La storia della Carovana del (n)PCI inizia negli anni ’80 del secolo scorso. La crisi generale iniziava a manifestare i suoi effetti (ma nessuno sapeva ancora che genere di crisi fosse: il movimento rivoluzionario degli anni ’70 non aveva elaborato un’analisi scientifica del movimento economico e politico dalla società).
Sono anni caratterizzati da eventi che hanno marcato la storia del paese: la sconfitta subita degli operai della FIAT nel 1980 ha dato il via all’attacco dispiegato delle conquiste e dei diritti nelle fabbriche e fuori; la disfatta delle BR a causa della deriva militarista in cui erano precipitate dopo aver abbandonato il proposito di ricostruire il partito comunista, la conseguente campagna repressiva di massa (arresti, leggi speciali “antiterrorismo” di Kossiga, carceri speciali e braccetti della morte, tortura e uccisione di militanti rivoluzionari: il 28.03.1980 i reparti speciali dei carabinieri di Dalla Chiesa freddano quattro membri delle BR in via Fracchia a Genova); il PCI e la CGIL collaborano attivamente con il regime DC (“unità nazionale”) nella repressione di massa e nell’attacco alle conquiste dei lavoratoti (“politica dei sacrifici”). Sono gli anni del pentitismo (Patrizio Peci, arrestato nel 1980, sarà il primo di una lunga serie) che porterà in carcere centinaia di militanti delle BR e di altre organizzazioni combattenti e di compagni che avevano solidarizzato o collaborato con loro; dell’avvio della dissociazione dalla lotta di classe (“siamo stati sconfitti, la borghesia ha vinto”, “non è possibile fare la rivoluzione”, “la classe operaia non è un soggetto rivoluzionario”, “il mondo è cambiato”: discorsi che ancora sentiamo ripetere dalla sinistra borghese). A livello internazionale i paesi socialisti, sotto la guida dei revisionisti alla Kruscev e Den Xiaoping, andavano sempre più alla deriva, la Cina e il Vietnam erano in guerra tra loro. Il movimento comunista artefice delle grandi conquiste economiche, politiche e sociali dei 50 anni precedenti viveva una crisi profonda.

Cosa era successo? Cosa stava succedendo? Dove stava andando il mondo? Cosa dovevamo fare?
E’ in questo contesto che inizia il percorso di cui fanno parte il P.CARC e il (n)PCI. E’ una strada che si apre e si snoda lungo gli ultimi 35 anni della storia del nostro paese. O meglio, una pista che viene aperta e consolidata man mano che il gruppo di testa avanza. Il gruppo di testa per un certo periodo si è chiamato Redazione di Rapporti Sociali (1985), poi CARC (1992), poi Commissione Preparatoria (CP) del congresso di fondazione del (nuovo) Partito comunista italiano (1999) e dal 2004 (n)PCI.
Il gruppo di testa nel 1980 aveva dato vita al Coordinamento Nazionale dei Comitati contro la Repressione (CCR), che pubblica la rivista Il Bollettino, per far fronte all’ondata repressiva che aveva portato a circa duemila rivoluzionari prigionieri e altre migliaia di inquisiti, per promuovere un movimento di lotta contro la repressione e di solidarietà di classe (al di là dell’appartenenza politica e organizzativa: comunisti, anarchici, autonomi). Qui c’è il primo principio che accompagnerà tutta la vita della Carovana: mettere sempre e comunque al centro la lotta di classe e gli interessi della classe operaia e delle masse popolari.
Il CCR ingaggiò una dura battaglia politica contro il dilagante fenomeno del pentitismo e della dissociazione dalla lotta di classe, individuato e denunciato come causa del pessimismo e del disfattismo sempre più diffuso tra le fila del movimento comunista. Il CCR e gli organismi che vi aderivano sono diventati un baluardo e un punto di riferimento contro la disfatta. La pubblicazione de Il proletariato non si è pentito (1984), è uno dei contributi più organici contro la dissociazione dalla lotta di classe. La borghesia userà tutte le armi a sua disposizione (arresti, intimidazioni, minacce, ecc.) per fermare l’opera del CCR prima e dei CARC dopo. Il “collegamento” con i prigionieri delle BR servirà come pretesto per orchestrare diverse operazioni repressive. La resistenza alla repressione è stata l’arma che ha permesso di continuare e sviluppare l’azione della Carovana (abbiamo sperimentato che era possibile rivoltare contro la borghesia ogni operazione repressiva, ogni operazione repressiva se da una parte spaventava e faceva perdere alcuni compagni, dall’altra permetteva che gli altri si rafforzassero e che nuove leve si aggregassero). Questo è il secondo grande insegnamento della nostra storia: non temere la borghesia, non temere gli attacchi del nemico. Se la borghesia ci attacca è un bene, vuol dire che la nostra azione colpisce nel segno (Mao).

Dalla rivista Rapporti Sociali al maoismo come terza superiore tappa del pensiero comunista.
Gli arresti di Giuseppe Maj e altri redattori de Il Bollettino (1985) hanno contribuito a creare le condizioni per sviluppare l’analisi e il bilancio dell’esperienza e il progetto della rivista Rapporti Sociali (RS): il numero 0 (Don Chisciotte e i mulini a vento) uscito nel settembre 1985, è frutto degli studi che Giuseppe Maj farà nel carcere di Belluno. “L’obiettivo per cui nasce questa rivista è accumulare e diffondere tra quanti lottano per il comunismo la conoscenza del movimento economico della società attuale e della storia dell’epoca imperialista. Una buona comprensione del movimento economico (…) è condizione indispensabile per una politica comunista (…). La lotta dei comunisti è un’arte. Un’arte che però può svilupparsi solo sulla solida base della comprensione della vita economica”.
La nascita di RS come rivista periodica (febbraio 1988) segna il passaggio da una pratica principalmente difensiva (lotta contro gli attacchi della borghesia) a una fase propositiva (analisi della fase economica e politica, bilancio dell’esperienza del movimento comunista, rinascita del movimento comunista). Per avanzare su basi solide occorreva comprendere a fondo due aspetti della realtà: 1. le ragioni della debolezza del movimento comunista e 2. lo stato dei rapporti antagonisti tra capitalismo e comunismo.
La redazione di RS ha messo al centro della sua attività iniziale lo studio dell’economia capitalista e in particolare dell’epoca imperialista. Inizia il processo di creazione delle basi teoriche per la ricostruzione del partito comunista, obiettivo che i CARC sintetizzeranno precisamente dieci anni dopo, nel 1995. Dal 1985 al 1992 la redazione di RS ha elaborato le tesi che hanno definito il quadro teorico da cui sono nati i CARC. Queste tesi sono state discusse pubblicamente nel novembre del 1992, a Viareggio, nel corso di un convegno in cui i promotori (la redazione di RS e i Centri di documentazione Filorosso di Milano e Viareggio, fondati nel 1987-88), daranno vita ai primi CARC (1993) di Milano, Modena e Viareggio.

la resistenza delle masse popolari copiaIl Convegno di Viareggio (siamo nel pieno della crisi politica del regime DC e all’inizio degli attacchi del governo Amato, da lì a poco comincerà la fase dei governi del “programma comune”: Berlusconi, Prodi) mette al centro del dibattito che per trasformare in lotta per il socialismo la resistenza che le masse popolari oppongono all’avanzata della crisi generale, i comunisti dovevano innanzitutto trasformarsi per essere all’altezza del compito che la storia ha assegnato loro: non sono le masse che sono arretrate, sono i comunisti che non sono all’altezza del loro compito. La trasformazione delle forze soggettive della rivoluzione socialista (organismi e singoli che aspirano al socialismo) in comunisti sarà il tema che caratterizzerà la vita dei CARC e la lotta ideologica tra i CARC e il resto delle forze soggettive: questo sarà il terzo principio ispiratore della vita dei CARC.
Dopo gli anni dell’elaborazione teorica, inizia il processo di costruzione dell’organizzazione. Una volta definita la linea è l’organizzazione che decide del tutto (Stalin). La redazione di RS continuerà la battaglia nel campo della teoria, in particolare contro la deviazione economicista (ridurre la lotta rivoluzionaria alla lotta rivendicativa e sindacale). La lotta contro l’economicismo diventerà un aspetto essenziale della lotta per il comunismo.
L’intenso lavoro di studio e di elaborazione condurrà alla scoperta del maoismo come terza superiore tappa del pensiero comunista dopo il marxismo e il leninismo e alla pubblicazione delle Opere di Mao (1991-94).
Nel 1995, nel 50° anniversario della vittoria della Resistenza antifascista, i CARC lanciano la parola d’ordine “organizzarsi e organizzare, anzitutto per la costruzione del nuovo partito comunista”. Compito attuale dei comunisti è unire la resistenza delle masse popolari sotto la direzione della classe operaia fino a trasformarla in lotta per il socialismo: questo significa lavorare alla ricostruzione del nuovo e vero partito comunista italiano.
Con la pubblicazione di F. Engels – 10, 100, 1000 CARC per la ricostruzione del partito comunista (1995) i CARC indicano le tre condizioni da creare per la ricostruzione del partito comunista: 1. formare compagni capaci di ricostruire il partito; 2. tracciare il programma del partito, il suo metodo di lavoro, l’analisi della fase e la linea generale del partito; 3. legare al lavoro di ricostruzione del partito gli operai avanzati (a queste ne venne poi aggiunta una quarta: creare la base finanziaria del nuovo partito).
Proprio l’obiettivo di ricostruzione del partito comunista sarà alla base della prima lotta ideologica (LIA) del 1997 (governo Prodi) fra i fautori delle lotte rivendicative e sindacali (economicismo) e del lavoro locale contro il rafforzamento del Centro e del lavoro per la ricostruzione del partito comunista. Nel corso della lotta tra le due linee è emersa la contraddizione principale dei CARC: voler essere partito senza esserlo ancora. La conduzione e l’esito della prima LIA porterà un altro grande insegnamento: i comunisti devono sviluppare la lotta tra le due linee nel partito, non aver paura delle contraddizioni e di perdere dei compagni (il partito epurandosi si rafforza – Stalin).
Dopo la prima LIA il processo della ricostruzione del partito comunista subirà un’accelerazione con la pubblicazione nel 1998 (caduta del primo governo Prodi) da parte dei CARC del Progetto di Manifesto Programma del nuovo Partito Comunista Italiano (PMP) un documento innovativo nella storia del movimento comunista, considerando che i partiti comunisti sorti negli anni ‘20 del secolo scorso nacquero senza avere elaborato un proprio specifico programma per condurre la rivoluzione socialista.
L’elaborazione e la pubblicazione del PMP ha messo in luce il principale punto di forza dei CARC (elaborazione della scienza e avvio del lavoro organizzativo) e contemporaneamente il principale limite (non aver definito il tipo di partito comunista di cui c’era bisogno e quale fosse la sua strategia). Era necessaria una nuova svolta, la ricostruzione del Partito doveva poggiare su basi nuove, tenendo conto del bilancio della storia del movimento comunista, del regime di controrivoluzione preventiva vigente nei paesi imperialisti per impedire la ricostruzione di partito comunista e considerando le specifiche caratteristiche della lotta di classe del nostro paese.

La svolta del 1999: l’uno si divide in due. Alcuni compagni escono dai CARC e costituiscono la Commissione Preparatoria del congresso di fondazione del (nuovo) Partito comunista italiano (CP). Nel marzo 1999 esce il primo numero della sua rivista, La Voce: in esso la CP dichiara di far suo il patrimonio elaborato dalla Segreteria Nazionale dei CARC in termini di programma (PMP), metodo, analisi della fase, linea generale e linee particolari, criteri e metodi di lavoro, indica la strategia della Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata come la strategia per condurre la rivoluzione socialista e la natura clandestina del partito comunista come discriminante (contro i progetti di “partiti rivoluzionario nei limiti della legge”): “per essere la direzione della guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata, il partito comunista deve essere costruito dalla clandestinità, come partito che non basa la sua esistenza sul margine di libertà di azione politica che la borghesia imperialista reputa le convenga consentire alle masse popolari, ma sulla sua capacità di esistere e di operare nonostante i tentativi della borghesia di eliminarlo”. Ed esorta le forze soggettive italiane, i lavoratori avanzati e i rivoluzionari prigionieri a compiere due passi possibili e necessari: 1. partecipare alla discussione del PMP; 2. costituire ovunque comitati di partito clandestini del (nuovo)PCI. I delegati dei comitati di partito clandestini parteciperanno al congresso di fondazione non appena si saranno create le condizioni necessarie per tenerlo.

wilnpciI CARC valutano positivamente il processo avviato dalla CP e fanno una pubblica dichiarazione di sostegno, riconoscendo l’obiettivo comune: ricostruire il Partito comunista adeguato a condurre la rivoluzione socialista nel nostro paese.
La pubblicazione del PMP prima e la Dichiarazione di appoggio al lavoro della CP aprono la strada ad una nuova lotta ideologica nei CARC. Il tutto mentre si sviluppava un vasto movimento contro l’aggressione imperialista nel Kossovo, cui il governo D’Alema partecipava agli ordini degli USA, e appare sulla scena il movimento No Global (Seattle). Lo scontro della seconda LIA avviene tra chi persegue la via di combinare formazione (la teoria rivoluzionaria) e lavoro di ricostruzione del partito contro i fautori del movimentismo (pratica senza teoria).
A questo punto il timone della direzione della costruzione della rivoluzione socialista passa alla CP e alla sua rivista La Voce. I CARC riconosceranno pienamente quella direzione e ridefiniranno il loro ruolo tenendo conto della loro natura di organizzazione che utilizza, finché possibile, quanto resta degli spazi di agibilità politica conquistati con la Resistenza e con le lotte degli anni successivi. Da qui il percorso che, dal 2001, porterà i CARC (diventati a loro volta partito) ad assumere il compito di intervenire da comunisti nella lotta politica borghese e nelle competizioni elettorali. Il P.CARC ha sviluppato quella linea fino ad oggi, fino al IV Congresso in cui sancisce la trasformazione in partito del Governo di Blocco Popolare.

Conclusioni. Il risultato di questo percorso è che nel nostro paese esistono due partiti di comunisti (il (n)PCI e il P.CARC) che operano per costruire la rivoluzione socialista. Entrambi hanno un ruolo specifico in sinergia uno con l’altro: il (n)PCI ha il compito di attuare la strategia, il P.CARC ha il compito di sviluppare la tattica.
Questa caratteristica della rinascita del movimento comunista nel nostro paese è forse una questione complicata da comprendere per chi ha una conoscenza superficiale delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe (è per questo che promuoviamo lo studio e la conoscenza di questo percorso). Ma è questa la strada elaborata alla luce dell’esperienza e dell’analisi delle condizioni concrete della lotta di classe. Su questa base sperimentiamo la costruzione di un’opera inedita nella storia: instaurare il socialismo in un paese imperialista. La pratica sarà giudice della giustezza della linea, per ora la storia ha dimostrato che il percorso è principalmente positivo.

***

La nostra trasformazione in partito del Governo di Blocco Popolare è la combinazione di quanto il movimento comunista ha elaborato scientificamente (la concezione comunista del mondo) con quanto le condizioni concrete richiedono di fare per uscire dalla crisi e costruire una società superiore, una società socialista. Chiamiamo operai, lavoratori, elementi avanzati delle masse popolari a sperimentare una via che non ha precedenti, dato che in nessun paese imperialista il vecchio movimento comunista è arrivato a elaborare una linea adeguata a instaurare il socialismo. Non abbiamo esempi “da ricalcare”, avanziamo facendo tesoro degli insegnamenti del vecchio movimento comunista e tracciando una strada nuova. Facciamo un percorso sperimentale in cui sbagliare è possibile (è nell’ordine delle cose), in cui ci troveremo più volte ad aggiustare il tiro per superare i limiti e correggere gli errori. La questione non è non sbagliare, ma imparare dagli errori per correggerli e avanzare, provando e riprovando con determinazione, sapendo dove dobbiamo arrivare, facendo analisi concreta della situazione concreta, con principi saldi e con spirito sperimentale.
Questo spirito caratterizza la Carovana del (n)PCI (e il P.CARC che ne fa parte). Noi abbiamo capito che i vecchi partiti comunisti dei paesi imperialisti sono caduti nella (o non sono usciti dalla) trappola di concepire le lotte rivendicative come mezzo per migliorare le condizioni delle masse popolari e la lotta politica borghese (le elezioni, l’azione parlamentare, l’allargamento della partecipazione popolare alle istituzioni della democrazia borghese) come mezzo per condizionare l’azione del governo e dell’apparato statale in senso favorevole alle masse, invece di usare entrambe ai fini dell’instaurazione del socialismo.
Ai nostri inizi (circa 30 anni fa), abbiamo evitato di incanalarci nelle lotte rivendicative e nella partecipazione alla lotta politica borghese. Quindi abbiamo evitato di cadere nell’una o nell’altra delle due tare (riformismo conflittuale e rivendicativo e riformismo elettorale) che hanno deviato, reso impotente e alla fine disgregato il movimento comunista dei paesi imperialisti. Abbiamo evitato anche di ridurre la lotta per il socialismo al sostegno delle lotte rivendicative combinato con vuoti proclami sul futuro socialista (come fanno i dogmatici che si dicono anch’essi comunisti).
Siamo partiti dalla scienza marxista, dalla conoscenza e assimilazione della concezione comunista del mondo. Acquisita questa a un certo livello, abbiamo iniziato a costruire il legame con il movimento rivendicativo e con il movimento politico di massa per valorizzare l’uno e l’altro ai fini della rinascita del movimento comunista.
Ci siamo distinti da altre organizzazioni (estremiste, riformiste, promotrici di “piattaforme unificanti e unitarie”, gruppi per “l’unità dei comunisti” basata sulla “fedeltà ai principi” anziché sulla concezione e sulla linea per superare i limiti che avevano causato il declino del movimento comunista) perché abbiamo iniziato a fare quello che tutti ripetevano che era necessario fare per ripartire (“il bilancio degli anni ’70”), ma nessuno si metteva a fare. Siamo partiti esaminando la fase economica e politica in cui ci trovavamo (la seconda crisi generale del capitalismo), l’origine e le causa della sconfitta che il movimento comunista aveva subito (il prevalere dei revisionisti moderni nei primi paesi socialisti e nei vecchi paesi comunisti), come risalire la china e ripartire (la rinascita del movimento comunista).
Per anni abbiamo fatto soprattutto lavoro interno, un lavoro di bilancio del movimento comunista, analisi della situazione, definizione della linea generale: a che punto è il mondo, dove sta andando, dove dobbiamo portarlo. Questo lavoro di elaborazione è stato fondamentale. Non potremmo adempiere il nostro compito di comunisti (organizzare la classe operaia perché mobiliti le masse popolari a costituire il Governo di Blocco Popolare per avanzare nella lotta per instaurare il socialismo e ad andare verso il comunismo) se non avessimo fatto questo lavoro. Si tratta di usare ora tutto quanto abbiamo costruito, la scienza che abbiamo elaborato, nel lavoro di massa e nell’allargamento delle nostre file.
Facendo un parallelo con il vecchio movimento comunista, in questo percorso abbiamo per tanti versi seguito a nostro modo
– non la strada del vecchio PCI: esso nacque scindendosi dal PSI, quindi ereditando i legami che il PSI aveva con le masse popolari ma anche le due tare che inficiavano questi legami; il problema del vecchio PCI, quindi, era compiere la “trasformazione di un partito europeo di tipo vecchio, parlamentare, riformista di fatto e appena sfumato di colore rivoluzionario, in un partito di tipo nuovo, realmente rivoluzionario e realmente comunista” come indicato da Lenin nelle Note di un pubblicista del 1922, una trasformazione che a ragione egli definì “estremamente ardua” (e infatti nei paesi imperialisti nessuno dei partiti comunisti nati per scissione dai partiti socialisti riuscì a compierla);
– ma la strada del movimento comunista russo. Anch’esso è partito dall’assimilazione del marxismo (negli anni ’80 del secolo XIX con Plekhanov e il suo gruppo Emancipazione del Lavoro) e poi si è posto il compito di fondere il marxismo con il movimento pratico della classe operaia e con il movimento democratico russo di cui la classe operaia doveva assumere la direzione.

Il nostro percorso spiega perché la nostra influenza e il nostro seguito attuali tra le masse sono decisamente più deboli di quelli dei gruppi che impersonano le due principali deviazioni (riformismo rivendicativo e riformismo elettorale). Ma è anche la base della nostra forza e la garanzia delle nostre prospettive.
Il passo successivo che la Carovana ha fatto è stato quello di tracciare una via per la conquista del potere: usare le lotte rivendicative e la partecipazione alla lotta politica promossa dalla borghesia ai fini dell’instaurazione del socialismo. Oggi, dopo l’inizio della fase acuta della crisi generale del capitalismo, la prima fase di questo percorso è la costituzione del Governo di Blocco Popolare, quindi la moltiplicazione di organizzazioni operaie e popolari, il loro coordinamento, il loro orientamento, la loro attività come nuove autorità pubbliche (cosa che rende il paese ingovernabile ai vertici della Repubblica Pontificia).

striscione 1 DEF

Agli operai avanzati con la falce e martello nel cuore chiediamo di unirsi a noi per fare questo lavoro. Farlo da soli è una cosa molto diversa dal farlo nel P.CARC, cioè insieme ad altri compagni e ad altri organismi collegati tra loro da un rapporto di partito, in cui ogni parte opera in base a una scienza e una linea comuni, in cui l’esperienza di ognuno è raccolta, elaborata e trasmessa a tutti, in cui ogni compagno si educa a questo procedimento. Il rapporto di partito potenzia ogni operaio avanzato, anche se nell’immediato sembra che renda più complicato quello che ha sempre fatto (allo stesso modo in cui imparare a scrivere al computer con dieci dita potenzia l’azione di chi scrive, ma nell’immediato complica la vita a chi scriveva con due dita).
Il bilancio della prima ondata della rivoluzione proletaria ci insegna che alcune cose sono giuste (impariamo da chi la rivoluzione l’ha condotta, da chi ha vinto), ma non abbiamo la presunzione di essere certi che la via che perseguiamo sia giusta in ogni dettaglio: per questo sottoponiamo ogni passo che facciamo alla verifica della pratica e correggiamo gli errori.
Noi sappiamo che la crisi attuale per sua natura ha solo due vie possibili d’uscita. E’ una crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale che ha come sbocco la mobilitazione reazionaria (la guerra imperialista) o quella rivoluzionaria (la rivoluzione socialista). Sappiamo che per condizioni oggettive promuovere la mobilitazione reazionaria per la classe dominante è molto più difficile di quanto lo fu durante la prima crisi generale (1900-1945). Sappiamo che l’unico vero impedimento alla marcia verso la costruzione del socialismo sono i limiti del movimento comunista, la sua debolezza ideologica (aspetto principale) e numerica (aspetto secondario derivato dal principale: se la linea è giusta il movimento comunista rinasce, superando i suoi limiti e i suoi errori).
Sappiamo che per volgere in positivo il marasma generale provocato dalla crisi e sfruttarlo per la rinascita del movimento comunista dobbiamo lavorare sulla coesione ideologica dei comunisti (giusta concezione, giusta analisi, giusto orientamento) e che per farlo occorre che i comunisti per primi si trasformino per diventare adeguati ai compiti che hanno di fronte.
Sappiamo che per le condizioni concrete in cui conduciamo la lotta di classe in Italia occorre sperimentare soluzioni, strumenti, metodi e criteri e selezionare quelli che si rivelano adeguati alla prova della pratica.
Quindi abbiamo imparato e ci esercitiamo a vedere le cose per come sono e anche “per come possono diventare” (favorire la trasformazione di una cosa), ci esercitiamo a intervenire per farle diventare (per quanto la loro natura lo consente) più funzionali alla costruzione della rivoluzione socialista.
Abbiamo da tempo avviato una lotta contro l’adesione identitaria al comunismo che sta alla base della sfiducia nel poter cambiare le cose (“sarebbe giusto, ma non si può, non è possibile”) e abbiamo iniziato a concepirci come quelli del “è giusto, cosa facciamo quindi per”. Ci assumiamo la responsabilità di fare quello che va fatto, quello che bisogna fare e chiamiamo, organizziamo, formiamo e mobilitiamo gli operai, i lavoratori e gli altri elementi avanzati delle masse popolari a farlo.
Le masse popolari imparano principalmente dalla pratica e imparano a costruire la rivoluzione socialista facendolo. Il contributo che il P.CARC dà a questo processo è mettersi alla testa, più coscientemente e programmaticamente, della costituzione del Governo di Blocco Popolare.

Estratti da Resistenza n. 6/2015