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Antifascismo: lotta di classe o lotta per bande? A proposito della manifestazione di Cremona del gennaio scorso

Compagno P by Compagno P
Febbraio 22, 2015
in Resistenza n.3/2015
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L’aggressione fascista contro i compagni del Centro Sociale Dordoni di Cremona in cui il compagno Emilio è stato gravemente ferito ci ha riempito di rabbia. Abbiamo partecipato alla manifestazione per la chiusura di Casa Pound del 24 gennaio a Cremona per contribuire a squarciare il silenzio di Stato sulla vicenda, contrastare le mistificazioni e dare una risposta solidale e di classe.

Al tentativo di chiudere il covo dei fascisti la polizia si è opposta facendo massiccio uso di lacrimogeni e disperdendo momentaneamente una parte del corteo, il nostro spezzone si è disgregato e siamo stati indecisi su come proseguire. Di fatto non avevamo preparato bene la nostra partecipazione alla manifestazione: non avevamo ragionato a fondo sul ruolo e l’azione che avremmo dovuto svolgere (ci siamo accontentati di “essere presenti”), non avevamo valutato tutti i possibili scenari (anche quelli più scontati, come appunto le cariche) e definito come muoverci per far fronte a ognuno di essi, non avevamo fatto un intervento per preparare i collaboratori che non avevano mai partecipato a manifestazioni militanti. Questo ha fatto sì che ogni compagno partecipasse alla manifestazione con una sua “idea del da farsi”, non eravamo guidati da un indirizzo unitario ed eravamo sfilacciati dal punto di vista organizzativo. A un certo punto della giornata abbiamo deciso di tornare a casa, valutando che non ci fossero le condizioni per proseguire.

Questo episodio ha innescato un acceso dibattito tra i membri del Partito presenti, iniziato in strada e proseguito nei giorni successivi, un dibattito confuso e anche inizialmente nervoso che si concentrava su questioni secondarie (le modalità con cui stare in piazza, l’atteggiamento da tenere durante le manifestazioni militanti, ecc.) per arrivare, grazie anche all’intervento di orientamento delle istanze superiori, a sviscerare le divergenze e a ragionare in termini di linee, di linee contrapposte, di lotta tra le due linee. In questo modo quei contrasti che sembravano essere quasi di natura personale tra compagni si sono “rivelati” divergenze di linea, di obiettivi, di metodi di lotta.

Siamo andati a fondo nel dibattito, facendo fronte anche alla paura di rompere i rapporti con i compagni per via delle critiche franche e aperte e alla tendenza a concepire le critiche come attacchi personali, a cui far seguire una difesa a spada tratta di se stessi.

Quale era il punto centrale di divergenza? La nostra concezione delle azioni militanti. Nulla di nuovo: a ogni manifestazione militante il dibattito al nostro interno si riaccende, sia che partecipiamo agli scontri, sia che non lo facciamo. Avviene perché al nostro interno l’azione militante viene ancora concepita da un certo numero di compagni, in particolare i giovani (ma non solo), come il punto più alto dello scontro di classe. Questo però è sbagliato e bisogna avere il rigore rivoluzionario di dirlo senza mezzi termini.

Il problema di fondo non è “tirare o non tirare il sanpietrino” o “caricare la celere”, tanto meno “rispettare o non rispettare la legge borghese”. Il problema non è il gesto in sé per sé, il gesto è un semplice mezzo e in quanto tale deve essere subordinato alla linea definita. Il problema è quale via seguire per fare la rivoluzione nel nostro paese e cosa i comunisti devono fare qui e ora per contribuire alla costruzione della rivoluzione. Se non si parte da questo punto si gira a vuoto, come delle trottole e tutto e il contrario di tutto è giusto o sbagliato, si naviga nell’inconcludenza.

In questa fase il compito centrale e prioritario dei comunisti nel nostro paese è costruire le condizioni per il Governo di Blocco Popolare e, dunque, l’aspetto decisivo per avanzare è sviluppare i legami con gli operai avanzati e portare le organizzazioni operaie e popolari ad agire come nuove autorità pubbliche. E’ nell’assolvimento di questi compiti che si misura la serietà rivoluzionaria e la dedizione di un compagno.

Non è un caso che i compagni che al nostro interno esaltano l’azione militante come il punto più alto dello scontro di classe spesso sono i meno attivi in questi lavori. Anzi, spesso con la “narrazione delle gesta” (degli scontri di piazza) cercano di coprire l’assenza di una seria e sistematica attività politica. Detta senza tanto girarci intorno, al nostro interno la concezione militante è una forma di opportunismo rispetto ai compiti della fase e l’azione militante costituisce il tentativo di dare un senso a un’attività politica di cui non si comprende il senso, perché non si comprende o non si condivide la linea del Partito.

Stante questa situazione è necessario andare a fondo sulla questione attraverso la formazione e la lotta tra le due linee. Far finta che il problema non ci sia porta solo a far allontanare dal Partito il compagno o i compagni che esprimono queste posizioni. L’unità di facciata prima o poi salta, se non viene superata.

Discorso diverso va fatto rispetto agli studenti e ai proletari che non sono organizzati nella Carovana del (n)PCI e che fanno azioni militanti. Nel loro caso, soprattutto se giovani, l’azione militante va considerata nella sua valenza principalmente positiva, come forma di ribellione, di combattività e di generosità, di non sudditanza (almeno nelle situazioni di piazza) alla legalità borghese. Deve essere vista come una base per costruire una militanza superiore in termini di orientamento e di organizzazione: se un giovane resta allo stadio di ribelle, alla lunga si metterà contro il resto delle masse popolari “perché sono arretrate e opportuniste”, ossia perché non si incanalano in massa sull’unica via che egli vede come giusta, quella delle azioni militanti.

Se si tratta invece di compagni di lungo corso, il “culto” dell’azione militante va visto principalmente come una forma di opportunismo, come uno sfogatoio per non assumersi compiti superiori e più avanzati, di organizzare le masse popolari e mobilitarle per costruire un’alternativa politica, uscendo dalla ritualità e “vivendo di rendita” tra una manifestazione e l’altra. E’ il vedere il “grande gesto” dell’individuo o del gruppo in contrapposizione e in alternativa all’organizzazione e alla mobilitazione delle masse popolari, alla stregua degli anarchici di inizio ‘900 che uccidevano re, regine, principi e altri parassiti della nobiltà anziché organizzare e guidare la classe operaia e il resto delle masse popolari nella costruzione della rivoluzione, come fecero invece i comunisti russi e i comunisti cinesi. Errore analogo a quello degli anarchici lo fecero anche i compagni delle Brigate Rosse che da una certa fase in poi deviarono nel militarismo (nel concepire la lotta contro la borghesia solo sul piano militare e, inoltre, solo tra la loro organizzazione e lo Stato) abbandonando l’obiettivo della ricostruzione del Partito comunista e dell’organizzazione e mobilitazione della classe operaia.

Noi non dividiamo tra “buoni e cattivi”, teniamo ferma la distinzione tra noi e il nemico di classe. Quello che facciamo è distinguere ciò che è giusto (avanzato) da ciò che è sbagliato (arretrato) in funzione della lotta di emancipazione delle masse popolari dalla barbarie e dallo sfruttamento capitalista.

Le azioni militanti oggi hanno un senso solo se alimentano l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari, solo se sono espressione di un movimento popolare e lo rafforzano, solo se contribuiscono ad adottare misure d’emergenza per far fronte alla crisi.

Un esempio positivo è la componente militante che sostiene, rafforza ed è parte del movimento NO TAV. Oltre ai comitati popolari, associazioni, liste civiche e amministratori NO TAV si è sviluppata una componente che difende la valle anche con azioni di sabotaggio, di attacco ai cantieri e di attacco ai militari che presidiano il territorio.

Ci sono poi dei momenti in cui le azioni militanti vanno promosse, per alimentare e rafforzare il movimento popolare, la riscossa popolare: l’occupazione di case da parte di famiglie che la casa non ce l’hanno, di luoghi di aggregazione da parte di un comitato di quartiere, iniziative contro gli sfratti e per la difesa dei territori dalla costruzione di discariche e inceneritori o contro la chiusura di aziende anche alzando barricate per far fronte alle cariche degli sbirri.

Se l’azione militante diventa sostituzione alle masse popolari è sbagliata e alla lunga porta alla contrapposizione tra i ribelli e le masse. Se invece l’azione militante alimenta l’organizzazione e la mobilitazione delle masse, se è espressione di un movimento popolare e lo rafforza, è giusta. La questione di fondo quindi è: lotta di classe e non lotta per bande!

Le questioni emerse nel dibattito interno e la lotta fra le due linee che si è dispiegata ci spinge a riversare gli insegnamenti e le riflessioni anche verso l’esterno, si tratta di basi da consolidare nella pratica che faranno avanzare tutti i compagni e le compagne del Partito e che aprono la strada a superiori elaborazioni, nella trasformazione per diventare capaci, per imparare a contribuire a un livello superiore alle condizioni necessarie per costruire la nuova governabilità dal basso del paese.

La segretaria della Sezione di Milano

carc

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