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Votiamo SI ai referendum [e analisi del voto alle amministrative]

on . Postato in Archivio comunicati 2011

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Dopo la legnata delle amministrative, usiamo anche la battaglia referendaria per rafforzare la mobilitazione popolare fino alla cacciata della banda Berlusconi e alla costituzione di un governo di emergenza popolare che faccia fronte alla crisi e sbarri la strada a speculazione, devastazione ambientale, razzismo e guerra!

2 sì per l’acqua pubblica
Perché l’acqua non sia privatizzata, non diventi una merce, ma sia un bene comune, un diritto per tutti, svincolato dai profitti di privati, multinazionali o quotato in borsa!
www.acquabenecomune.org/spip.php

1 sì per ribadire il rifiuto al nucleare e alla costruzione di centrali, per impedire speculazioni e devastazione dell’ambiente e del territorio.
Esistono tecnologia e conoscenze per produrre energie in modo alternativo, mobilitiamoci per farle applicare e sviluppare, per non farci rubare il diritto di voto e la democrazia con le manovre sporche della banda Berlusconi!
www.fermiamoilnucleare.it

1 sì per bloccare il legittimo impedimento, per far applicare la Costituzione e respingere i tentativi di violarla e aggirarla con leggi ad personam, “riforme della giustizia” e “processi brevi” che hanno l’obiettivo di affermare l’impunità per Berlusconi e aprire la strada all’impunità per gli altri faccendieri, mafiosi e amici degli amici…
www.sireferendum2011.it

Queste rivendicazioni, obiettivi e aspirazioni possono e devono diventare provvedimenti pratici, leggi, decreti: così possiamo invertire la rotta, rimediare da subito agli effetti più gravi della crisi e avviare la rinascita del paese. Né il governo Berlusconi né qualunque altro governo dei Bersani, dei Casini, dei Draghi, dei Montezemolo e compagnia farà mai queste cose: già visti, già conosciuti, tutti!

Analisi del voto

Le elezioni amministrative del 15 e 16 maggio e i ballottaggi del 29 e 30 maggio hanno coinvolto 1.315 comuni e 11 province, con circa 13,4 milioni di elettori al primo turno (di cui 10,1 alle comunali) e 5,7 milioni ai ballottaggi (dei quali circa 4 alle comunali).

Al primo turno ha votato il 71,0% degli aventi diritto alle comunali (-2% rispetto al 2006) e il 59,6% alle provinciali (-2,5% rispetto al 2006). Ai ballottaggi ha votato il 60,1% (2,5 milioni di persone) per le comunali e il 45,2% (770 mila persone) alle provinciali.

Delle 11 province dove si è votato il Centro-sinistra (C-S) ne conquista 7, mentre il Centro-destra (C-D) 4. Il C-S strappa al C-D Pavia e Macerata, conferma al primo turno Gorizia, Ravenna, Lucca e ai ballottaggi Trieste e Mantova. Il C-D strappa al C-S al primo turno la provincia di Campobasso, al ballottaggio quella di Reggio Calabria e conferma le province di Treviso al primo turno e di Vercelli al ballottaggio.

Dei 31 comuni capoluogo di provincia 22 vanno al C-S e 9 al C-D. Nelle precedenti elezioni (2006) il C-S ne aveva conquistati 20 e 10 il C-D (il sindaco di Villacidro era di una lista civica).


Prendendo in considerazione i 6 capoluoghi di regione, il C-S ne conquista 6 (Torino, Trieste, Bologna, Milano, Napoli, Cagliari), il C-D 1 (Catanzaro). Il C-S ha strappato al C-D importanti città come Milano, Trieste, Cagliari e Novara, mentre Napoli passa dalla destra moderata e affaristica del PD alla coalizione di sinistra che sostiene De Magistris.

Gli schieramenti e risultati

Prendiamo in considerazione le 13 principali città (quelle con oltre 100 mila abitanti): Torino, Novara, Milano, Trieste, Bologna, Ravenna, Rimini, Latina, Napoli, Salerno, Catanzaro, Reggio Calabria e Cagliari, considerando che i risultati delle elezioni comunali dei piccoli centri sono difficilmente confrontabili per la presenza di diverse liste civiche. Per quanto riguarda i confronti con le votazioni precedenti, tenendo conto dello scossone economico e politico del 2008 (entrata fase terminale della crisi, disfatta della sinistra borghese, sommovimenti nei due schieramenti politici), il confronto è più significativo con le regionali del 2010 che con le elezioni amministrative del 2006.

La destra moderata in questa tornata elettorale si è divisa in due tronconi:

- PD, IdV (tranne a Napoli), Lista Bonino si presentano uniti nelle varie città a sostegno di un candidato del PD (tranne a Milano). A Napoli la candidatura di De Magistris ha costretto IdV a staccarsi dal PD.

- UDC, FLI, API generalmente ha presentato un proprio candidato sindaco nelle principali città.

La sinistra borghese e i frammenti frutto della sua esplosione del 2008 (PCL, PdAC, Sinistra Critica, Sinistra Popolare).

- a Milano la sinistra borghese (Federazione della Sinistra di Ferrero/Diliberto (FdS), Sinistra Ecologia e Libertà (SEL) di Vendola e Verdi) presenta un proprio candidato sindaco (Pisapia) ed è in coalizione con il PD;

- a Napoli si è divisa: la FdS si è schierata con De Magistris, mentre SEL appoggia il candidato del PD;

- a Bologna (Sinistra per Bologna e SEL) si presenta nella coalizione che sostiene il candidato del PD;

- a Torino la FdS e Sinistra Critica presentano una loro coalizione elettorale.

I frammenti della sinistra borghese (PCL, PdAC, Sinistra Critica)

- a Napoli Sinistra Critica, Rete dei comunisti e Sinistra Popolare hanno presentato una propria lista “Napoli non si piega”,

- il PCL e il PDAC proseguono la loro politica di presentarsi “orgogliosamente” da soli con il proprio simbolo: il PCL nelle principali città (Napoli, Torino, Milano e Bologna) e in altri centri minori, il PDAC a Salerno, Latina e Barletta.

Il Movimento 5 Stelle (grillini) si presenta, anch’esso “orgogliosamente” da solo, in tutte le principali città e anche in piccoli centri.

La destra reazionaria (PdL, Lega Nord (LN), La Destra) generalmente presentava candidati comuni, in alcune città del Nord (es. Bologna) il candidato sindaco era della LN.

La destra fascista (quella non raccolta dal PdL oppure che lo sostiene dall’esterno come Casa Pound) si presenta con Forza Nuova nelle principali città.

Considerando le 13 città indicate sopra, emerge il seguente quadro.

Centro-sinistra: nel suo complesso (senza UDEUR) ha raccolto 1.042.000 voti (perde 175.000 voti rispetto al 2006 e guadagna 66.000 voti rispetto alle regionali del 2010), con una perdita significativa in Emilia Romagna di 24.000 voti (-12%) e nel Centro sud (dove incide molto Napoli) dove perde 135.000 voti (-30,9%).

- Il PD guadagna 39.000 (+7,3%) sul 2010 e perde 111.000 voti (-16,2%) sul 2006

- La FdS guadagna 48.000 (+40,5%) sul 2010 e perde 107.000 voti (-65,3%) sul 2006

- L’IDV perde 62.000 (-40,7%) sul 2010 e guadagna 36.000 voti (+67,3%) sul 2006

Movimento 5 stelle: ha raccolto 93.000 voti nelle 13 città esaminate (aumento di 26.000 voti sulle regionali del 2010). A Milano ha ottenuto il 3,4% dei voti, a Torino il 5,2%, a Bologna il 9,3% e a Napoli il 1,6%. Come si vede, il loro successo è maggiore dove i candidati sindaco erano espressione della destra moderata (Torino e Bologna).

Frammenti della sinistra borghese

- PCL e PDAC: dove si sono presentati hanno ottenuto qualche centinaio di voti. Lo stesso PCL riconosce che “registra generalmente un arretramento netto, sia rispetto al voto politico, sia rispetto a precedenti consultazioni amministrative”

- “Napoli non si piega” ha raccolto circa 800 voti (0,18%).

Terzo polo

- FLI e API (non esistono confronti con le precedenti elezioni) hanno ottenuto risultati molto modesti (2,6% a Milano, 4,8% a Napoli)

- L’UDC mantiene sostanzialmente i voti del 2010 (-1,4%) e perde 28.500 voti (-25,4%) sul 2006.

Centro-destra: nel suo complesso (senza UDC) ha raccolto 885.000 voti (perde 56.000 voti rispetto al 2006 e 56.000 voti rispetto alle regionali del 2010), con perdite significative al Nord (-83.000, -16,6%).

- Il PdL perde il 22,3% dei voti avuti nel 2010 e 197.000 voti (-24,6%) sul 2006

- la LN perde 25.000 (-16,0%) sul 2010 e guadagna 78.000 voti (+149%) sul 2006

- altre liste di destra guadagnano 62.000 (+32,4%) sul 2006

Destra fascista: ha ottenuto in tutto qualche migliaio di voti.

- FN: Torino (0,1%), Milano (0,35%), Bologna (0,3%)

- Lista Rauti a Napoli prende lo 0,3%.


Non è vero che, come afferma Ferrero, “con l’alleanza tra il PD e la sinistra si cambia il paese”! La sonora sconfitta del PdL e della Lega non significa vittoria del PD e della sinistra borghese. Dall’analisi del voto emerge con chiarezza che si è approfondito il distacco delle masse popolari dalle attuali forze politiche borghesi, non solo dai partiti della destra reazionaria ma anche dalla destra moderata del PD e della sinistra borghese. Dove il “vento di Pomigliano” si è tradotto nell’irruzione delle organizzazioni operaie e popolari sul terreno della lotta politica borghese hanno vinto candidati che non vengono dal PD e che anzi si erano contrapposti al PD alle primarie (Milano) e anche al primo turno (Napoli); dove questa irruzione non c’è stata il distacco si è espresso da una parte nell’aumento degli astenuti e dall’altra nei voti al Movimento 5 stelle o alle liste civiche.

L’unica e reale alternativa a Berlusconi e alla sua banda di criminali e razzisti è un governo espressione delle organizzazioni operaie e popolari! Non un centro-sinistra capeggiato dal PD che da vent’anni si alterna con Berlusconi al governo e insieme a lui ha portato il nostro paese allo sfacelo attuale. Che quando è stato al governo ha portato avanti la stessa politica di Berlusconi: legge Turco-Napolitano, pacchetto Treu, scippo del TFR, riforma Berlinguer e Fioroni, partecipazione alla missione di guerra in Jugoslavia, ecc. Sulla Tav in Val di Susa e la base No dal Molin a Vicenza lo schieramento è bipartisan. Giuseppe Bono, l’ad di Fincantieri che vuole smantellare gli stabilimenti di Castellammare e di Sestri Ponente e buttare per strada migliaia di lavoratori, continua l’opera di Prodi che ha liquidato l’IRI e privatizzato (o liquidato) il grosso delle industrie pubbliche, dall’Alfa Romeo all’Italsider, dall’ENI a Italstat. La “alleanza tra PD e sinistra” l’abbiamo già vista all’opera con il governo Prodi-D’Alema-Bertinotti (più Epifani)! Solo le organizzazioni operaie e popolari possono invertire la rotta disastrosa e avviare la ricostruzione economica, ambientale, morale e intellettuale del nostro paese. E’ la loro azione che ha fatto la differenza in questa tornata elettorale, è la loro azione che deciderà del nostro futuro: se prevarrà la mobilitazione reazionaria e la guerra tra poveri che Bossi e Marchionne proclamano apertamente o la mobilitazione rivoluzionaria che metterà definitivamente fine alla crisi instaurando il socialismo.

I risultati delle amministrative creano condizioni più favorevoli alla costruzione di un governo di emergenza popolare. Non solo perché accelerano il disfacimento della maggioranza governativa: sia del PdL e della Lega Nord, all’interno dei quali è già iniziata la resa dei conti, sia dell’alleanza tra di essi. Ma soprattutto perché in due delle più importanti città italiane sono stati eletti dei sindaci e delle amministrazioni in rottura non solo con la destra reazionaria, ma anche con la destra moderata riunita nel PD, grazie alla spinta, al sostegno e al ruolo assunto dalle organizzazioni operaie e popolari nella battaglia elettorale. Proprio per questo possono diventare centri promotori del movimento per costruire il Governo di Blocco Popolare. Cosa vuol dire? Significa mettere al primo posto della propria azione l’attuazione dell’obiettivo di “un lavoro utile e dignitoso per tutti”. Lo abbiamo già scritto sul nostro giornale ed è stata la parola d’ordine centrale della nostra partecipazione alla campagna elettorale. “Un lavoro utile e dignitoso per tutti” è la base perché ogni uomo e ogni donna abbiano un ruolo nella vita sociale. E’ il fondamento di ogni legalità: se la legge esclude, emargina, umilia, condanna a morire di disperazione, miseria e fatica una parte crescente della popolazione, è impossibile imporre la legalità! E’ il presupposto per affrontare ogni altro problema: dallo smaltimento dei rifiuti alla corruzione, dal malfunzionamento dei servizi pubblici alla delinquenza, dal dissesto del territorio alla discriminazione, dalla cultura al parassitismo, non c’è problema che non possa essere affrontato con un’adeguata mobilitazione di uomini, oltre che di mezzi e conoscenze (che però sono sempre gli uomini a produrre e ad applicare!). Ogni promessa di affrontare questo o l’altro problema senza mobilitare uomini e donne a svolgere un lavoro utile e dignitoso è un imbroglio o una pia illusione! Vero che un’amministrazione comunale non può assicurare un lavoro utile e dignitoso a tutti. Attuare il diritto al lavoro (art. 1 della Costituzione!) non rientra nelle competenze che l’ordinamento attuale assegna a un’amministrazione comunale; le attività produttive di una zona dipendono in larga misura dall’economia nazionale (non siamo né vogliamo tornare al Medio evo!); le risorse assegnate dal governo centrale alle amministrazioni locali sono sempre più ridotte; le amministrazioni comunali devono attenersi alle diposizioni del governo centrale; che tutti abbiano un lavoro fa a pugni con la prassi corrente per cui un proletario lavora per produrre profitti, quindi solo se e quando un capitalista ne ricava profitti. Proprio per questo deve essere un’amministrazione comunale di emergenza, cioè deve andare oltre ai compiti che l’ordinamento vigente le assegna, deve rifiutarsi di rispettare le disposizioni del governo centrale quando vanno contro gli interessi delle masse popolari: in questo modo sì che diventa reale e concreta quell’autonomia locale tanto sbandierata e altrettanto vilipesa dalla Lega Nord. Proprio per questo deve fare fronte comune con le altre amministrazioni locali che sono sulla stessa lunghezza d’onda, deve alimentare ad ampio raggio, con le risorse, i mezzi e le relazioni di cui dispone, la mobilitazione per creare un governo d’emergenza popolare: un governo nazionale che faccia quello che l’amministrazione locale non può fare. E’ difficile? Certamente, ma l’alternativa quale sarebbe? “Se le nuove amministrazioni locali si mettono a scimmiottare le vecchie, se cercano di dimostrare che loro sanno fare quello che le vecchie amministrazioni comunali e locali volevano fare ma non riuscivano a fare o dicevano di voler fare ma non facevano, se cercheranno di usare l’appoggio popolare e il consenso di cui godono tra le masse popolari per imporre alle masse popolari gli interessi perseguiti dalle vecchie amministrazioni comunali e locali e dai loro padrini, in particolare se cercheranno di imporre alle masse popolari la legge e l’ordine prima di mobilitare invece le masse popolari per realizzare la parola d’ordine “un lavoro utile e dignitoso per tutti”, le nuove amministrazioni andranno incontro a un completo fallimento. Con grande soddisfazione di Berlusconi che lo auspica e pronostica apertamente e del resto dei vertici della Repubblica Pontificia che lo attende in silenzio e ipocritamente cospira per provocarlo” (dal Comunicato del (n)Pci, n. 19-31.05.11).

Che fare perché Milano e Napoli diventino “un’onda che non si fermerà più”, come ha detto De Magistris? Non è un processo scontato, sia perché la parte dei poteri forti che ha appoggiato De Magistris e Pisapia farà sentire il suo peso e la sua influenza, sia perché per le nuove amministrazioni comunali si tratta di andare fuori dal seminato. Come nel percorso che ha portato alla vittoria di Pisapia e De Magistris, tanto più adesso è determinante il ruolo che svolgeranno le organizzazioni operaie e popolari, la parte avanzata delle masse e noi comunisti. La tendenza più dannosa in questa situazione è quella a “lasciar fare a De Magistris e Pisapia”, a delegare a loro l’attuazione del programma su cui le masse hanno dato loro fiducia, a non “avanzare troppe pretese”, ecc. Dobbiamo tendere le nostre forze per sostenere, promuovere e alimentare l’attivismo, la volontà di mobilitarsi e organizzarsi (le proposte di assisi popolari, coordinamenti e reti civiche cittadine, ecc.) per far mantenere agli eletti gli impegni presi e per criticare e sanzionare quelli che non lo fanno, per far sì che usino le risorse e gli strumenti connessi alla cariche che ricoprono in primo luogo per mobilitare e organizzare uomini e donne a procurarsi il lavoro, per indicare quali solo le misure d’emergenza da attuare per far fronte agli effetti più gravi della crisi in cui si traducono caso per caso gli impegni presi. Così sì che “l’onda non si fermerà più”! Avanti compagni, possiamo vincere, dobbiamo vincere, dipende da noi!

Lavoro utile e dignitoso per tutti, tutela dell’ambiente e messa in sicurezza del territorio, gestione pubblica e partecipativa dell’acqua, istruzione, sanità e servizi pubblici di qualità e accessibili a tutti, difesa e allargamento dei diritti: a tutto questo può mettere mano solo un governo d’emergenza composto da persone che godono della fiducia delle migliaia di organizzazioni sindacali, associazioni, comitati, reti che già oggi sono mosse da quelle aspirazioni, avanzano quelle rivendicazioni, si pongono quegli obiettivi e che sono decise ad attuarle anche contro gli interessi, le abitudini, le priorità dei padroni, del Vaticano e dei ricchi.

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