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Venezuela: la sconfitta elettorale del governo e le prospettive della rivoluzione bolivariana

Compagno P by Compagno P
Dicembre 16, 2015
in Resistenza n.1/2016
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Le elezioni parlamentari del 6 dicembre in Venezuela hanno assestato una dura sconfitta elettorale alle forze della Rivoluzione Bolivariana guidate dal PSUV del presidente Maduro, riportando alla ribalta la destra reazionaria interna finanziata e asservita alla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti americani, europei e sionisti. La coalizione del MUD (Tavolo di Unità Democratica), composta dagli eredi del vecchio sistema politico che ha governato il Venezuela fino al 1998, ha ottenuto la grande maggioranza (più di due terzi) dei seggi in Parlamento, in un contesto di una repubblica presidenziale dove i poteri del nuovo parlamento sono comunque subordinati a quelli del presidente. Il senso di questa vittoria per i gruppi imperialisti americani è stato ben espresso dalla gioia con cui la democratica Hillary Clinton ha salutato il ritorno della democrazia in Venezuela, a cui sono seguite le congratulazioni dell’Alto Rappresentante dell’UE per la politica estera e la sicurezza, la renziana Federica Mogherini, a nome dei gruppi imperialisti del vecchio continente. A festeggiare il risultato c’è anche il Vaticano, che fino al 2013 ha mantenuto come “nunzio apostolico” in Venezuela un suo uomo di punta, l’attuale Segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin. I dipendenti di papa Bergoglio con la loro rete di clientele e interessi finanziari sono fra i principali sostenitori dell’opposizione al Presidente Maduro, che non a caso è stato uno dei pochi leader a non ricevere la visita del Papa (argentino) nel suo recente viaggio in Sudamerica.

La sconfitta elettorale del governo bolivariano è una battaglia persa all’interno di una guerra che è ancora tutta da combattere. La borghesia e il clero del Venezuela e i loro padroni e padrini americani non hanno mai digerito la nazionalizzazione dell’industria petrolifera e di altri settori del commercio, così come le altre riforme promosse dal presidente Chavez e i progetti come l’ALBA, l’alleanza tra diversi paesi del Sudamerica volta a promuovere la cooperazione economica per sganciarsi dalla sottomissione al sistema finanziario del dollaro. Hanno fatto ricorso a un colpo di Stato, a diversi tentativi di sovversione e destabilizzazione e infine alla guerra economica che nel corso degli ultimi anni ha messo in seria difficoltà il rifornimento dei beni di prima necessità per le masse popolari. La classe dominante ha potuto far leva sui limiti interni che hanno caratterizzato il processo antimperialista promosso dal movimento bolivariano, un processo che non è ancora andato fino in fondo nell’imboccare la strada verso il socialismo: i capitalisti e il clero in Venezuela continuano a essere padroni di gran parte delle aziende del settore commerciale (compreso il commercio estero), industriale e agricolo, delle banche e inoltre della stampa, delle TV, dei mezzi di comunicazione, delle scuole private e di altri mezzi di formazione e canali di influenza sulle masse. Non a caso l’aumento della partecipazione popolare alle elezioni parlamentari (si è passati dagli 11 milioni di elettori al tempo della prima elezione di Hugo Chavez, a più di 19 milioni nelle elezioni del 6 dicembre) ha favorito la vittoria della borghesia, che nell’arte dell’intossicazione e del ricatto è maestra anche in Venezuela.

L’attacco al governo bolivariano va inquadrato nel tentativo degli imperialisti USA di fare nuovamente del Sudamerica un campo di rapina e saccheggio senza limiti e restrizioni. E’ in quest’ottica che si inserisce l’annunciata rottura dell’embargo con Cuba e le manovre portate a compimento per piazzare alla presidenza dell’Argentina Mauricio Macri, il magnate fautore del ritorno nel suo paese a una politica economica liberista e filoamericana.

La guerra è ancora lunga, dicevamo, e come in ogni guerra sarà la concezione che guida gli eserciti in campo a determinarne l’esito. Non è nostro compito indicare ai dirigenti della rivoluzione bolivariana qual è la linea da seguire: questo sta alla loro capacità di comprendere le condizioni, le forme e i risultati della lotta di classe nel loro paese. Ciò che oggi sappiamo è che il bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale dimostra che nei paesi oppressi la strategia per sconfiggere l’imperialismo è quella della rivoluzione di nuova democrazia: da quando il capitalismo è entrato nella fase imperialista, la borghesia non è più capace di condurre le rivoluzioni democratico-borghesi perché la sua sopravvivenza è legata a stretto giro alla subordinazione ai gruppi imperialisti. E’ la classe operaia diretta dal Partito Comunista che deve guidare il processo di liberazione nazionale, legando la lotta contro gli oppressori alla prospettiva del socialismo. Quando le forze rivoluzionarie hanno tentato la strada della lotta all’imperialismo tramite gli istituti e le procedure della democrazia borghese, a un certo punto la borghesia imperialista ha rotto la sua stessa legalità promuovendo colpi di stato e instaurando le sue dittature terroristiche. Visti in quest’ottica, i risultati delle ultime elezioni parlamentari in Venezuela mostrano che c’è bisogno di un salto di qualità: il movimento bolivariano deve diventare compiutamente mobilitazione rivoluzionaria delle masse popolari per il socialismo. E’ questa l’unica strada per continuare ad avanzare nel processo di liberazione nazionale iniziato 17 anni fa con l’arrivo al potere del comandante Chávez.

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