da mettere in primo piano è la cacciata del governo e la definizione di quale tipo di governo serve instaurare. C’è la questione delle salatissime multe come metodo repressivo, che nel paese sta raggiungendo picchi preoccupanti: recentemente in Abruzzo una militante della lotta contro i tralicci di Terna, lotta che in Val Susa conoscono bene e che li ha visti mobilitati anche dopo l’8 dicembre, si è ritrovata una pioggia di richieste di risarcimento da parte di Terna per un totale di 16 milioni di euro! Anche in valle questa forma repressiva ha colpito diffusamente: la questione sul piatto è quale resistenza organizzare per contrastare un metodo repressivo che punta, più che il carcere e le botte, a disgregare e isolare. Su questo aspetto il dibattito non può che essere acceso: ci sono di mezzo i pignoramenti, i prelievi forzosi sugli stipendi o sui conti correnti, ecc.

 

Se guardiamo all’esperienza del movimento senza crogiolarci nei ricordi dei bei tempi che furono, vediamo che è stato in grado di trovare soluzioni a problemi ben peggiori: agli espropri forzosi ha risposto con la lotta, l’acquisto collettivo di terreni e altre forme di resistenza, legale o meno; alla repressione ha risposto con la solidarietà e il sostegno agli arrestati e ai familiari. In valle la gente ha perso case e terreni, in alcuni casi ha messo in gioco la propria vita per la causa. La difficoltà a mobilitarsi in maniera adeguata e compatta sul fronte della repressione “pecuniaria” è sintomo e conseguenza della crisi di prospettiva, di flessione della fiducia delle masse popolari nel movimento.

 

Una crisi è una fase delicata, ma non si risolve per forza in un arretramento, anzi è quella fase che giunge quando è necessario fare un salto e avanzare: l’arretramento non è altro che il risultato del salto mancato. Anche i vertici della Repubblica Pontifica annusano questa crisi, cercano di impedire il salto calcando la mano con la repressione, i processi per terrorismo e le multe. La forza raggiunta dai NO TAV li pone nella necessità, diremmo nella “possibilità obbligatoria” di fare i passi avanti che sono richiesti dalla fase odierna. Questa forza e ramificazione, se non vuole retrocedere, deve darsi le gambe per essere, a un livello superiore di quanto già non sia, punto di riferimento e amministratrice del territorio in cui vive. Questo movimento, l’abbiamo detto tante volte, è un embrione di amministrazione di tipo popolare del territorio, ha creato i presupposti organizzativi della gestione popolare della valle: ora si tratta di farlo o arretrare.
In questo 8 dicembre si sono fatti richiami anche alla lotta partigiana e di questo si tratta ancora: di disconoscere e boicottare le autorità che operano su mandato delle forze occupanti del paese e avanzare per costruire la nuova governabilità dal basso.

no tav 8 dic

 

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