Rilanciamo a seguire una lettera inviataci da uno studente fiorentino circa l’esperienza di lotta che sta conducendo all’interno della sua scuola. Il pregio di questa lettera è soprattutto quello di mostrare quali sono i passi concreti che si possono compiere in una scuola per alimentare l’autorganizzazione degli studenti e di inquadrare quei passi nella situazione politica attuale e nella prospettiva che tali processi devono porsi: la costruzione della rivoluzione socialista. Buona lettura.

***

Cari compagni della Staffetta Rossa,

Vi scrivo per riportarvi l’esperienza portata avanti dal collettivo che abbiamo costruito nella mia scuola. Il primo aspetto che mi interessa segnalare è come lo sviluppo dell’attività che voglio descrivervi abbia concretamente dimostrato come la crisi spinga la borghesia a riprendersi pezzo per pezzo ciò che era stato conquistato con la lotta di classe. In questa fase storica la classe dominante si getta freneticamente nella guerra per riprendersi lo spazio di investimento che l’istruzione pubblica gli toglie, trasformando la scuola in un laboratorio di sperimentazione del suo regime di intossicazione delle menti e dei cuori dei giovani.

La massima espressione oltre a programmi scolastici fatti su misura per impegnarti senza istruirti, revisionando la storia e privando soprattutto gli studenti di tecnici e professionali, futuri operai, della cultura e della coscienza, sono una lista di progetti a cui volontariamente si partecipa per “arricchire il proprio curriculum”. Di fatto la maggior parte sono assolutamente inutili ma ti impegnano il tempo libero, ti immergono nelle logiche del profitto come “imprese simulate” e fanno curriculum alla scuola e al dirigente. Per questo vengono costretti professori e personale ad inventarsi progetti che permettano alla scuola di partecipare a bandi fatti da imprese private, in modo da poter rimpinguare le casse scolastiche.

Partendo dalle piccole lotte rivendicative dentro la scuola ci si scontra con il tentativo costante di non permettere che gli studenti si organizzino e collaborino autonomamente. Semplici assemblee d’istituto diventano un pericolo per la stabilità del sistema interno alla scuola, quando gli studenti sperimentano l’autorganizzazione. La cosa che più di tutto la dirigenza scolastica cerca di ostacolare sono i momenti di confronto in cui ragioniamo collettivamente del sistema in cui cresciamo e viviamo.

In questi casi ci scontriamo con una vera e propria organizzazione di controllo e repressone degli studenti. Ad esempio i dirigenti sfruttano la propria autorità e il timore che questa genera negli studenti, convocando nei loro uffici un solo studente alla volta. Quando, invece, il nostro collettivo si è distinto nella scuola, i professori hanno sfruttato la cattedra e il proprio ruolo sociale per minimizzare e criticare la nostra organizzazione. Non è un caso che i dirigenti abbiano obbligato i professori a partecipare all’assemblea, per motivi di controllo e sicurezza. In quell’incontro quando per un attimo si è creato scompiglio, questi sono rimasti ad osservare e hanno strumentalizzato l’episodio per attaccare l’organizzazione studentesca e inondare gli studenti di rimproveri di inciviltà, urlandoci che “dobbiamo pensare a i nostri doveri di studenti invece che a i nostri diritti”.

Questo muro in cui ci siamo imbattuti ha iniziato a perdere pezzi quando abbiamo individuato professori, genitori e personale della scuola che invece ci appoggia, anche se per piccole questioni e non apertamente, data la forte pressione che ricevono dalla dirigenza (che evidenzia quanto precario sia diventato anche un posto di lavoro statale).

Il nostro lavoro è iniziato dall’interno della scuola basandoci sulle forze che avevamo, abbiamo iniziato rivendicando gli spazi e l’agibilità che regolamenti e norme già esistenti sanciscono per gli studenti. Per ottenere la prima assemblea ci siamo informati su quali fossero i regolamenti nazionali (perché non ne esistevano d’istituto) che stabilivano come ottenere un’assemblea e cosa potevamo sfruttare per ottenerla. Nel tentativo di organizzarla all’interno della scuola come altri studenti facevano una decina di anni fa, abbiamo chiesto informazioni al personale della scuola e iniziato a tessere una serie di relazioni, in questo modo abbiamo individuato la RSU del servizio ATA che ha iniziato a fornirci informazioni su come vengono gestiti i fondi della scuola.

Grazie a ciò abbiamo constatato il livello di sottomissione all’interesse dei privati del mercato delle scuole. L’esempio lampante è la graduatoria dei “migliori” istituti italiani sul sito della TRELLE di proprietà della famiglia Agnelli e con il sostegno di Confindustria. Per essere competitiva una scuola deve investire in progetti e gare che hanno in palio investimenti da parte della borghesia imperialista nazionale e comunitaria, acquistare oggetti evidentemente inutili, affidarsi ad aziende private per gestire i registri informatici.

Nella prima assemblea studentesca che abbiamo conquistato, sfruttando regolamenti e raccolta firme oltre che a presentarsi numerosi agli incontri con il dirigente, abbiamo dato spazio d’intervento a tutti gli studenti che in presenza dei professori e del dirigente all’inizio rimanevano sul vago. Dopo il rifiuto da parte dei professori di uscire dalla sala, si è sollevata un’ondata di dissenso che è sfociato in un vero e proprio processo nome per nome: dei professori che alimentavano il contrasto tra il professionale e il tecnico; di quelli che abusavano di strumenti punitivi burocratici (voti, rapporti, convocazione dei genitori), delle malefatte del dirigente (esemplare la minaccia ad uno studente del professionale, di fronte al suo tentativo di far valere i propri diritti, di rivolgersi alle autorità per fargli fare il Trattamento Sanitario Obbligatorio).

Per la prima volta dopo anni gli studenti del ITAGR-IPSA hanno rotto con la passività e si sono riappropriati di uno spazio che era stato istituzionalizzato, facendone base della ricostruzione dei rapporti tra gli studenti delle due scuole. In questa occasione abbiamo potuto denunciare le informazioni che avevamo ottenuto con l’inchiesta e informare del lavoro che stavamo portando avanti.

Per richiedere l’aula autogestita che era dichiarata inagibile ci siamo informati su come devono essere gestite le strutture all’interno della scuola, iniziando a individuare il personale che se ne occupa, in parte professori in parte personale ATA In questa occasione abbiamo valorizzato un genitore che fa il vigile del fuoco che ci ha informato su quali sono le procedure in caso di rischio di crollo di una struttura in un’area pubblica, attirando anche l’attenzione di altri genitori sul lavoro che stavamo facendo. Da qui abbiamo aperto anche un’inchiesta su quali spazi ci sono dentro la scuola che non sono in sicurezza. Tutte queste informazioni che abbiamo acquisito ci hanno permesso di contestare, basandoci su fatti concreti, le risposte sempre vaghe del dirigente rispetto ai diritti degli studenti e dei lavoratori e la sicurezza dell’ambiente scolastico.

Con il nostro rafforzamento e radicamento nella scuola, il dirigente e la cerchia di vice hanno cambiato faccia e iniziato a cercare di mostrarsi collaborativi, vicini agli studenti e ai loro interessi.

In realtà stavano scrivendo un regolamento d’istituto fatto su misura per loro, che limitasse il più possibile l’organizzazione studentesca nella scuola. Sfruttando il consiglio d’istituto dove questo regolamento doveva essere approvato, i due rappresentanti si sono studiati leggi e sentenze nazionali. Di fronte alla loro preparazione anche i professori si sono esposti (qui abbiamo individuato l’RSU dei professori che ci ha appoggiato in consiglio) ne siamo usciti con un regolamento d’istituto che faciliti e contribuisca al lavoro che portiamo avanti, più di quello nazionale. Tutto questo senza uscire da ciò che esiste ma che va fatto applicare, facendo inchiesta sulla gestione della scuola, tessendo relazioni con tutto il personale (bidelli, operai dell’azienda, personale della segreteria, responsabili amministrativi e professori).

Nel frattempo dal consiglio studentesco del liceo Machiavelli-Capponi è stato indetto uno sciopero studentesco, che ha portato in piazza circa mille studenti anche di altri istituti. Il corteo non autorizzato è terminato sotto palazzo vecchio, dove dopo un’ora di presidio una delegazione di 7 studenti di 5 scuole è stata ricevuta dal sindaco e dall’ingegnere responsabile delle infrastrutture della città metropolitana. Abbiamo evidenziato tutti i problemi dell’edilizia scolastica, e della gestione dei fondi.

Dopo aver divagato in chiacchere, messi alle strette, hanno iniziato a scaricare la responsabilità sui dirigenti scolastici. Difronte a queste risposte, divergenti rispetto a quelle che nelle varie scuole erano state ottenute dai dirigenti, abbiamo ottenuto un incontro tra i presidi, gli studenti e la città metropolitana. Tutto quello che hanno promesso sono stati costretti a metterlo a verbale firmato dai presenti e fotocopiato per ciascun rappresentante delle scuole.

Con questa piccola ma importante conquista, abbiamo alimentato la fiducia degli studenti nell’autorganizzazione, costretto le istituzioni a riconoscere come autorità i collettivi studenteschi e alimentato la lotta dentro le scuole. Ci siamo presentati al consiglio d’istituto lo stesso pomeriggio e di fronte al resoconto della mattinata e alla presentazione del verbale, si è rotta la passività dei rappresentati dei genitori e dei professori, messo alle strette il dirigente e fatto riconoscere come autorità non solo i rappresentanti d’istituto ma il collettivo di cui fanno parte. Prima della fine dei primi quattro mesi di attività abbiamo riportato tutto questo lavoro in assemblea studentesca, alimentando l’entusiasmo di molti studenti, facendo anche inchiesta su quanti risponderebbero ad una mobilitazione studentesca interna o esterna, facendoci forza dei risultati ottenuti in questi tre mesi.

Da queste esperienze impariamo che la riuscita del nostro lavoro dipende principalmente da quanto ci diamo i mezzi per portarlo avanti, le condizioni oggettive e soggettive non sono ostacoli, ma il terreno dove fare e far fare scuola di comunismo. Le conquiste non sono solo l’aula autogestita o l’assemblea, ma quanto le giovani menti che hanno preso parte a questo processo hanno assimilato, quanto si è elevata la loro coscienza, e come si è unita e si inserisce nella costruzione della rete di nuovo potere per far avanzare la rivoluzione socialista in corso nel nostro paese.

49total visits,4visits today

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata