Intervista ad un lavoratore di Almaviva Milano.

Intervistiamo un lavoratore di Almaviva, protagonista nel 2017, insieme ad altri suoi colleghi, di una mobilitazione vittoriosa contro il trasferimento imposto di 65 lavoratori a Rende (in provincia di Reggio Calabria). Questa, partita da un piccolo gruppo di lavoratori tra quelli coinvolti nel trasferimento, si è sviluppata nel corso di circa un mese e ha trascinato nella mobilitazione colleghi e sindacati, con uno sciopero e presidio davanti all’azienda e un presidio in prefettura, e tirato in ballo, anche attraverso lo sviluppo di una campagna mediatica che ha fatto uscire la questione su tutti i i notiziari e giornali nazionali, anche il governo Gentiloni, che è intervenuto a favore dei lavoratori. Infine ha costretto l’azienda, dopo mesi di tira e molla in cui ha parcheggiato questi lavoratori tenendoli inattivi, a tornare su i suoi passi.

Questa mobilitazione è stata un esperienza importante perché dimostra:

  1. che vincere è possibile e che per organizzarsi e farlo non serve fin dall’inizio essere in tanti, ma è essenziale essere uniti sugli obbiettivi e decisi a vincere;
  2. che anche un piccolo gruppo di operai che si mobilita può far muovere al suo carro istituzioni e sindacati e addirittura il governo, se segue una linea giusta e non si chiude nell’azienda;
  3. che la soluzione ai problemi dei lavoratori è politica, che quello che serve ai lavoratori è un Governo di blocco popolare, che faccia sistematicamente ciò che il governo Gentiloni è stato in questo caso costretto a fare (e ha fatto per metà) con la mobilitazione: tenere aperte le aziende che chiudono, impedire i licenziamenti, creare nuovi posti di lavoro.

Riportiamo di seguito l’intervista.

Ti chiedo anzitutto di presentarti
Sono Primiano, dipendente di Almaviva Contact dal giugno 2012, con contratto a tempo indeterminato dal 2013. Fino a settembre 2017 ho lavorato sempre su commessa Eni. Quando la commessa è terminata, dopo un periodo di 4 mesi in cui, fra ferie imposte e corsi di Microsoft Office, siamo stati lontani dal nostro classico lavoro, sono stato poi riallocato, insieme agli altri colleghi, sulla commessa Sky/Fastweb e da allora sono dipendente su questa commessa.

Quando nel 2017 è termina la commessa Eni l’azienda decide di trasferire da un mese con l’altro te con altri 64 colleghi a Rende, in Provincia di Reggio Calabria. Dei licenziamenti camuffati! Puoi spiegarci i motivi di questa scelta da parte dell’azienda?
Come dipendenti con contratti a tempo indeterminato sicuramente costiamo di più, abbiamo dei contratti meno flessibili rispetto ai lavoratori interinali (assunti da agenzie interinali con contratti a tempo determinato), quindi, alla chiusura della commessa, ci hanno dato una lettera di trasferimento a 1000 km di distanza. Noi lavoratori l’abbiamo subito percepito come un licenziamento camuffato. Con alcuni ci sono più o meno riusciti, perchè in quei 4 mesi in cui eravamo “parcheggiati” un 10-15 persone hanno trovato lavoro da un’altra parte…non so se magari stressati per la situazione. Onestamente ci avevo pensato anch’io: ho fatto due, tre colloqui, ma ho visto che in realtà anche da altre parti era più o meno la stessa cosa che trovavo qui dentro… quindi a quel punto ho deciso di rimanere qui e vedere come sarebbe andata a finire.

Come si è sviluppata la vostra mobilitazione e quali sono stati i punti di forza che vi hanno portato a vincere?
Direi che il principale punto di forza è stato il fatto che tutti quanti sapevamo quale fosse il nostro obbiettivo. Abbiamo creato un gruppo Whatsapp appositamente per portare avanti un’azione ben costruita e raggiungere lo scopo che avevamo. Era un gruppo di poche persone, 8-9 colleghi, non perchè gli altri non abbiano fatto nulla, anzi, ma diciamo che nel gruppo ognuno aveva un determinato ruolo da svolgere: chi aveva contatti con la stampa (siamo riusciti a far uscire la notizia prima sul Corriere della Sera, nella rubrica di Gramellini, e da qui è girata su tutti i giornali e tg nazionali), chi aveva il compito di organizzare orari e appuntamenti, ecc. C’era Ana che era il leader di questo gruppo ed è stata veramente una grandissima, perchè anche nei periodi più difficili era lei che più di altri spronava il gruppo.
Per fare un esempio dell’unità che si viene a creare, io in quel periodo non ero in buoni rapporti con un collega in particolare e non ci salutavamo nemmeno, ma in quel momento abbiamo messo da parte tutto quello che era successo e forse adesso sono più amico con questo collega che con altri… insomma quando ti trovi in queste situazioni capisci che alcune cose per cui si litiga sono futili, capisci quali sono le cose che invece contano.

Difficoltà che invece avete incontrato?
Sicuramente un po’ di disorganizzazione tra lavoratori e sindacati all’inizio della vicenda, soprattutto con un sindacato in particolare, la CISL, che prima aveva la maggioranza assoluta (con le elezioni della nuova RSU ha ancora la maggioranza, ma non più assoluta); questo è anche uno dei motivi per cui è stato fatto questo gruppo whatsapp: a un certo punto abbiamo visto che i sindacati non sembravano si dessero una mossa (almeno non come volevamo noi) e abbiamo creato quel gruppo per vedere come fare. Poi una volta che è uscita la notizia dei nostri trasferimenti sul Corriere della Sera, anche tutti i sindacati ci hanno supportato per gli scioperi.

Vi vedete ancora come gruppo?
Sì, siamo quasi tutti sulla stessa commessa e ci vediamo ogni giorno. Inoltre abbiamo avuto da poco l’elezione delle RSU ed è stata occasione per parlare di quella mobilitazione contro i trasferimenti a Rende. Speravamo che le elezioni avessero un risultato un po’ diverso, ma alla fine c’è stato solo un lieve spostamento di voti.

Come mai?
Noi eravamo su una commessa in cui c’erano pochi dipendenti, circa una cinquantina (i lavoratori sono in tutto alcune centinaia ndr.). Penso che se una cosa del genere fosse successa su una commessa dove c’erano più dipendenti, probabilmente si sarebbero spostati più voti. Inoltre penso che è difficile avere bene la percezione di quello che sta accadendo se non ci si trova in prima persona: se mi fossi trovato anche io in un’altra commessa, avrei dato lo stesso voto di prima, perché alla fine si è concluso tutto per il meglio.
Però noi, che rischiavamo il licenziamento, ci siamo sentiti non dico abbandonati, ma un po’ scottati, perché sembrava che i sindacati non avessero le idee chiare sul da farsi e tentennavano parecchio all’inizio prima di decidere di fare uno sciopero, quindi chi di noi aveva precedentemente votato altro, in queste ultime elezioni ha votato CGIL; essendo comunque pochi dipendenti, c’è stato solo un lieve spostamento di voti.

A distanza di un anno c’è ancora qualcosa in sospeso che chiedete all’azienda?
Noi ora chiediamo semplicemente la restituzione delle ferie che ci hanno obbligato a prendere dopo il ritiro dei trasferimenti. L’abbiamo sempre chiesto fin da quando le hanno imposte.

Dopo questa mobilitazione, com’è il clima in azienda? Si è creato un clima migliore nei confronti della direzione? Sono cambiati i rapporti tra di voi? Ci sono altre questione irrisolte per cui vi capita di dovervi mobilitare?
Per quanto riguarda il rapporto con i dirigenti non è cambiato nulla, c’è una pacifica convivenza. Per quanto riguarda i team-leader che abbiamo, ad esempio sulla commessa Sky/Fastweb, direi che non potesse andare meglio, nel senso che in merito a quello che è successo non ci fanno pesare la situazione, anzi, c’è un bel clima, ambiente di lavoro sereno.
Detto questo, questioni irrisolte ce ne sono ancora sicuramente.

Seguendo la storia di Almaviva vediamo che hanno chiuso la sede di Roma, e lasciato a casa molti dipendenti. E’ un destino comune a tante aziende del nostro paese destinate alla morte lenta. Questo è uno degli aspetti principali per cui noi oggi portiamo l’appello ad organizzarsi anche in aziende dove apparentemente non ci sono gravi problematiche, perché se non succede nulla oggi realisticamente può succedere domani, e è meglio organizzarsi per tempo. Tra voi avete ragionato su questa cosa?
Per quanto riguarda i vari siti, sono sempre stati scollegati tra loro. Prima che chiudesse il sito di Roma c’era su Facebook un gruppo dove erano iscritti molti dipendenti dai vari siti. Finchè quel gruppo era aperto avevamo il sentore di cosa succedesse dalle altre parti, ma due o tre mesi prima che chiudessero il sito di Roma è stato chiuso il gruppo FB (anche se non saprei il perché e da chi) e da allora abbiamo poche notizie dagli altri siti…riusciamo a sapere quello che succede solo a fatti avvenuti.

Il sito di Roma è stato delocalizzato?
Sul sito di Roma c’erano esuberi di qualche centinaio di persone: hanno chiuso il sito e le commesse che c’erano sono rimaste in Italia che io sappia. Onestamente non so se una parte sia stata delocalizzata anche all’estero.

Un parare tuo sulla questione del governo del paese… se ne parlate in azienda?
In realtà non ne parliamo affatto di quello che succede. Personalmente penso che fare peggio di quanto fatto finora sia difficile, quindi spero almeno che migliorino un po’ le cose, anche se al governo ci sono due partiti molto diversi tra loro… soprattutto rispetto alle questioni economiche.

Pensi che i lavoratori organizzati possano avere un ruolo politico nello spingere il governo a mantenere le promesse di cambiamento fatte?
Credo che il nostro problema non sia tanto nel governo, ma più quello che c’è a Bruxelles. Abbiamo visto che infatti dobbiamo andare lì ad elemosinare gli “zerovirgola” di deficit. Adesso stiamo vedendo quello che sta succedendo in Francia con i Gilet gialli, che, nonostante le violenze (che sarebbero da evitare), è un esempio importante.

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