Riportiamo di seguito il commento che un nostro lettore (Gennaro Franceschini) ha fatto del post comparso sul sito di Militant rispetto alle mobilitazione dei tassisti a Roma. In questo post i tassisti vengono presentati come corporativisti e un po’reazionari, suscitando quindi le riflessioni che Gennaro ci ha inviato. Di esempi simili, negli ultimi anni, ne abbiamo visti diversi: ad ogni spinta di cui sono protagonisti piccoli imprenditori e commercianti, lavoratori autonomi, piccoli professionisti, artigiani e coltivatori, i vertici della Repubblica Pontificia e tutti quei soggetti che ad essa in qualche modo fanno riferimento, si sollevano anch’essi in uno sforzo di propaganda e denigrazione, criminalizzazione e allarmismo. Molto diffusa questa concezione anche tra tutti quelli che ogni giorno lanciano slogan e massime sul socialismo, sul comunismo e sulla criminalità di banche e padroni, a questi compagni, però, chiediamo: qual è il nemico principale?

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Il commento del nostro lettore Gennaro Franceschini al post di Militant

“Qualcuno chiedeva cosa fosse e come si manifestasse la “scuola di Francoforte”. Un modo di pensare, una concezione del mondo. Ne abbiamo qui un esempio magistrale nel passaggio in cui l’autore sostiene che i tassisti non sono contro la globalizzazione perché partecipano al mondo globalizzato. Cioè all’analisi di classe e all’essere sociale delle classi, viene sostituito l’ideale (astratto, giusto per l’autore, metafisico). Certo, i tassisti non sono classe operaia, ma parafrasando l’articolo, nemmeno la classe operaia può essere classe rivoluzionaria finché gli operai si ostinano a portare i figli da MC Donald dopo il cinema (sempre meno, ma la pizzeria è in genere troppo cara), a comprare merce globalizzata, a usare servizi globalizzati… Cioè non può essere classe rivoluzionaria perché è inglobata nel sistema. Ecco a voi “la rivoluzione impossibile”.

Quello che i tassisti “vogliono espressamente” è ininfluente, al momento, rispetto all’essere sociale della loro mobilitazione. Interessa e ha valore quello che “non vogliono”, che è espressione di una resistenza, con le caratteristiche proprie della loro classe di appartenenza, al dominio del capitale finanziario. Il che ne fa una mobilitazione positiva, da sostenere. Quello che vogliono i tassisti, al massimo, produce contraddizioni in seno al popolo. E la risposta, al netto dei 10 fascisti che si sono tuffati sotto i riflettori (ma ovviamente la domanda è: perché non ci stavano le bandiere rosse?), la offre la seguente riflessione: può una qualche “rivisitazione del capitalismo” dare risposta positiva ai tassisti? Basta difendere lo stato di cose presenti? NO. Ecco, ragioniamo sull’alternativa possibile (che è una, il socialismo, lo scrivo per levare di torno i mosconi della “terza via”) più che cercare giustificazioni vecchie come il cucco per aver lasciato la prima fila a Castellino e a qualche altro spacciatore di cocaina con la celtica…”.

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Il pezzo in questione dal sito di Militant

Tumulti corporativi

Non è certo per casualità che la reazione corporativa dei tassisti sia brodo di coltura dell’estrema destra. Se ha ancora un senso storico l’attualizzazione del concetto di fascismo (non quello di neofascismo, attenzione), questo si ritrova esattamente nei tumulti corporativi dei tassisti, a Roma come in Italia, in Europa e nel resto del globo. E’ la reazione ad una perdita di status socio-economico quella che spinge i tassisti alla mobilitazione. Ma se fosse solo questo, potrebbe apparire speculare alla difesa degli altri innumerevoli diritti sociali calpestati dal liberismo. In realtà, per i tassisti il nocciolo della questione non è la lotta alla “sharing economy” o alle varie articolazioni del capitalismo pervasivo globalizzato: ogni tassista infatti, al di fuori del proprio problema corporativo, è ben contento di aumentare il proprio apparente potere d’acquisto girando il mondo con le compagnie low fares, pernottando su Airbnb, prenotando la cena su Foodora o Deliveroo, scaricando musica da Spotify, spostandosi con Blablacar, e via elencando le innumerevoli altre applicazioni che “disintermediano” il rapporto tra “produttore” e “consumatore”. Non fossero direttamente coinvolti, non avrebbero problemi neanche a servirsi di Uber, ovviamente fuori dal proprio territorio lavorativo. Alla protesta tassista, ovvero al fascismo in essa contenuta, non interessa e anzi viene esplicitamente rifiutato il discorso generale di critica dell’economia politica contemporanea. Ai tassisti interessa unicamente difendere il proprio status economico, che è quello di una piccola borghesia che vede perdere il proprio potere di rendita stabilito dalla licenza. Una licenza per cui si sono indebitati, e che li avrebbe dovuti trasformare, nei sogni di gloria di questa borghesia pezzente, in rentier post-litteram. Questo investimento viene ora messo in crisi dalle trasformazioni del capitalismo liberista, che per definizione spezza ogni piccola rendita di posizione che non sia fondata sulle grosse concentrazioni finanziarie. Il resto dei rapporti sociali non verrebbero minimamente intaccati dall’eventuale vittoria della lobby tassista sul governo. E’ una mobilitazione ad uso e consumo di una categoria, non generale né generalizzabile. L’esatto opposto delle vertenze sindacali, che nello stesso momento in cui risolvono un problema particolare (la singola vertenza), guadagnano diritti per tutta la società salariata. Questa la differenza tra protesta sindacale e lobbismo corporativo: quest’ultimo si caratterizza come reazione a una perdita del privilegio, non allargamento dei diritti erga omnes.

Ovviamente, alle spalle della retorica sulla sharing economy si nasconde il frutto avvelenato del più complessivo attacco ai diritti sociali dei lavoratori salariati. Un attacco che non avviene “per decreto”, non è cioè volontà politica di questo o quel soggetto ideologico. Sta, al contrario, nella dinamica stessa del capitalismo, che innovando costantemente il proprio modo di riproduzione fa macerie delle modalità non più utili alla valorizzazione del profitto. Uber, come il resto della sharing economy, non è stato “inventato” o concepito assecondando qualche linea politica: è l’inevitabile traiettoria del capitalismo nella sua forma liberista contemporanea. I tassisti, in questo simili al mondo artigianale dei mestieri dileguatosi alla fine dell’Ottocento, non possono più essere compresi nel flusso economico-produttivo dell’economia globale. Per questo spariranno, nel senso che rimarranno come curiosità turistica, ma perderanno ogni funzione reale nella mobilità urbana. Come i risciò in Cina, chi ne deterrà il monopolio continuerà magari a guadagnarci, ma trasformando il proprio ruolo da centrale a marginale. D’altronde, il fordismo non ha certo estinto il piccolo o medio artigianato. Ne ha cambiato semplicemente di segno: da modello produttivo-riproduttivo tipico di una certa società, a fantasia elitaria per ristrette cerchie abbienti della popolazione.

Questo non si traduce evidentemente in una resa alla pervasività di un liberismo che tende apparentemente alla “condivisione” riproduttiva, in realtà al controllo monopolistico dei fattori di produzione. Ma è una battaglia politica, non corporativa contro questa o quella fastidiosa applicazione post-moderna. Ed è, per ciò stesso, una battaglia generale contro un modello produttivo, che non preveda fughe all’indietro verso bei mondi antichi, ma la capacità di controllo di quei flussi del capitale oggi completamenti anarchici e, proprio per questo, controllati dal capitale più grande su quello più piccolo. Non ci sarà alcuna resistenza che non passi dal controllo pubblico, cioè politico, su quei flussi del capitale. Ma questo è proprio ciò che i tassisti non vogliono, perché manderebbe in crisi le fondamenta su cui si basa quel sogno di gloria di questa borghesia pezzente: mimare un modo di riproduzione capitalistico senza possederne i capitali.

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