Trasmettiamo la testimonianza di un nostro compagno che, insieme ad altri, ha costruito e sviluppato un intervento nell’ambito del Movimento No Tap attraverso una spedizione in Puglia. Di seguito la sua lettera alla nostra redazione.
Buona lettura


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Cari compagni dell’Agenzia Stampa del P. CARC “Staffetta Rossa”,

nelle scorse settimane insieme ad altri compagni del Partito dei CARC ho partecipato a una spedizione in Salento alla scoperta del movimento NO TAP di Melendugno. Si è trattato di un’esperienza davvero istruttiva e ricca di insegnamenti. In questo breve diario di bordo, che vi propongo di pubblicare, riporto alcuni di questi insegnamenti, dei tanti confronti avuti sul territorio e della conoscenza di un movimento tanto importante negli equilibri della lotta di classe del nostro paese, espressione organizzata della resistenza spontanea che le masse popolari sviluppano contro il procedere della crisi generale della borghesia, crisi che sempre più si riversa sui territori del nostro paese inquinando e distruggendo vite e interi ecosistemi.

Prima di partire per tale spedizione insieme agli altri compagni ho studiato il Comunicato CC 20/2018 – 29 ottobre 2018 del (n)PCI che anche voi avete rilanciato nelle scorse settimane. Tra gli aspetti più interessanti di quel comunicato c’è sicuramente l’analisi di cosa sia TAP, quali i gruppi imperialisti che ne propongono la costruzione, come il governo M5S-Lega si pone rispetto a quest’opera e quale sia il ruolo della mobilitazione popolare in questa battaglia.

Com’è composto il Movimento NO TAP? – Il movimento NO TAP nasce dall’opposizione popolare degli abitanti di Melendugno alla realizzazione di un gasdotto che dovrebbe approdare proprio sulle coste della Puglia. In principio si trattava di un comitato di cittadini, mobilitati sul fronte delle lotte ambientali, che una volta appresa la notizia della costruzione dell’opera ha cominciato a studiarne le caratteristiche e a fare informazione presso gli abitanti di Melendugno. Quando è stata definita dal governo la realizzazione dell’opera, che con lo Sblocca Italia, veniva sottratta alla responsabilità della politica locale e regionale, il comitato ha elevato la sua influenza in tutti i comuni limitrofi con campagne di informazione e coinvolgimento di elementi delle masse popolari di tutte le età (anche mediante la realizzazione di volantini in dialetto salentino).

La forza dei suoi promotori è stata quella di legare le lotte particolari e i comitati tematici che si mobilitavano nel Salento alla realizzazione di questa grande opera che in tanti casi era anche la causa delle altre battaglie. Un esempio è stato quello di legare gli espianti degli ulivi alla realizzazione di TAP, unendo al Comitato NO TAP il Movimento degli Ulivi, una serie di cittadini che si mobilitavano contro l’espianto degli ulivi e la xylella (batterio che uccide gli ulivi e che secondo molti è stato diffuso nel Salento per facilitare e giustificare gli espianti). Discorso simile è stato fatto con gli attivisti che si battevano contro il Gassificatore di Brindisi.

La capacità di aggregare e di inglobare varie realtà di lotta del territorio ha rappresentato un motivo di forza e spinta all’allargamento per il comitato NO TAP, sancendone la trasformazione da comitato in movimento. Ciò mostra bene come anche un piccolo gruppo, quello che componeva il comitato, se ben motivato e convinto di vincere, se decide di allargare il proprio orizzonte, di seminare fiducia e combattività, di guardare a tutte le altre battaglie che sviluppano nel territorio e unire ciò che la borghesia cerca di tenere diviso, può in breve tempo arrivare a trasformarsi in una vera e propria Nuova Autorità Pubblica. Basti pensare che da molte istituzioni, giornali e soprattutto dalle masse popolari salentine, gli studi fatti dal movimento NO TAP rispetto alla grande opera e alle sue conseguenze, sono da anni ritenute più attendibili di quelle ufficiali.

La tensione positiva del Movimento NO TAP è stata inoltre quella di non fermarsi davanti alle difficoltà che lo studio di una grande opera, come quella contro cui si mobilitano, potesse essere motivo di arresto per la battaglia. Un lavoro molto importante è stato quello di coinvolgere dei tecnici (docenti universitari, geologi, avvocati, ingegneri, impiegati del comune ecc.) mettendoli al servizio della causa fino a renderli parte integrante del movimento stesso. Tutti gli studi fatti, le informazioni raccolte e i documenti prodotti sono diventati delle vere e proprie armi usate dal movimento ai fini di diffondere la resistenza e l’attacco alla realizzazione della grande opera tra le masse popolari. È questa una parte del Controllo Popolare realizzata del movimento.

Dall’avvio dei lavori, inoltre, il Controllo Popolare ha compiuto un ulteriore salto di qualità, sviluppandosi con continuità in almeno altre tre forme: organizzazione di passeggiate collettive a cadenza regolare in corrispondenza dei cantieri (a una di queste abbiamo partecipato durante la spedizione), sviluppo di un controllo popolare individuale dei vari membri eseguito con sopralluoghi al Cantiere (tutto quanto scoperto viene con puntualità centralizzato al resto del movimento) e azioni di lotta finalizzate al sabotaggio/rallentamento dei lavori (denuncia dell’uso di mezzi non a norma o non assicurati nei lavori, organizzazione di presidi davanti ai cantieri e monitoraggio permanente su tutte le irregolarità compiute dalle aziende coinvolte nei subappalti dell’opera).

Strumento utile nello sviluppo di queste azioni è senza dubbio la Commissione Comunale su TAP. Una commissione istituita per delibera dal Comune di Melendugno di cui fanno parte attivisti e tecnici a cui viene messa a disposizione tutta la macchina comunale (in particolare gli impiegati comunali). I membri di tale commissione hanno la possibilità, ad esempio, di entrare nei cantieri a vigilare sui lavori che vengono portati avanti, proporre ordini del giorno in consiglio comunale ecc.

Dall’incontro con gli attivisti del Movimento NO TAP, in particolare nell’intervista fatta a Serena Fiorentino, abbiamo visto come l’organizzazione interna sia molto articolata. Esistono vari gruppi di lavoro: gruppo comunicazione, che si occupa della gestione del sito e delle pagine social e dei rapporti con i giornalisti; gruppo merchandising, che si occupa di produrre gadget e materiali commerciali per raccogliere fondi per la cassa di resistenza e, più in generale, per il funzionamento del movimento; Associazione “Tumulti”, che rappresenta la parte “istituzionale” del movimento oltre che uno strumento per gestire la repressione (simile ad un comitato dei denunciati ma che non coinvolge solo i denunciati) e si occupa anche della gestione della sede fornita direttamente dall’amministrazione, oltre che della gestione della cassa di resistenza per cui l’associazione è nata; il gruppo Mamme NO TAP, che si occupa di costruire eventi culturali e iniziative di aggregazione, nato, come ci ha raccontato l’attivista Federica De Giorgi dalla mobilitazione di alcune mamme della scuola di sua figlia in occasione di un presidio NO TAP, cui parteciparono con bambini al seguito; il gruppo Stanati Resistenti, che si occupa di ospitalità e di cucinare alle iniziative pubbliche del movimento.

Decisivo ai fini dell’elevazione dell’influenza del movimento in tutto il Salento e in pezzi d’Italia è stato il rapporto sviluppato negli anni con il movimento NO TAV della Val Susa. Questi compagni, che contro la TAV hanno accumulato un’esperienza trentennale, hanno fornito ai compagni salentini veri e propri elementi di formazione che hanno acquisito nel corso dei tanti anni di lotta: dalla costituzione del movimento NO TAV, alle azioni di sabotaggio dei cantieri, al controllo popolare, fino allo studio e coinvolgimento di tecnici al servizio della causa o l’intervento sugli amministratori locali. Il germe della resistenza imparata in valle è così approdato sulle coste del Salento.

Grazie a questi insegnamenti e all’esperienza diretta accumulata, il movimento NO TAP è riuscito a diventare quello che è oggi, un organismo popolare riconosciuto a livello nazionale, che ha un’ordinarietà di riunioni (molto partecipate), che sviluppa con continuità il controllo popolare sui lavori, che ha la sua centrale operativa e il suo cervello a Melendugno ma anche una serie di comitati territoriali diffusi in tutto il Salento (in particolare a Martano e a Brindisi) ma anche in altre parti di Italia, che raccoglie in pancia una serie di altri collettivi giovanili (come ci ha raccontato Andrea Pizzuto in questa intervista), universitari e studenteschi o di movimenti ambientalisti e che ha intessuto una serie di rapporti e scambi con realtà di lotta di tutto il paese (dai NO TAV ai Cittadini Liberi e Pensanti di Taranto, dai NO TAV ai NO MUOS ecc.).

Molto interessante è stato il racconto che ci hanno fatto sui metodi che utilizzano per fare fronte alla repressione. Essa contro questi compagni si è abbattuta innanzitutto sottoforma di multe, da qui il nome dell’associazione “Tu-multi”. Alla repressione questi compagni si sono opposti in tre modi: a) sviluppando una strategia contro il pagamento delle multe definita insieme ai propri avvocati, impugnando le multe una a una, generando un problema di gestione al Tribunale stesso, riuscendo a far cadere la maggior parte delle sanzioni, tenendo firma la tutela dei restanti denunciati sia dal punto di vista economico che di difesa legale; b) costituendo l’associazione Tumulti e la cassa di resistenza, cui non partecipano solo i denunciati ma tutti coloro i quali hanno a cuore la battaglia contro TAP facendo valere il principio che a essere denunciati non sono stati i singoli ma l’intero movimento; c) variando le forme di lotta utilizzando le stesse leggi con cui gli attivisti sono stati denunciati in funzione della lotta (fare determinate azioni a rotazione e in numero inferiore a quello che la legge definisce “manifestazione non autorizzata”, fare presidi e azioni di lotta su strade demaniali anziché su quelle soggette a TAP o a istituzioni diverse dal Comune di Melendugno, evitare scontri e corpo a corpo con le forze dell’ordine se non pianificati e decisi collettivamente, ecc.), anche facendo valutazioni collettive di rischio/beneficio di ogni singola azione.

La repressione ha generato tre tipi di reazioni all’interno del movimento: una parte ha trovato maggiore rabbia e motivazione per andare avanti; una parte, quella maggioritaria, ha deciso di mutare le forme di lotta; una terza parte, minoritaria, ha ridotto il suo impegno e la sua partecipazione a determinati appuntamenti di lotta del movimento. La cosa è confermata dalla riunione del movimento cui abbiamo partecipato i cui aspetti principali che abbiamo riscontrato sono: la grande partecipazione popolare, i tanti interventi in cui si valutavano rischi e benefici di eventuali azioni da condurre e la composizione trasversale (età, sesso e professione) del movimento.

Qual è il ruolo dei sindaci in questa battaglia? – Nella spedizione abbiamo deciso di incontrare anche due sindaci attivi in questa battaglia, il sindaco di Melendugno, Marco Potì e il sindaco di Martano, Fabio Tarantino.

Potì ci ha raccontato di come sia possibile per il primo cittadino di un Comune sostenere la mobilitazione popolare anche sfidando grandi multinazionali e gruppi di potere egemoni nel nostro paese e in tutto il mondo. Ci ha descritto la tendenza, che esiste tra i sindaci di tutto il paese, a coordinarsi e mettersi insieme per battaglie specifiche e urgenti come quelle riguardanti il dissesto idrogeologico o l’ambiente. Questo è quanto successo anche in Salento rispetto a TAP, dove su spinta del movimento NO TAP si è riusciti a far firmare un patto tra oltre novanta sindaci pugliesi contro la grande opera e in favore della democrazia ambientale (coinvolgimento diretto dei cittadini e dei territori nella definizione dei lavori che servono alla maggioranza della popolazione, anziché opere inutili che arricchiscono sempre i soliti noti). L’esperienza del patto per il Salento testimonia bene quanto forte sia questa tendenza al coordinamento.

Potì (qui il video della sua intervista) ci ha raccontato inoltre che quel fronte dei sindaci si è un po’ diviso negli ultimi tempi, dato che alcuni dei sindaci si sono detti rassegnati rispetto alla possibilità di non fare l’opera e detti interessati almeno a trattare il più alto numero possibile di compensazioni da dare al territorio. Nonostante questi cambi di posizione l’opposizione alla grande opera è comunque rimasta prevalente tra i sindaci della provincia di Lecce, in particolare da parte di otto comuni (Melendugno, Calimera, Castri di Lecce, Corigliano d’Otranto, Lizzanello, Martano, Vernole e Zollino), quelli più colpiti dalla grande opera, che si sono uniti nella presentazione di un esposto alla Procura di Lecce per la mancata applicazione della direttiva SEVESO su TAP. I sindaci hanno fatto questo esposto con avvocati e tecnici del Movimento NO TAP, per il quale conducono riunioni ordinarie e confronti sul come darvi seguito.

L’esperienza di Melendugno è molto importante perché dimostra come la forza trainante dell’opposizione popolare sia riuscita a trascinare a sé anche l’amministrazione comunale portandola a sostenere quell’esperienza non solo con dichiarazioni di solidarietà ma anche con atti concreti, delibere, costituzione della commissione popolare contro TAP (costituita da attivisti, tecnici e impiegati comunali), l’affidamento di una sede, l’info point, al movimento NO TAP e tutta una serie di interventi rispetto a strade e terrenti del demanio utili alla realizzazione dell’opera ma che rispondono ancora alla direzione del comune. La spinta propulsiva di questo processo è stata l’azione costante da parte del movimento nel prendere parola e pretendere durante le elezioni che i candidati a sindaco della provincia di Lecce mettessero al centro dei propri programmi l’opposizione alla realizzazione dell’opera. Questo processo conferma il fatto che per la situazione d‘emergenza in cui si trovano i territori martoriati dalla crisi, le amministrazioni locali non possono che agire da Amministrazioni Locali d’Emergenza, tali amministrazioni non solo devono porsi l’obiettivo di rompere con il governo centrale ma impegnarsi a dare forza e forma di legge alle istanze promosse dalle masse popolari. Il ruolo di Nuova Autorità Pubblica del Movimento NO TAP è strettamente legata all’azione che il Comune di Melendugno ha sviluppato contro la grande opera. Il cuore della trasformazione dello stato di cose presenti sono le masse popolare e la resistenza spontanea che esse sviluppano contro gli effetti della crisi generale del capitalismo. Quando le masse popolari acquisiscono, seppur spontaneamente questo obiettivo, si trasformano in una forza capace di scrivere la storia.

A Marco Potì abbiamo chiesto di fare un appello a tutti i sindaci d’Italia sulla base dell’esperienza di Melendugno e dell’opposizione alla grande opera. Il sindaco non solo ci ha tenuto a sottolineare che difronte a leggi o decisioni ingiuste prima dell’ubbidienza ai governi centrali bisogna far valere i diritti a una vita dignitosa dei propri cittadini, ci ha tenuto inoltre a chiamare i sindaci di tutto il paese a unirsi, indicando la battaglia contro il dissesto idrogeologico e le politiche antipopolari che mettono a centro la speculazione e il malaffare come ambiti in cui sviluppare un coordinamento nazionale dei sindaci, un’unione che deve porsi l’obiettivo di salvare il nostro paese.

Fabio Tarantino, sindaco di Martano, ha confermato quanto ci ha riferito Potì rispetto a TAP e ci ha descritto anche tutta una serie di misure e interventi che la sua amministrazione ha sviluppato anche al di fuori dell’opposizione a TAP: la cittadinanza onoraria a Ocalan, il consiglio comunale straordinario in solidarietà a Mimmo Lucano, l’istituzione dell’assessorato all’accoglienza e lo sviluppo di un sistema d’accoglienza che si ispira anche all’esperienza di Riace, l’intervento per dare un lavoro utile e dignitoso agli abitanti del suo comune. Anche nel caso di Martano, il sindaco ha confermato l’importanza di dare protagonismo alle istanze popolari, nella forma di associazioni e comitati tematici, sono loro la forza che permette di tendere il polso della propria città e del tipo di amministrazione comunale che si vuole costruire. Il sindaco di Martano ci ha tenuto a inviare un messaggio in particolare al sindaco di Napoli, perché si ponga alla testa dei sindaci che vogliono cambiare il paese. De Magistris rappresenta un esempio a cui molti si ispirano secondo Tarantino e i tempi sono maturi perché il sindaco di Napoli vada in Salento per incontrare gli amministratori locali di quella terra e discutere del futuro del paese. Ai sindaci del paese Tarantino ha detto di coordinarsi e di governare i propri territori con forza e fiducia, sapendo sempre da che parte stare (qui la video intervista a Tarantino).

Il Movimento NO TAP e il Governo M5S-Lega – Al sindaco, agli attivisti e ai cittadini di Melendugno che abbiamo incontrato abbiamo chiesto quale sia la loro idea rispetto al governo del cambiamento e al Movimento 5 Stelle, che a Melendugno, grazie alla vertenza TAP, ha fatto il pienone dei voti. Tutti ci hanno confermato che c’è una forte sfiducia in questo governo, confermata oltre che dalla lettera inviata da Conte al Movimento NO TAP in cui sostanzialmente diceva “l’opera non ci piace ma si deve realizzare”, ma anche dal fatto che proprio Conte, insieme a Calenda (in veste di rappresentante di Confindustria) proprio a fine novembre abbia firmato il concordato per la realizzazione di un’altra opera simile a TAP, Poseidon, un gasdotto che da Israele approderà a Otranto. Questo segnale è stato recepito come volontà politica di realizzare questo tipo di opere, altro che doverle confermare “costretti” da penali vere o presunte. La rabbia è stata il sentimento prevalente e in un’azione pubblica tanti cittadini di Melendugno hanno bruciato in piazza le tessere elettorali. Qualcuno ha anche dato fuoco alla bandiera del Movimento 5 Stelle. Il M5S a Melendugno, tanta è stata la delusione, si è ridotto a quattro/cinque attivisti.

Questo governo viene visto come traditore (che è diverso da nemico) degli interessi delle masse popolari che si sentono di doverlo criticare come hanno fatto con i governi precedenti, Gianluca Maggiore, del Movimento NO TAP, ci ha detto che anzi questo governo per il voto che ha incanalato e per le promesse fatte va criticato e contestato più dei precedenti. Il Movimento NO TAP ci ha tenuto a sottolineare che già in campagna elettorale nessuno è salito sui palchi del Movimento 5 Stelle e di nessuna forza politica per evitare la strumentalizzazione di quelle battaglie e che non è stata data alcuna indicazione di voto.

Questo approccio, teso a stanare subito, già in campagna elettorale, i vari opportunismi è stato elemento di differenziazione del Movimento NO TAP rispetto ai NO TAV che oggi fanno i conti con le divisioni che l’elettoralismo ha seminato in quel movimento. Ciò è causato dai rapporti spesso conflittuale che già in passato intercorrevano tra la testa del M5S salentino (che vede la sua testa di punta in Barbara Lezzi) e il Movimento NO TAP. La tendenza da parte del M5S è stata sempre quella di “mettere il cappello” su questa battaglia, salvo poi non essere presenti agli appuntamenti di lotta, alle riunioni e ai momenti decisivi della battaglia. In occasione delle elezioni regionali, non avendo incassando l’appoggio diretto dei NO TAP, Barbara Lezzi ha messo in piedi un coordinamento interprovinciale NO TAP, senza interpellare il Movimento NO TAP. Il coordinamento di fatto non si è mai riunito ed è decaduto dopo le elezioni.

Oggi, ci hanno detto, la battaglia contro il gasdotto va avanti e si concentra su due ambiti, quello legale e quello giuridico. Il movimento NO TAP si riserva, in ogni caso, di incalzare e contestare ogni passo che questo governo farà nella direzione della realizzazione dell’opera. Tutto è ancora aperto e il movimento non si disunirà, tutti ci hanno confermato.

Cos’è TAP? – Una domanda che ci siamo posti durante la spedizione è stata: cos’è TAP? Di questo abbiamo parlato con Gianluca Maggiore e l’ingegner Manuelli, esponenti del movimento NO TAP e molto esperti su tutto quanto riguarda l’opera. I due attivisti ci hanno, innanzitutto, spiegato che TAP non è altro che la parte finale di un mega gasdotto di quattromila chilometri che parte da un giacimento in Azerbaijan e approda in Italia per trasportare il gas in Europa e che completerà il cosiddetto Corridoio sud del gas. 

Questo enorme gasdotto è diviso in tre parti: SCP, TANAP e TAP. Il primo tratto è quello che parte dell’Azerbaijan e arriva in Georgia, il secondo dalla Georgia arriva in Turchia, mentre l’ultimo pezzo (TAP) attraversa Grecia, Albania e Italia. Il punto d’approdo in Italia è una delle più belle spiagge del Salento, San Foca. Da lì il gasdotto prosegue il percorso fino a Brindisi, dove si allaccia alla rete SNAM (Società Nazionale Metanodotti). Da qui il trasporto del gas continuerà, attraversando le zone ad alta sismicità del centro Italia, per giungere poi in Europa.

La vicenda TAP mostra bene come l’approvigionamento energetico sia un ambito di valorizzazione del capitale, strategico per tutti i gruppi imperialisti e le economie di tutti quei paesi consumatori o produttori di gas. Basti pensare che il Consorzio che si è fatto promotore dell’opera è capeggiato dalla British Petroleum (BP), una delle celebri sette sorelle che hanno dominato nel mercato del petrolio fino ai primi anni ’70. Fanno parte del progetto anche SOCAR (la società nazionale che si occupa del gas in Azerbaijan), SNAM (la società italiana nazionale metanodotti nonché principale utility regolata del gas in Europa, per il 30% di proprietà della Cassa Depositi e Prestiti), FLUXYS (la società belga di trasporto gas, storicamente legata agli imperialisti francesi), ENAGÁS (società nazionale del gas spagnolo con tanti interessi anche in America latina) e AXPO (azienda energetica svizzera che produce e vende energia in più di trenta paesi in Europa e negli Stati Uniti d’America)[1].

Tra i finanziatori dell’opera c’è anche l’Unione Europea attraverso sue due banche, la BEI (Banca Europea Investimenti) e la BERS[2] (Banche Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo) che presteranno complessivamente 3,5 miliardi di euro al gruppo azero.

Una cosa poco nota che i compagni ci hanno raccontato è che i pozzi dell’Azerbaijan sono praticamente vuoti, per cui dovranno essere costretti a comprare il gas dalla Russia e in parte dall’Iran. In questa operazione gli azeri ci guadagnerebbero sia le tasse di passaggio del gas nel corridoio sud che la vendita del gas che accumuleranno nei propri pozzi, utilizzati come siti di stoccaggio, che rivenderanno quando il prezzo del gas aumenterà. A quanto pare la battaglia tra questi gruppi non si svolge sul fatto che TAP si faccia o meno, tutti hanno interesse perché si faccia. Il punto è quando si farà. Gli azeri, i russi, i fondi e le aziende che ci mettono direttamente i soldi hanno interesse perché si faccia, come da piano, entro maggio 2020, in modo da avere per 25 anni l’esclusiva su tutto il mega gasdotto, tutti gli altri gruppi, invece, puntano a che l’opera si faccia ma in ritardo in modo che il tubo non si inserito in un mercato regolato ma aperto, per cui alla disponibilità di chiunque voglia far passare da lì il proprio gas (salvo il pagamento di pedaggi e imposte varie).

 

Perché proprio in Italia? – Altra domanda che abbiamo posto è stata quindi relativa ai motivi per cui questo gasdotto debba approdare proprio in Italia (percorso più lungo, opera più costosa e maggiore opposizione popolare da fronteggiare per questo tipo di opere rispetto ad esempio alla Grecia). I compagni ci hanno mostrato che TAP ha scelto l’Italia per un motivo molto particolare. Teoricamente arrivare in Grecia (che è Europa) non avrebbe comportato grandi differenze, anzi avrebbe ridotto i costi dell’opera, in Italia, però, c’è una base legislativa, molto più conveniente.

Grazie allo sblocca Italia di Renzi, i promotori di questo tipo di opere hanno la possibilità di ricevere un rimborso dallo Stato italiano del 72% per gli eventuali mancati guadagni. Quindi il ragionamento di TAP è stato: “chi me lo fa fare di approdare in Grecia, in un paese sotto stretto regime di austerity, quando posso arrivare in un paese in cui mi pagano anche se non emetto un metro cubo di gas?”. Un esempio simile è rappresentato dal rigassificatore di Livorno, il quale essendo nel mercato libero non godeva di nessun tipo di incentivo e non riusciva a rigassificare neanche un metro cubo di gas (nonostante fosse dichiarata opera strategica). I promotori di quest’opera hanno quindi inviato una lettera alla presidenza del Consiglio dicendo che non gli interessava più essere nel mercato libero ma entrare in quello regolato anche rinunciando alla TPA, all’esenzione accesso terzi, all’esenzione proprietaria (cui anche TAP potrebbe rinunciare quando vuole) ecc. Questa mossa gli ha permesso di ricevere milioni di euro di “rimborso per mancati guadagni” senza rigassificare neanche un metro cubo di gas (alla faccia dell’opera strategica!).

Questa differenza per il nostro paese sta tutta in quella che definiamo l’anomalia italiana. Tale anomalia è frutto della storia del nostro paese, dove la rivoluzione borghese (e l’unità nazionale), a causa della più grande forza feudale del mondo, il Vaticano, sono state perseguite molto in ritardo rispetto agli altri paesi imperialisti. L’unità è avvenuta quando il movimento comunista era già sorto, così come le condizioni per un sistema superiore al capitalismo, il comunismo. Per questo la borghesia del nostro paese non poté contare sulla mobilitazione delle masse popolari per scalzare le vecchie forze feudali, dovette anzi coalizzarsi con esse per unire il paese in chiave anticontadina e antipopolare. La principale di queste forze feudali era rappresentata dal Vaticano (insieme alle organizzazioni criminali). Dopo la seconda guerra mondiale, inoltre, i poteri principali del nostro paese, che non è mai stato veramente sovrano, sono USA, Vaticano e la Mafia. Questo assetto compone la Repubblica Pontificia e il conseguente carrozzone di clientele, leggi, norme e ruberie tipiche del sistema politico del nostro paese[3].

Un’esperienza da diffondere ed emulare – Insieme ai compagni che hanno partecipato alla spedizione in Puglia c’è stata totale condivisione del fatto che questa esperienza rappresenta un esempio importante di cosa sia e come agisce una Nuova Autorità Pubblica e di come le masse popolari siano il cuore pulsante della costruzione di un nuovo sistema sociale, economico e politico. Abbiamo visto come anche le istituzioni locali rappresentino un fronte importante che sempre più favorisce l’azione di chi si mobilita contro gli effetti più gravi della crisi. Abbiamo messo il naso in una esperienza di lotta che in sé racchiude degli insegnamenti che vanno diffusi e coltivato in tutto il paese.

Dalla diffusione e il coordinamento di queste esperienze dipende il futuro del nostro paese, perché sono queste le autorità che via via prenderanno in mano la direzione dei territori, a fronte delle autorità ufficiali che i territori li sfruttano, distruggono e lasciano andare alla malora. Sono queste nuove autorità che potranno dare un governo dignitoso, che va negli interessi delle masse popolari del nostro paese e si contrapponga alle scorribande dei gruppi imperialisti del nostro paese. Un governo che sarà composto da quei tanti uomini della politica, del mondo sindacale e culturale che godono della fiducia delle masse popolari e ne attuano le misure più urgenti per fare fronte alla crisi. Un governo che non passa dalle elezioni ma si impone con la forza, la mobilitazione e l’organizzazione popolare.

Un Governo di Blocco Popolare, in cui le masse popolari faranno esperienza di direzione concreta del paese, una scuola in cui imparare a fare a meno dei padroni e della loro democrazia (dittatura della borghesia) e aprirà la strada alla rivoluzione socialista, l’unico sistema in cui la società verrà gestita nel protagonismo delle masse popolari, nella pianificazione pubblicamente definita della produzione e in cui il potere sarà in mano alla classe operaia e alle masse popolari.

[1] Da segnalare che Snam, Enagás e Fluxys si sono unite in un consorzio, di cui è capofila Snam, con cui hanno acquistato le azioni della principale azienda greca erogatrice del gas nel proprio paese.

[2] Si tratta di una banca specifica per l’investimento di opere negli ex paesi socialisti dell’est Europa e dell’Asia. La sua politica è quella di accompagnare con investimenti questi paesi nel “libero mercato”, cosa che vuol dire aprirsi nuovi varchi di valorizzazione del capitale stante la crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale in cui il modo è immerso.

[3] Per approfondire, consigliamo la seguente lettura: http://www.nuovopci.it/scritti/mpnpci/02_01_bilanlottaclasse.html

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