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NO ai ricatti e ai sacrifici per salvare i profitti di padroni, finanzieri e speculatori. Per far fronte alla crisi occorre un governo d’emergenza popolare!

on . Postato in Archivio comunicati 2010

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Gli operai di Pomigliano diffondono un messaggio di fiducia, solidarietà e riscossa a tutti i lavoratori. 

In centinaia di migliaia lo raccolgono e il 25 giugno aderiscono e partecipano allo sciopero generale indetto alla CGIL. E’ un segnale chiaro: NO ai ricatti e ai sacrifici per salvare i profitti di padroni, finanzieri e speculatori.
Per far fronte alla crisi  occorre un governo d’emergenza popolare!

A Pomigliano Marchionne, Confindustria e governo Berlusconi contavano di fare il colpo grosso: via ogni diritto per i lavoratori, via i lacci e lacciuoli imposti con la lotta allo sfruttamento e allo strapotere padronale, via lo Statuto dei Lavoratori, il CCNL e l’art. 41 della Costituzione. Via i sindacati non asserviti ai voleri dei padroni, in fabbrica comandano i padroni e basta, la loro volontà è l’unica legge. I lavoratori devono tornare indietro di 100 anni, rassegnarsi a lavorare e vivere, anche in Italia, alle stesse condizioni che i padroni impongono in Polonia, in India, in Brasile e, nel nostro paese, agli immigrati!

Ma nonostante il ricatto del posto di lavoro, le minacce e le pressioni dei partiti di governo e opposizione, degli stessi dirigenti della CGIL, di economisti, esperti e giornalisti prezzolati, il 40 e passa per cento degli operai di Pomigliano ha detto NO, ha detto a tutti i lavoratori e alle masse popolari: il nostro futuro non mettiamolo nelle mani di speculatori e imbroglioni come Marchionne, Marcegaglia, Sacconi e Tremonti! Il futuro nostro e dei nostri figli, prendiamolo nelle nostre mani! A Pomigliano e in tutto il paese!

Sono queste la forza e la determinazione che sostengono e spingono avanti le lotte per respingere gli attacchi ai diritti, alle condizioni di vita e di lavoro promossi dalla banda Berlusconi.

Il piano Marchionne (personaggio osannato a destra e a sinistra, in Italia e in Usa come il nuovo guru a cui affidare la ripresa dell’economia mondiale) non è un caso isolato! Va a braccetto con la manovra Tremonti, con il collegato lavoro e la riforma Gelmini, fa il paio con la legge bavaglio e l’eliminazione del diritto di sciopero, di organizzazione e degli altri diritti democratici, politici e sindacali ancora sanciti (almeno formalmente) dalla Costituzione nata dalla Resistenza, si combina con le nuove leggi razziali e i campi di concentramento (CIE), con le missioni di guerra, con la mano libera allo squadrismo fascista e razzista.

Né la banda Berlusconi né alcun governo integrato nel sistema imperialista o che gode della fiducia del sistema finanziario internazionale e del Vaticano (gli artefici dell’attuale marasma economico e sociale) può prendere rimedi efficaci per far fronte alla crisi! I loro piani, le loro soluzioni e le loro misure sono (e non possono che essere) le mosse schizofreniche di una classe di parassiti che cercano disperatamente di tenere in vita un sistema marcio e superato. Sono il disperato tentativo di chi è alla guida di un meccanismo infernale (il sistema capitalista immerso nella crisi generale) che non riesce a controllare e può solo menare colpi contro lavoratori, immigrati, pensionati, alimentare una lotta fratricida tra gruppi di lavoratori e tra gruppi di masse popolari di un paese contro l’altro (italiani contro polacchi, polacchi contro slovacchi, europei contro i cinesi, ecc.), ridurre i lavoratori a livello di “robot” umani asserviti a produttività e profitto.

Il sistema capitalista, con l’inizio della fase acuta e irreversibile della crisi, è entrato anche nella fase della schizofrenia conclamata. Lo dimostrano le misure a cui padroni, economisti ed esperti affidano la ripresa: da una parte ci sono milioni di giovani che non lavorano e che secondo loro fanno i fannulloni e dall’altra costringono chi lavora a lavorare sempre di più e per più anni; predicano sacrifici e rinunce per lavoratori, pensionati, mentre plaudono e indicano a simboli sociali quanti gozzovigliano, sperperano e vivono nel lusso e nello spreco; a Pomigliano vogliono costringere gli operai a sfiancarsi di lavoro e a Napoli caricano e processano i disoccupati che vogliono un posto di lavoro; chiudono le aziende però aprono banche e ipermercati; un numero crescente di persone non può permettersi nemmeno il necessario per vivere e i grandi magazzini scoppiano di merci; sostengono che bisogna ridurre la spesa pubblica però spendono miliardi e miliardi di euro in regali al Vaticano e alla Chiesa, in compensi d’oro agli alti funzionari, in missioni di guerra e armi,  in appalti agli amici degli amici e mazzette; costruiscono il Ponte sullo Stretto però non hanno i soldi per rimettere in sesto il territorio che affonda e sbriciola nelle frane e nei crolli…

In questa situazione cercare di aggiustare qua e là la finanziaria-massacro, chiedere al governo Berlusconi un impegno straordinario per creare posti di lavoro, accettare sacrifici oggi in cambio di promesse e garanzie per domani vuol dire ficcarsi in un vicolo cieco e aprire la strada a nuove pretese, ricatti e sacrifici!

Sostituire il sistema capitalista con un nuovo sistema capace di mettere al servizio del benessere collettivo le risorse e le conoscenze accumulati fino ad oggi e capace di rispondere alle esigenze, alle migliori aspirazioni e sentimenti di milioni di uomini e donne è una questione vitale per gli esseri umani e per l’ambiente.

I lavoratori Fiat di Pomigliano, come quelli di Termini Imerese e di Melfi (e a seguire di Mirafiori, perché se il piano Marchione non verrà fermato con una battaglia politica e sindacale, in gioco non ci sarà solo la chiusura di alcune fabbriche in Italia, ma lo smantellamento della FIAT stessa) sono di fatto diventati il centro promotore della battaglia politica contro lo smantellamento e la chiusura di aziende e per mantenere e conquistare condizioni dignitose di lavoro.

Questo è chiaro a quel 40% di operai che hanno respinto il piano Marchionne ed è chiaro alle centinaia di migliaia di lavoratori, operai, impiegati nel pubblico impiego che il 25 giugno hanno scioperato rispondendo all’appello allo sciopero generale lanciato dalla CGIL, dalla FIOM e da alcuni sindacati di base come la Cub, l’Usi Ait, il S.I.Cobas  e parti dell’Unicobas e della Confederazione Cobas. Quello che non è ancora chiaro, o non è completamente chiaro, è quale soluzione realistica, positiva e costruttiva è possibile costruire per fare fronte agli effetti della crisi, come fare per dare seguito alla parola d’ordine che riecheggia dalle officine alle aziende di servizi, dalle scuole alle campagne del nostro paese e dell’Europa intera: la crisi la paghi chi l’ha provocata.

Piano Marchionne, finanziaria massacro, legge bavaglio, attacco al diritto di sciopero, carovita: protestare e opporsi non basta. Perché non possiamo più lasciare l’iniziativa in mano ai padroni, ai banchieri, agli speculatori, al Vaticano, alle organizzazioni criminali e alle loro autorità, cioè a quelli che ci hanno trascinato nel disastro della crisi! Nella loro schizofrenia, non troveranno nessuna soluzione positiva (tranne che per loro stessi, la loro classe e i loro amici e compari) per fare fronte alla crisi.

Per non pagare la crisi dei padroni, per tirarci fuori dal disastro della crisi dobbiamo instaurare un sistema che prescinde dal mercato: non c’è un’altra strada realistica e positiva. E’ possibile? Sì e lo abbiamo anche visto e toccato con mano! Per anni persino nei paesi capitalisti hanno funzionato aziende e servizi pubblici, cioè non in mano ai singoli capitalisti ma statali e gestiti non secondo criteri di mercato ma in funzione delle esigenze collettive. Nei primi paesi socialisti, finché sono stati diretti dai comunisti, fabbriche, strade, ferrovie, reti elettriche, scuole, ospedali hanno funzionato per soddisfare le esigenze dei lavoratori e delle masse popolari anziché per il profitto di padroni, speculatori e parassiti.

Un governo di emergenza popolare non solo oggi è necessario ma è l’unica realistica alternativa per contrastare e fermare la deriva reazionaria e invertire il corso delle cose. Occorre un governo che attui misure concrete e praticabili:

  1. Assegnare a ogni azienda compiti produttivi (di beni o servizi) utili e adatti alla sua natura, secondo un piano nazionale (nessuna azienda deve essere chiusa).
  2. Distribuire i prodotti alle famiglie e agli individui, alle aziende e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, universalmente noti e democraticamente decisi.
  3. Assegnare ad ogni individuo un lavoro socialmente utile e garantirgli, in cambio della sua scrupolosa esecuzione, le condizioni necessarie per una vita dignitosa e per la partecipazione alla gestione della società (nessun lavoratore deve essere licenziato, nessun individuo deve essere emarginato).
  4. Eliminare attività e produzioni inutili e dannose per l’uomo o per l’ambiente, assegnando alle aziende altri compiti.
  5. Avviare la riorganizzazione delle altre relazioni sociali in conformità alla nuova base produttiva e al nuovo sistema di distribuzione.
  6. Stabilire relazioni di collaborazione o di scambio con gli altri paesi disposti a stabilirle con noi.

E’ una prospettiva realistica!

Instaurare un governo con questo programma è lo sbocco positivo e unitario alla mobilitazione contro la finanziaria, alla lotta degli operai di Pomigliano, della Vinyls, dell’Alcoa, alle proteste contro le violazioni della Costituzione, lo smantellamento della scuola e della sanità. Così le mobilitazioni, le lotte, le rivendicazioni e le proteste contro la crisi dei padroni e i suoi effetti possono essere vincenti e rafforzarsi l’una con l’altra anziché esaurirsi per la mancanza o l’esiguità di risultati immediati, sfiancare i lavoratori ed essere travolte dalla “guerra tra poveri”! Uniti con un governo d’emergenza formato dagli esponenti delle organizzazioni operaie e popolari che già godono della fiducia delle masse possiamo iniziare a risolvere i problemi di ogni azienda, di ogni lavoratore, di ogni persona. L’alternativa è quella che Tremonti definisce economia sociale di mercato di cui la finanziaria massacro è una delle più altre espressioni, l’alternativa è la deriva reazionaria impersonata dai Berlusconi, Bossi e La Russa.

E’ una soluzione possibile!

Il sistema capitalista mondiale è immerso in una crisi generale che non può essere gestita con le misure  normali e da cui non si esce con politiche alternative rimanendo nel sistema di relazioni capitaliste come fanno intendere alcuni esponenti politici e sindacali di “sinistra” (conversione ambientale del sistema produttivo, dei consumi e del modello di società). Questa “conversione” è possibile solo se al centro del cambiamento si mettono le esigenze, gli interessi e i diritti delle masse popolari e dei lavoratori, è possibile (e necessaria) solo se le organizzazioni operaie e popolari (partiti progressisti, sindacati, associazioni e reti di cittadini che già esistono e che già si mobilitano, alle quale si rifanno anche quanti hanno detto No al Piano Marchionne, quelli che partecipano agli scioperi e alle proteste), gli esponenti di queste organizzazioni si mettono in prima linea per instaurare un Governo di Blocco Popolare per fare fronte agli effetti della crisi e attuare le misure più urgenti per fermare il degrado morale e materiale della società.

Sono le centinaia di migliaia di lavoratori che hanno scioperato il 25 giugno, sono i milioni di elementi delle masse popolari protagonisti, a vario titolo e in varie forme, delle mobilitazioni per difendere la Costituzione, i diritti democratici, per contrastare il razzismo e lo squadrismo, per difendere e migliorare l’ambiente che possono spingere coloro che hanno i mezzi e l’influenza per formare un governo di Blocco Popolare a farlo. I Landini, i Cremaschi, i Leonardi, i Grillo, i Gino Strada e gli altri esponenti delle organizzazioni sindacali, democratiche, popolari e progressiste hanno i mezzi, il seguito e l’influenza per lanciare e mettersi alla testa di un movimento di massa per cacciare Berlusconi e instaurare un governo d’emergenza popolare capace e deciso ad affidare a ogni azienda compiti produttivi (non dannosi per l’ambiente e la salute dei lavoratori e pubblica) e le risorse necessarie per svolgerli, ad assegnare a ogni individuo un lavoro socialmente utile, ad eliminare lavori e attività inutili e dannose per l’uomo e l’ambiente, a distribuire i prodotti alle aziende, alle famiglie, agli individui e ad usi collettivi secondo piani e criteri chiari, conosciuti e democraticamente decisi.

La battaglia per l’attuazione di queste misure spingerà in avanti tutto il processo di organizzazione e mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari e alimenterà la fiducia e la forza in quanti vogliono farla finita con questo marasma e costruire un percorso di sviluppo di nuove relazioni umane, politiche e sociali, che concretamente significa costruire una società diretta e gestita dai lavoratori: il socialismo.

Fare dell’Italia un nuovo paese socialista, un paese dove ci sia un posto e un ruolo dignitoso per ogni uomo, donna, giovane e anziano delle masse popolari è necessario e possibile! L’instaurazione di un governo di emergenza popolare è il primo passo in questa direzione! E’ il passo che dobbiamo e possiamo compiere qui e oggi in questa direzione!

Da Resistenza n. 02 (febbraio 2010)

Per Marchionne "è da pazzi tenere aperto lo stabilimento di Termini Imerese perché non è competitivo".

Per noi lavoratori l'unica cosa veramente da pazzi è che le aziende siano gestite da Marchionne e da gente come lui che decide se, cosa e quanto produrre in base al profitto che ne può ricavare, per cui va bene solo quello che gli permette di moltiplicare denaro altrimenti va lasciato perdere o tutt'al più affidato alla carità. E' da pazzi che attività che riguardano e coinvolgono, direttamente o indirettamente, migliaia e migliaia di persone, e per di più ampiamente finanziate con denaro pubblico, siano ancora gestite, da Marchionne e dai suoi simili, come un affare loro, come una questione privata.

Viviamo in un mondo che va a pezzi perché funziona e si regola secondo questi criteri da pazzi.

Noi possiamo e dobbiamo costruire un mondo in cui siano gli operai e gli altri lavoratori associati a decidere cosa e come produrre quanto occorre per soddisfare le esigenze della popolazione, nel modo più rispettoso possibile della loro salute e sicurezza e della tutela dell'ambiente.

E gli operai di Termini Imerese? A quel punto produrranno il numero di automobili assegnato alla loro unità produttiva da un piano nazionale elaborato con la partecipazione attiva loro e di tutti gli altri lavoratori e riceveranno quanto necessario per farlo. Quante auto? Quelle che risulteranno mettendo assieme le auto necessarie complessivamente (per il fabbisogno nazionale), la promozione dei trasporti pubblici e di quelli collettivi (pullman che vadano a prendere e riportino a casa i lavoratori di ogni azienda, o gli studenti di ogni scuola, ecc.) che avranno contribuito a ridurre di un bel po' il bisogno di nuove macchine, le macchine che vanno sostituite perché inquinanti e insicure, la capacità produttiva che secondo gli operai di Termini Imerese e quelli delle altre aziende di macchine ha la loro unità di lavoro, ecc.

Se non servirà che producano automobili semplicemente impareranno e si metteranno a produrre qualcos'altro.

Siccome tutti quelli in grado di farlo avranno un lavoro e saranno tenuti a lavorare, gli operai di Termini Imerese potranno lavorare per meno ore e avere più tempo per le relazioni sociali e le attività culturali, artistiche, sportive, ecc.: quelle che adesso sono riservate a chi non è costretto a dedicare la maggior parte del suo tempo e delle sue energie alla sopravvivenza.

Una parte del loro tempo di lavoro lo dedicheranno a studiare e trovare insieme come migliorare l'organizzazione del lavoro, la qualità dei prodotti, l'ambiente di lavoro, ecc. Insomma tutte cose per cui già adesso ci sono le conoscenze, le risorse e i mezzi necessari… però bisogna liberarsi di Marchionne, di quelli come lui e dei loro compari.

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