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Uber, agenzia di crumiraggio

Compagno P by Compagno P
Aprile 22, 2015
in Resistenza n.5/2015
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Il 30 marzo scorso era giorno di sciopero nazionale del trasporto pubblico proclamato da USB, una mobilitazione “contro il jobs act, i tagli ai servizi di welfare locale e ai fondi per le politiche sociali; contro le liberalizzazioni, le privatizzazioni, la svendita dei beni comuni; contro il continuo innalzamento dell’età pensionabile; contro un Contratto Nazionale fantasma, bloccato ormai da otto anni; contro il monopolio della rappresentanza sindacale imposta dal cosiddetto “testo unico” sottoscritto da Cgil, Cisl, Uil e Confindustria il 10 gennaio 2014”. Per i promotori uno sciopero riuscito e molto partecipato, per i mezzi di informazione la causa di disagi per i cittadini (era difficile leggere articoli che spiegassero le ragioni dello sciopero, era molto più semplice conoscere le fasce orarie garantite), per Uber una grande occasione di pubblicità sulle spalle dei lavoratori.

Cosa è Uber. Da mesi prosegue la guerra fra l’azienda titolare dell’applicazione per smartphone che consente a chi si registra di usufruire (a pagamento) del servizio di vettura privato di altri utenti, pure registrati, che lo offrono proprio attraverso l’applicazione, e i tassisti che denunciano si tratti di concorrenza sleale (costi della prestazione molto inferiore, nessuna licenza o permesso, qualunque privato cittadino che si registra può improvvisarsi “tassita” e raccogliere qualche soldo). Una guerra fatta di manifestazioni, scioperi dei taxi, cortei, minacce all’Amministratrice delegata dell’azienda in Italia e l’assalto all’Autorità dei trasporti di Torino da parte dei tassisti del febbraio scorso.

Cosa c’entra Uber con lo sciopero dei trasporti? Con una mossa spregiudicata, in occasione dello sciopero l’azienda ha regalato la corsa a tutti coloro che presentavano il biglietto dei mezzi pubblici. Indipendentemente da ciò che sostiene l’azienda (“si trattava di una trovata pubblicitaria che risponde alle strategie aziendali”) la questione è esemplificativa di quattro cose.

La prima è che, coscientemente o meno, l’azienda ha fornito truppe di crumiri contro gli scioperanti. Nel nome della “libertà d’impresa” l’azienda ha usato il suo piccolo esercito di “volontari della mobilità” per sabotare lo sciopero del trasporto pubblico, ha mobilitato i suoi iscritti a garantire il servizio che i lavoratori sospendevano scioperando. E’ una manifestazione pratica di cosa si intende con mobilitazione reazionaria delle masse popolari: mettere settori popolari contro altri settori, in questo caso usare gli utenti dell’applicazione contro i lavoratori del trasporto pubblico (sostenendo pure che così facendo l’azienda permetteva ai disoccupati un piccolo introito con cui fare fronte alla crisi).

La seconda è che nella mani di imprenditori e uomini (e donne) d’impresa, ogni iniziativa che pure viene presentata come soluzione “a qualcosa” in verità ha come contenuto una contesa fra parti delle masse popolari: se una parte ha qualche beneficio (nel caso specifico i disoccupati che aderiscono alla piattaforma) un’altra parte deve rimetterci. In questo meccanismo non c’entra niente la buona o la cattiva fede individuale, c’entra il fatto che la società capitalista funziona così: agli investitori la possibilità di guadagnare, alle masse popolari l’obbligo di rivalersi un settore su di un altro.

La terza è che man mano che la crisi avanza, si delineano più chiaramente i campi fra classe dominante e masse popolari. E’ una tendenza generale che si manifesta in questo caso con il fatto che l’intervento di Uber, il suo insinuarsi nelle pieghe della legislazione, la sua intraprendenza dettata dall’obiettivo di valorizzare il capitale ha spinto due categorie “storicamente” distanti (tassisti e lavoratori del trasporto pubblico) dalla stessa parte della barricata. Non si tratta ancora di una unione consapevole e cosciente, ma della manifestazione di una tendenza oggettiva che sarà tanto più favorita quanto più a orientare la mobilitazione di entrambe le categorie si farà strada il principio di fare fronte comune contro il nemico comune: gli interessi particolari, “corporativi”, di nicchia saranno più chiaramente individuati come ostacolo alla mobilitazione comune.

La quarta, più che essere una questione su cui riflettere è una verità incontrovertibile: per disoccupati che ricorrono a Uber per guadagnare (due spiccioli), per i tassisti che vedono cadere esponenzialmente il valore delle loro licenze esclusive, per i lavoratori del trasporto pubblico è all’ordine del giorno la questione della lotta per un lavoro utile e dignitoso per tutti. Per tutti, anche per loro, per liberarli dalle catene della precarietà e della guerra fra poveri.

carc

 

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