9 maggio: il Giorno della Vittoria, la sconfitta del fascismo.

Aprile 1945, l’Armata Rossa comandata dai compagni marescialli Zukov (fronte ucraino), Konev (1° fronte bielorusso) e Rossovskij (2° fronte bielorusso), agli ordini del compagno Stalin, dilaga nell’est Europa diretta verso la conquista di Berlino, per costringere alla resa il mostro fascista. In appena un mese, quella che i russi non chiamano Seconda Guerra Mondiale ma Grande Guerra Patriottica (GGP), giunse al suo epilogo con la vittoriosa battaglia di Berlino e la bandiera rossa dell’URSS fu issata sul Reichstag. Il fascismo era sconfitto. La guerra venne chiamata in questo modo per il grande sforzo unitario di tutto il popolo sovietico, che fu mobilitato in massa dal PCUS per far fronte in ogni modo al devastante attacco tedesco. Il profondo radicamento del Partito Comunista nella classe operaia e tra le masse popolari, e la linea giusta che seguì nella grande guerra antifascista, viene così ricordata da uno dei massimi capi militari dell’URSS nel secondo conflitto mondiale:

“Quando volgo indietro lo sguardo, mi permetto di dire che nessun’altra direzione politico-militare di qualsiasi paese avrebbe retto a simili prove, né avrebbe trovato una via di uscita dalla situazione eccezionalmente grave che si era creata” –  Georgij Žukov, Memorie e battaglie, 1970

La mobilitazione delle forze del popolo sovietico (estratti dal vol. 10 de La Storia Universale dell’Accademia delle scienze dell’URSS).

Le forze alleate, nella fretta di arrivare per prime a Berlino, il 6 giugno 1944 si erano esibite in uno spettacolare sbarco suicida in Normandia, la parte di costa nord europea meglio difesa e fortificata, lasciando sulla battigia 8.000 morti in due giorni. Presero inutilmente la via verso la capitale tedesca incontrando una resistenza relativamente debole da parte dei fascisti tedeschi perché tre quarti delle divisioni tedesche, le migliori e meglio armate, erano schierate a est per contrastare l’Armata Rossa. A nulla valsero gli infami tentativi di rallentare la corsa dei sovietici da parte degli angloamericani, primo fra tutti il criminale bombardamento di Dresda il 13 febbraio 1945, che fu eseguito benché la città non avesse il minimo valore strategico, era chiamata la Firenze dell’Elba e in quel momento era piena solo di profughi in fuga, ma per ostacolare l’Armata Rossa che nelle previsioni alleate si sarebbe fermata a prestare soccorso alla popolazione. Nonostante tutto e col disappunto degli angloamericani, i carri T34/85 con la stella rossa e la parola “vendetta” scritta con la vernice bianca sullo scafo, proseguirono l’avanzata verso la capitale del terzo Reich. Vendetta per i 27 milioni di morti fra civili e militari, rimasti sul campo dell’Operazione Barbarossa, nome che i fascisti avevano dato all’invasione della Russia. Vendetta per le stragi compiute dalla Wermacht e dai suoi alleati (non solo dalle SS) nei villaggi contadini dell’Unione Sovietica. Se le forze alleate fossero giunte per prime a Berlino, ci sarebbe stata sì la resa nazista, ma a determinate condizioni, simile alla resa dei giapponesi tanto per intendersi, criminali fascisti quanto e forse più dei tedeschi. L’URSS invece aveva come obiettivo la capitolazione del regime hitleriano e la resa incondizionata della Germania. E così fu.

Berlino fu circondata e gli anelli difensivi, ben fortificati, furono spazzati via con stratagemmi e trucchi tattici mai visti prima. Rapide avanzate, improvvisi indietreggiamenti, bombardamenti, finte e controfinte, manovre a tenaglia, seminarono il caos fra i difensori, finché il 2 maggio 1945 la città fu conquistata, Hitler si sparò in testa e i suoi generali, qualche giorno dopo, firmarono la capitolazione, la resa incondizionata. La notte del 2 maggio, la guarnigione di Berlino si arrese e al mattino successivo iniziò la resa di massa. Il cervello del mostro fascista rabbrividì per l’ultima volta e morì. Il vittorioso soldato sovietico lo abbatté con questo colpo mortale, da solo, senza aiuti. La Grande Guerra Patriottica si concluse col trionfo dell’URSS che conquistò mezza Germania affermando la superiorità del socialismo sul capitalismo imperialista e sul suo braccio criminale e terrorista, il fascismo. La resa tedesca fu firmata ufficialmente nella tarda serata dell’8 maggio 1945, mentre a Mosca era già il 9, giorno in cui la vittoria fu annunciata ufficialmente ai popoli sovietici e al mondo.

Il 9 maggio, proclamato Giorno della Vittoria, divenne festa nazionale a partire dal 1965: era celebrato con una parata militare in Piazza Rossa a Mosca e in tutte le principali città sovietiche, da Leningrado a Stalingrado e fino a Vladivostok e Magadan. Negli anni ’90, dopo la disgregazione dell’URSS ad opera dei revisionisti, i festeggiamenti diventarono molto più modesti; nel 2005, per il 60° anniversario, il Giorno della Vittoria è diventato la festa più importante delle Federazione Russa.

In tutto il territorio della Federazione Russa e delle ex repubbliche sovietiche, non esiste una sola famiglia che non abbia avuto almeno un caduto durante la Grande Guerra Patriottica. Divenne così tradizione, specialmente nella Siberia centrale dove il Partito Comunista (KPFR) raggiunge oggi oltre il 35% del consenso popolare, che tutti gli anni, il 9 maggio, i veterani della GGP si riunissero per commemorare il Giorno della Vittoria. Col passare del tempo i vecchi combattenti cominciarono a morire di vecchiaia e sempre in meno presenziavano alla ricorrenza. Gli eredi allora iniziarono a partecipare al loro posto portando in memoria il ritratto del veterano o del caduto issato su un cartello coi simboli dell’URSS: falce e martello, stella rossa e nastro di San Giorgio, sfilando in corteo per la città. L’usanza si è diffusa in tutto il territorio della Russia col nome di Reggimento Immortale. Dal 2015 in poi il Reggimento Immortale è celebrato in tutto il mondo e non solo dai russi. Alla sfilata di Mosca partecipa anche il presidente Putin col ritratto del padre, veterano della GGP.

La rivoluzione bolscevica, iniziata il 25 ottobre 1917, ebbe il suo trionfo in quel memorabile giorno, il 9 maggio 1945. L’inarrestabile avanzata dell’Armata Rossa cominciò con la vittoria di Stalingrado dove dopo mesi di assedio l’ordine di Stalin n. 227 “non un passo indietro!” fu eseguito. Da quel giorno, era il 2 febbraio 1943, la croce uncinata ha trovato Stalingrado in ogni città.

Auguriamo alle masse popolari e ai comunisti dell’ex URSS di riprendere quanto prima il cammino tracciato da Lenin, Stalin insieme a milioni di operai, contadini e proletari verso il socialismo sotto la direzione del Partito Comunista (Bolscevico) dell’URSS, di individuare e perseguire la via per costruire, ancora, la rivoluzione socialista nel loro paese.

La nostra causa è giusta! Abbiamo vinto! (scritta sull’onorificenza sovietica conferita ai reduci)

 

Nella foto: sfilata del 9 maggio 2015 a Mosca, Battaglione Immortali (2,5 milioni di partecipanti)

 

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