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Deriva CGIL: accordo su contrattazione e rappresentanza

on . Postato in Archivio comunicati 2011

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Con l’Accordo che Susanna Camusso ha siglato il 28 giugno con Confindustria, CISL e UIL, la CGIL è avviata a confluire nel novero dei sindacati complici, accettando con alcune contorsioni e concessioni verbali i principi dell’Accordo separato sottoscritto da Confindustria, CISL e UIL nel gennaio 2009 sotto la regia del governo Berlusconi.
Il CC della FIOM riunito il 30 giugno ha dato mandato al Segretario Generale di chiedere che la CGIL sottoscriva l’Accordo solo dopo aver consultato i propri iscritti. La decisione in proposito è ancora sospesa, demandata al Direttivo Nazionale della CGIL che si riunirà l’11 e il 12 luglio. Ma la decisione del CC della FIOM è di per se stessa una decisione di resa e legalitaria, che giunge dopo un evento grave (la firma della Camusso) atteso e non contrastato con energia quando era in preparazione, che lascia l’iniziativa ancora in mano alla Camusso e si appella a regole che quest’ultima ha già più volte calpestato (basta pensare solo che al Direttivo della CGIL del 27 giugno né la Segreteria aveva presentato una bozza scritta dell’Accordo in discussione con CISL, UIL e Confindustria né era stato votato alcun mandato alla Segreteria per firmarlo, ma tant’è…).

L’Accordo è un ulteriore passo indietro nella difesa dei residui diritti dei lavoratori e della democrazia borghese nel paese, un successo per la banda Berlusconi e per Marchionne, benché apparentemente sia stato adottato per rafforzare il PD, diviso tra un settore ex PCI legato alla CGIL e un settore ex DC legato alla CISL: in definitiva è un’ulteriore manifestazione della confluenza tra destra reazionaria (banda Berlusconi e Lega Nord) e destra moderata (PD e vecchio circo Prodi) sul programma comune della borghesia imperialista per far fronte alla crisi. Confluenza sul programma comune che è operante ed evidente in una serie di altri campi: dalla partecipazione alla guerra imperialista (Libia, Afghanistan, Palestina, ecc.) al programma TAV con la repressione del movimento NO-TAV della Val di Susa.
Per la sinistra sindacale si tratta di un altro passo della fase di ripiegamento che è iniziata con la riunione dei delegati FIOM a Cervia all’inizio di febbraio, quando fu evidente che il gruppo dirigente della FIOM non intendeva sfruttare i successi conseguiti (dal 16 ottobre al referendum a Mirafiori allo sciopero del 28 gennaio) e tirare le lezioni che ne venivano. Dopo i successi raccolti tra giugno 2010 e la fine di gennaio 2011, il gruppo dirigente della FIOM si è spaventato per le responsabilità sindacali e politiche che si stava assumendo, non ha osato perseverare nella sua azione autonoma dalla destra CGIL e tanto meno accentuarla e ha fatto marcia indietro.

Le dimostrazioni principali di questo ripiegamento sono state

1. la vicenda della ex Bertone. A Pomigliano e a Mirafiori i vertici FIOM potevano svolgere il loro ruolo di oppositori al piano Marchionne restando a metà strada: alla testa di una robusta opposizione operaia di fronte a una maggioranza di operai che approvava l’imposizione Marchionne. Alla ex Bertone i vertici FIOM dovevano non solo promuovere il NO al piano Marchionne: dovevano gestire anche le conseguenze del rifiuto dell’imposizione Marchionne da parte della maggioranza degli operai. Dovevano gestire uno scontro di livello superiore: contro la distruzione promossa dagli Agnelli con Marchionne e dagli altri capitalisti, per proteggere l’apparato industriale e produttivo del nostro paese bisogna fare un passo avanti verso la costituzione del Governo di Blocco Popolare;

2. la gestione dello sciopero generale. La FIOM e l’Area Programmatica “La CGIL che vogliamo” hanno preferito l’unità con la destra sindacale anziché tenere l’iniziativa in mano, unirsi con i sindacati di base (USB, Confederazione Cobas, SLAI Cobas, ecc.), concordare con loro la data per uno sciopero generale comune. Il risultato è che sono stati Camusso & C. a decidere a modo loro, e contro il movimento messo in moto dalla lotta di Pomigliano e dalla manifestazione del 16 ottobre, come, quando e su che cosa indire lo sciopero generale).

Se non è la sinistra ad avere in mano l’iniziativa e costringere la destra a seguirla sul suo terreno, è la destra a dettare il ritmo: la Camusso e il resto dei nipotini di Craxi che dirigono la CGIL sono arrivati a firmare un Accordo infame, che di fatto estende il piano Marchionne a livello nazionale.

La sinistra sindacale, in particolare la FIOM, l’AP-CGIL e l’USB sono oggi le organizzazioni autorevoli che unendosi all’insegna della costituzione del Governo di Blocco Popolare darebbero alle lotte operaie (e quindi di conseguenza al movimento di tutte le masse popolari, come si è visto nei mesi a cavallo tra il 2010 e il 2011) lo sbocco politico di cui hanno bisogno. Ma la FIOM per un motivo e l’USB per un altro oggi recalcitrano ad uscire da un ambito puramente sindacale e rompere gli steccati che derivano dalla storia passata: hanno paura di rompere equilibri, posizioni di comodo, riconoscimenti di padroni e istituzioni, relazioni e seguito. In realtà se persistono nella strada puramente sindacale perderanno seguito, iscritti e autorevolezza verso i lavoratori e le masse popolari. Le lotte puramente rivendicative senza risultati non stanno in piedi. Oggi è difficile ottenere risultati sul terreno del salario, della difesa dei posti di lavoro, delle condizioni di lavoro, dei diritti sul posto di lavoro, se non si lancia un vasto movimento di lotta generale, quindi con una precisa prospettiva di rinnovamento politico, per far fronte immediatamente almeno agli effetti più gravi della crisi generale del capitalismo.

Se passasse, questo accordo renderebbe più difficile la lotta degli operai e in particolare la difesa della FIAT dal piano di liquidazione completa che è il corollario delle mosse finora compiute da Marchionne per conto degli Agnelli. Renderebbe più difficile anche la difesa della Fincantieri e di altre unità produttive. Se passasse… perché la ratifica non è ancora scontata! Possiamo impedirne la ratifica, gli operai, i lavoratori, i delegati più combattivi possono impedirne la ratifica e costringere anche i vertici della FIOM a darsi una mossa, a riprendere e sviluppare un’iniziativa autonoma dalla destra CGIL, un’iniziativa autonoma di mettersi alla testa del vasto movimento operaio, studentesco e sociale che lotta e resiste!
Con blocchi e scioperi, con presidi sotto le sedi della CGIL, con iniziative di lotte in ogni azienda, con prese di posizione di RSU e RSA delle varie categorie della CGIL.
Con mobilitazioni unitarie tra sinistra CGIL e sindacati di base: l’USB ha in preparazione uno sciopero generale contro l’Accordo e la manovra finanziaria, è l’occasione per fare quello che non è stato fatto per lo sciopero generale di maggio!
La battaglia contro l’Accordo è l’occasione per dare una legnata alla destra CGIL, per liberarsi della Camusso (e degli altri nipotini di Craxi) e rafforzare l’unità tra sinistra CGIL e sindacati di base.

L’enormità della distruzione in corso e la sua mancanza di limiti costituiscono anche la debolezza del progetto padronale. L’opera di distruzione arriva a colpire le parti più organizzate e vive della classe operaia, che essa non abbia limiti è sempre più evidente e che la crisi economica non si risolva di per se stessa ma si aggravi di distruzione in distruzione è coscienza sempre più comune, come diventa sempre più coscienza diffusa la connessione tra la distruzione dell’apparato produttivo del paese e il disfacimento del tessuto sociale, morale e culturale del paese.
La gravità del male alimenterà l’opera di quelli che lavorano per la ripresa con una soluzione realistica: realistica non nel senso che rientra nelle abitudini, negli interessi, nelle procedure e nelle regole dei padroni, dei ricchi e del clero: come se fosse per errore e stupidità loro personali che oggi banchieri e finanzieri ci hanno portato alla rovina. Ma realistica nel senso che con una adeguata mobilitazione e organizzazione le masse popolari possono realizzarla, far fronte agli effetti negativi che ne conseguono, valorizzare gli effetti positivi per andare più avanti. La realtà è che non ci sono soluzioni possibili che poggiano (o rientrano) nell’ambito degli orizzonti del capitalismo e della sua società: dalla crisi non si esce né con un capitalismo più cattivo (concezione della rassegnazione alle distruzioni e agli sconvolgimenti che la crisi provoca, concezione vittimistica “le masse popolari subiranno sempre”), né con un capitalismo più buono, “riformato”, più equo, più umano (è la concezione della sinistra borghese). L’attuale sistema di relazioni sociali e internazionali alimenta e allarga la nuova guerra imperialista e porta la distruzione nel nostro paese. Le proposte alla Landini di far fronte alla crisi con una concorrenza basata sulla ricerca e sull’innovazione di processo e di prodotto (alla tedesca), sono comunque proposte per collaborare alla mobilitazione reazionaria e alla guerra. Ma in Italia sono anche una stupida illusione: dovrebbero essere attuate da una borghesia che nel corso dell’ultimo secolo ha dimostrato di essere incapace di occupare un posto autorevole tra i gruppi imperialisti, perché impregnata delle concezioni arretrate e dei comportamenti parassitari della Corte pontificia e della sua Chiesa Cattolica, a cui si appoggia per far fronte alle masse popolari e al movimento comunista.. È a questi capitalisti che Landini offre i suoi consigli: non è un caso che sono gettati al vento!

L’Accordo è certamente una sconfitta anche per noi e un passo indietro, ma non è la fine della guerra. Siamo all’inizio e siamo sicuri che possiamo raccogliere le forze necessarie per continuare la guerra e vincere. Non dipende da fattori esterni, dipende dalla capacità di noi comunisti, in particolare degli operai comunisti.
La lotta degli operai dell’INNSE (MI), di Pomigliano (NA), di Mirafiori (TO), di Termini Imerese (PA), della Fincantieri da Castellammare di Stabia (NA) a Sestri Ponente (GE) ha confermato che nel nostro paese la classe operaia non solo esiste ancora nonostante lo smantellamento di tanta parte dell’apparato produttivo del paese che la borghesia ha fatto negli ultimi vent’anni, ma ha ancora un ruolo sociale decisivo. Quando scendono in lotta, gli operai mobilitano e trascinano il resto delle masse popolari al punto che i padroni, i sindacati complici e la destra sindacale che dirige la CGIL sono messi sulla difensiva; prendono tempo, ricorrono a sotterfugi, riducono le loro pretese e ritirano i loro piani: per attaccare da un’altra parte o appena la mobilitazione si è attenuata. La lotta degli operai ha contribuito in larga misura alla vasta mobilitazione popolare che ha prodotto i referendum contro leggi imposte dal circo Prodi e dalla banda Berlusconi e la vittoria nei referendum, le vittorie nelle elezioni comunali di liste in rottura non solo con la destra estrema di Berlusconi-Bossi ma anche con la destra moderata di Prodi-Bersani, la mobilitazione delle donne (13 febbraio), degli immigrati da Rosarno a Brescia a Massa, degli studenti, dei ricercatori, dei giovani e degli altri lavoratori precari: i movimenti che hanno riguardato larga parte delle masse popolari del nostro paese e hanno impresso un carattere superiore e un ritmo più veloce alla lotta di classe. Inoltre senza quella lotta operaia non si sarebbero mobilitati i vertici della FIOM, dei sindacati di base e del resto della sinistra sindacale né gli esponenti sinceramente democratici della sinistra borghese e della società civile.
Questo mostra l’importanza del ruolo che gli operai comunisti devono e possono assumere e svolgere.
I limiti di ognuno di quei movimenti e le difficoltà che ognuno di essi incontra a durare e a svilupparsi sono particolari, ma in definitiva fanno tutti capo al fatto che in ognuno il carattere difensivo, rivendicativo o di protesta nei confronti dei vertici della Repubblica Pontificia, del sistema di relazioni sociali e di vincoli internazionali che essi impersonano e del loro governo prevale ancora, sia pure in misura diversa, sul carattere offensivo e d’attacco. Limiti e difficoltà saranno superati solo se ognuno di quei movimenti diventerà la componente di un generale movimento di attacco, per instaurare un nuovo sistema di relazioni sociali: il socialismo.
Lo può diventare, perché nessuno di quei movimenti può raggiungere i suoi obiettivi particolari senza questo risultato generale. La crisi che sconvolge il nostro paese e il resto del mondo non ha soluzione pacifica nell’ambito del sistema imperialista mondiale, del suo sistema di relazioni sociali e internazionali. Pur con diversità di parole e di atteggiamenti, la borghesia imperialista e il clero non propongono e tanto meno promuovono soluzioni che non siano la concorrenza di una parte delle masse popolari con altre parti, di un popolo e un paese con altri popoli e paesi: quindi un cammino che in definitiva alimenta ed estende la guerra imperialista in corso. Nell’ambito del sistema imperialista mondiale non c’è alcuna politica economica né alcuna riforma politica e culturale che può porre fine alla crisi economica e alla crisi ambientale e alle connesse crisi sociale, morale, intellettuale e politica. Anche la lotta degli stessi operai per porre fine alla distruzione di posti di lavoro e di fabbriche, per difendere dalla distruzione o dallo stravolgimento i diritti sindacali e politici conquistati e i contratti collettivi nazionali di lavoro può avere successo solo se si sviluppa su larga scala e con successo l’attacco per instaurare il socialismo.
Proprio per questo gli operai comunisti hanno nelle loro mani, nel loro essere comunisti, la chiave della soluzione del problema. Possono e devono organizzarsi e assumere la direzione per condurre tutti i movimenti alla loro comune vittoria: la costituzione del Governo di Blocco Popolare, la difesa della sua opera trasformatrice contro i tentativi di rivincita e di sabotaggio, lo sviluppo del processo a cui la costituzione del Governo di Blocco Popolare apre la porta fino all’instaurazione del socialismo.
Nel nostro paese gli operai comunisti sono molti e già hanno una ruolo preminente nel promuovere e orientare le lotte dei loro compagni di lavoro e, attraverso loro o direttamente, del resto delle masse popolari e in queste per di più è ancora viva l’eredità morale e intellettuale della prima ondata della rivoluzione proletaria. Da qui il ruolo e il dovere degli operai comunisti oggi, in questa fase della storia del nostro paese e in quest’epoca della storia umana. La chiave per condurre il resto delle masse popolari sulla via della vittoria e verso una nuova superiore fase della storia umana gli operai comunisti ce l’hanno nell’ideale che li ispira e che li unisce ai comunisti di tutto il mondo, li lega all’esperienza storica del movimento comunista e della prima ondata della rivoluzione proletaria che nella prima parte del secolo scorso ha impresso in ogni angolo del mondo e in ogni campo un impulso potente al progresso dell’umanità. Non lasciatevi frenare dalla vasta opera di intossicazione e di denigrazione che la borghesia e il clero hanno compiuto contro la prima ondata della rivoluzione proletaria e in particolare contro l’esperienza dei paesi socialisti che allora il movimento comunista riuscì a creare in alcuni paesi oppressi o arretrati del sistema imperialista mondiale: i risultati del dominio e della direzione della borghesia e del clero li abbiamo sotto gli occhi e tolgono ogni valore alle idee e alle immagini che essi impongono, alla loro interpretazione della storia e alla loro concezione del mondo. È vero che la prima ondata della rivoluzione proletaria non ha portato a instaurare il socialismo in tutto il mondo e si è esaurita cedendo al sistema imperialista mondiale gran parte del terreno conquistato: non lasciatevi demoralizzare dalla sconfitta che il movimento comunista ha subito, perché nell’evoluzione dell’umanità nessuna grande trasformazione è riuscita in un colpo solo. Tanto meno poteva riuscirvi una trasformazione come quella che porta al socialismo e al comunismo e di cui la classe operaia è promotrice e dirigente. Per sua natura è una trasformazione di livello superiore alle precedenti, è la prima trasformazione cosciente e organizzata e deve mettere fine alla millenaria divisione dell’umanità in classi di oppressori e di oppressi, di sfruttatori e di sfruttati. È una trasformazione che l’umanità deve compiere, senza di essa l’umanità non può progredire e si distrugge. È una trasformazione difficile, ma l’umanità è capace di compierla. Voi operai comunisti dovete guidarla. Bisogna imparare dagli errori compiuti e dai limiti che la lotta del movimento comunista, le sue vittorie e le sue sconfitte hanno messo in luce.

Possiamo vincere, dobbiamo lottare e vinceremo!

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