Cari compagni,

scrivo alcune note come riflessione dopo il corteo del 24 novembre a Roma contro la violenza di genere indetta dal coordinamento nazionale di Non Una di Meno (NUDM) a cui ho partecipato con una delegazione di compagne del nostro Partito. E’ stata davvero una grande manifestazione, circa 150.000 persone, e molto partecipata è stata anche l’assemblea che si è svolta il giorno dopo per costruire una giornata di sciopero per l’8 Marzo.

Nelle settimane prima del corteo in tutto il paese si sono svolte iniziative e mobilitazioni: a Roma la protesta contro l’ordinanza di sgombero della Casa Internazionale delle Donne da parte della giunta Raggi e il presidio nel quartiere San Lorenzo dopo l’uccisione di Desirée Mariottini; in molte città il 10 novembre si sono svolti presidi contro il DDL Pillon, che limita il diritto al divorzio, e contro le mozioni presentate a stretto giro in importanti comuni (Napoli, Verona e da ultimo Milano) contro la legge 194 e in favore dei movimenti antiabortisti.

Il tema della violenza e delle discriminazioni contro le donne è molto sentito tra gli elementi avanzati delle masse popolari e le mobilitazioni hanno espresso posizioni più avanzate rispetto agli anni passati, dato che erano  caratterizzate dalla generica “lotta contro gli uomini”, che però rischia di alimentare la mobilitazione reazionaria (masse popolari – donne, contro altre masse popolari – uomini).

Partiamo da un fatto oggettivo: le donne sono protagoniste in moltissime lotte e movimenti popolari: le donne NO TAV, che da anni lottano contro la devastazione della Val di Susa andando contro ogni tipo di prescrizione e legge che reputano essere ingiusta e affermando la legittimità di azioni che sono considerate illegali; le sorelle e le madri dei “morti di stato” come Ilaria Cucchi e Lucia Uva che con coraggio e determinazione non hanno abbassato la testa di fronte a magistrati compiacenti con gli imputati, le calunnie della stampa e gli attacchi da parte di esponenti delle forze dell’ordine; le operaie che nelle aziende lottano contro lo smantellamento dei diritti, la chiusura e le delocalizzazioni, per migliorare le condizioni di lavoro; le donne dei centri anti-violenza che, senza fondi o aiuti da parte delle istituzioni, si assumono la responsabilità di sostenere le migliaia di vittime di una violenza che sembra “invisibile”, salvo apparire “di colpo” fra lo scandalo dei benpensanti e la finta commiserazione dei preti (per il Vaticano è sempre meglio una donna morta che una donna peccatrice!). La resistenza spontanea delle masse popolari contro gli effetti della crisi in cui siamo immersi aumenta e il movimento delle donne delle masse popolari ne è parte integrante, è espressione della lotta di classe in corso. Questo è il fatto oggettivo su cui noi comunisti dobbiamo approfondire la riflessione per imparare a valorizzare questo movimento ai fini della rivoluzione socialista. Ma c’è un altro fatto.

Gli aggregati che promuovono il movimento delle donne (ad esempio NUDM), in un momento come questo in cui il movimento comunista cosciente e organizzato è ancora debole, sono orientati dal senso comune della sinistra borghese e, anche se non sono più i tempi dello slogan “il nostro nemico ha le chiavi di casa” (lotta contro gli uomini, interclassismo, femminismo borghese), ancora non riescono a concepire una società superiore a quella capitalista e non si danno i mezzi per mettere in campo azioni, iniziative e pratiche funzionali alla costruzione di uno stretto legame con le operaie e le lavoratrici avanzate, per attuare direttamente le misure che servono al di là delle promesse, delle minacce o delle lusinghe dei governi delle Larghe Intese che si sono succeduti; per superare le rivendicazioni e approfittare degli appigli che la situazione politica offre.

Sta a noi comunisti promuovere una sana lotta ideologica per affermare una concezione e una pratica superiori, che vadano oltre la rivendicazione e che facciano emergere la “direzione operaia”, le aspirazioni di coloro che per appartenenza di classe devono e vogliono “andare fino in fondo” e spezzare le catene della doppia oppressione (di classe e di genere).

Quest’anno cade il centenario della fondazione della III Internazionale (Internazionale Comunista). La rivoluzione socialista e l’instaurazione del socialismo in Russia hanno dato slancio e vigore sconosciuti anche al movimento delle donne delle masse popolari, come a ogni iniziativa delle classi oppresse. La costituzione dell’URSS segnò un balzo epocale per la lotta di liberazione della donna: non solo furono varati decreti a favore delle donne (immissione in massa nella produzione con una legislazione ad hoc, maternità assistita e consapevole, servizi per la cura di bimbi e anziani e per liberare le donne dal duro e degradante lavoro domestico che le isola dalla società), ma ogni donna era chiamata a partecipare attivamente e consapevolmente alla gestione della società, aderendo al partito comunista o partecipando agli organismi di massa. Le comuniste andavano tra le donne delle masse popolari per alfabetizzarle, per far prendere loro coscienza delle condizioni di reclusione e abbrutimento culturale e fisico a cui erano precedentemente costrette, per formarle alla concezione comunista del mondo.

Nadia Krupskaja, Alessandra Kollontaj, Clara Zetkin, Jiang Qing, Teresa Noce, Camilla Ravera, Dolores Ibarruri sono alcuni nomi da cui raccogliamo il testimone della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale per proseguire nella nostra opera, per riprendere la strada che il movimento comunista ha aperto. Come? Faccio alcune proposte e invito i lettori a dirci cosa ne pensano a metterle in pratica e a farne di proprie:

  1. letture collettive e iniziative culturali che riprendono il ruolo del movimento comunista per l’emancipazione delle donne delle masse popolari, che mostrano il ruolo del Vaticano negli attacchi ai diritti delle donne nel nostro paese, che mettono al centro il tema del lavoro e le lotte in cui le donne sono attive (lotta delle maestre, studentesse, contro lo smantellamento dei servizi alla persona o le delocalizzazioni delle aziende);
  2. diffusioni di volantini specifici fuori da aziende, dalle scuole superiore e dalle università portando la linea di costruire organizzazioni operaie e popolari che oltre ai problemi “interni” escano per promuovere sul territorio la mobilitazione contro gli attacchi ai diritti delle donne;
  3. intervenendo sugli organismi e sulle reti che si occupano di problematiche legate alle questioni di genere per alimentare la breccia che le masse popolari hanno aperto con il voto del 4 marzo e che ha portato alla formazione del governo Lega-M5S affinché si pongano come nuove autorità pubbliche, che non si limitino a rivendicare o protestare, ma attuino le misure che servono e che hanno elaborato.

 

Non c’è emancipazione della donna senza rivoluzione socialista, non c’è rivoluzione socialista senza emancipazione della donna!

 

Claudia Marcolini

membro della Direzione Nazionale del P.CARC

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here