Il Decreto Sicurezza, convertito in legge il 3 dicembre dopo la firma di Mattarella, è uno dei temi più discussi in questi mesi. Le amministrazioni locali sono uno degli ambiti in agitazione perché a loro spetta il compito di eseguire gli ordini e mettere a disposizione fondi, mezzi e risorse. Anche in questo senso, il Decreto Sicurezza è in perfetta continuità con la politica dei governi delle Larghe Intese: gli enti locali sono usati come il braccio da cui il governo centrale pretende obbedienza. Fra le Amministrazioni si allarga il fronte della protesta e ognuna di esse ha di fronte un bivio: sostenere il programma della borghesia imperialista e attuare costi quel che costi il Decreto Sicurezza oppure resistere e trovare strade alternative.

Cresce il fronte del NO. Il Consiglio Comunale di Torino (a maggioranza del M5S) ha aperto la strada, ma sono molti i comuni che lo hanno seguito, approvando mozioni contro il Decreto Sicurezza e annunciando di ostacolarne l’attuazione. Da Milano a Bologna, da Padova a Brindisi a Roma. L’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ha deciso di promuovere un Osservatorio nazionale composto da sindaci, assessori e consiglieri da tutta Italia. I punti più osteggiati sono in particolare due:

– il primo è il ruolo che il Decreto prevede per i sindaci nell’attuazione degli sgomberi degli stabili occupati. Oltre a censire gli stabili occupati e segnalare ai Prefetti dove colpire, devono collaborare all’esecuzione degli sgomberi e soprattutto devono occuparsi di trovare una sistemazione alternativa degli sgomberati. Si tratta di una vera e propria “emergenza sociale” perché uno dei principali problemi di tutte le grandi città è proprio il fatto di non avere nemmeno una mappatura del patrimonio immobiliare pubblico (non a caso: la sua mancanza è funzionale alla speculazione edilizia) e comunque la maggioranza di alloggi pubblici esistenti è ridotta in condizioni di abbandono e degrado. Lo sgombero dell’ex palazzo che ospitava la fabbrica di Penicillina a Roma (10 dicembre), modello del degrado a cui le istituzioni condannano gli edifici in disuso, è un esempio del funzionamento del Decreto Sicurezza: è stato sgomberato il palazzo, ma via Tiburtina è stata per giorni percorsa in lungo e largo da uomini e donne con materassi in spalla alla ricerca di un altro riparo. Se per Salvini “il caso è chiuso”, il caso resta aperto per l’Amministrazione di Roma: è dei sindaci il compito di trovare “soluzioni alternative” agli occupanti;

– il secondo riguarda lo smantellamento del “sistema di accoglienza degli SPRAR” e la figura del rifugiato richiedente asilo, che sta provocando la creazione “dal nulla” di migliaia di “clandestini” che non hanno più un posto in cui stare, riversandosi nelle piazze e nelle strade delle città (anche quelle amministrate dalla Lega). Alla già odiosa carica razzista del Decreto, si sommano gli effetti pratici ingestibili quale sia il grado di adesione del singolo sindaco alla propaganda reazionaria di Salvini. Oltre che sugli immigrati, il Decreto pesa sulle migliaia di italiani che lavorano nel settore: la propaganda contro i “35 euro a immigrato al giorno” sta provocando migliaia di disoccupati italiani.

La persecuzione contro il sindaco di Riace, Mimmo Lucano, ha assunto più chiaramente i contorni di un’operazione sia contro un modello di accoglienza, sia contro quei sindaci che dalle dichiarazioni si troveranno costretti a violare la legge. La situazione è talmente caotica e ingestibile che dal Ministro dell’Interno trapela la notizia di una probabile correzione del Decreto (fonte Il fatto quotidiano dell’11 dicembre).

In ogni caso, la strada che gli amministratori locali imboccheranno dipende dalla mobilitazione delle masse popolari che possono e devono approfittare della situazione politica creatasi dopo il 4 marzo per far contribuire gli amministratori locali alla costituzione del Governo di Blocco Popolare facendo agire i più avanzati da Comitato di Salvezza Nazionale (“di fatto”). Riportiamo due esempi.

 

Respinto il tentativo di sgombero dello Spazio Popolare Aldo Salvetti di Massa

Per mettere in difficoltà la nuova amministrazione leghista di Massa, pezzi di pubblica amministrazione legata ai partiti delle Larghe Intese hanno avviato, a inizio dicembre, la procedura di sgombero (consegna di una comunicazione e relativo avvio delle procedure amministrative, legali e poliziesche) dello Spazio Popolare che è diventato un punto di riferimento per un grande quartiere e della città intera, dato che ospita, oltre alla sede del nostro Partito, una palestra popolare, la sede del Comitato di Salute Pubblica ed è utilizzato da molti altri organismi. Non che l’amministrazione vedesse di buon occhio l’esistenza dello Spazio Popolare. Anzi, fanno parte della maggioranza anche alcuni vecchi arnesi della politica locale storicamente legati alla destra reazionaria e provocatori di professione che non perdono occasione di criminalizzare e perseguitare i comunisti, come ha fatto la scorsa estate il Presidente del Consiglio Comunale, tal Stefano Benedetti che ha provato in tutti i modi a far chiudere la Festa nazionale della Riscossa Popolare, senza successo. Ma la città è stata governata negli ultimi decenni da “sinistra e centro-sinistra” e sgomberi, denunce, richieste faraoniche di “risarcimenti” erano venute fino ad oggi da loro e sempre avevano trovato in risposta la mobilitazione, la lotta e la solidarietà popolare, pertanto la nuova giunta stava procedendo con molte cautele. E’ stata una “manovra di palazzo” a romperle. E a mettere in moto un’oculata risposta basata su tre pilastri:

  1. la mobilitazione solidale. Presidi, presenza in Consiglio Comunale, volantinaggi a tappeto nel quartiere e in centro città, richiesta di solidarietà a partiti, associazioni culturali e sportive ecc. Il risultato è stato che una larga parte di cittadinanza, quella più attiva quale che sia il campo di intervento (dalla palestra di scherma cittadina fino i gruppi di artisti della provincia, dall’Assemblea Permanente di Carrara alle forze politiche), si è schierata apertamente e pubblicamente;
  2. l’incalzo agli eletti della provincia alla Camera e al Senato. I compagni hanno chiesto di eleggere domicilio parlamentare nei locali sotto sgombero, in modo da rendere illegale qualunque intervento da parte di qualunque istituzione o autorità. La prima a rispondere all’appello è stata la Deputata del PD Martina Nardi che ha diramato ai giornali la disponibilità a mettersi di traverso rispetto allo sgombero. Se tale risultato è stato un importante risvolto della mobilitazione, ha pure creato alcune contraddizioni. Sia nel fronte contro lo sgombero (chi ha mal digerito che proprio una parlamentare del PD avesse riscontro di visibilità dall’iniziativa e proprio una che si è distinta in passato per posizioni antipopolari), sia da parte del M5S (che ha effettivamente perso un’occasione per distinguersi in positivo tanto dalla Lega – per completezza del quadro: il M5S è all’opposizione, non amministra la città con la Lega – quanto dal PD, ma se ne è “accorto” probabilmente troppo tardi);
  3. l’incalzo sul sindaco e sulla Giunta Comunale e sul Presidente della Provincia poiché il ritiro del procedimento di sgombero è una questione di governo del territorio, di rispetto e affermazione dei diritti costituzionali, attiene alla lotta contro il degrado (lo stabile era in condizioni infami prima che fosse liberato e recuperato a uso sociale e collettivo), alla lotta per la sicurezza (che è lotta contro gli abusi, le speculazioni, lo smantellamento dei diritti, l’emarginazione, l’isolamento sociale e la mercificazione delle relazioni umane), alla strada da intraprendere per dare risposte pratiche ed efficaci agli effetti della crisi.

Lo sgombero è stato momentaneamente bloccato, fino a data da destinarsi. Anzi, “i falchi” della Lega sono stati portati a proporre strade alternative per regolarizzare lo spazio, cioè rendere legale (che è l’unica cosa che sembra stia loro a cuore) quello che l’organizzazione, la lotta e la solidarietà hanno già reso legittimo.

 

Il “Decreto Sicurezza Popolare” a Napoli

Alla Festa della Riscossa Popolare di Napoli che si è svolta a novembre c’è stato un dibattito con alcuni comitati popolari tra cui il Comitato per la difesa dell’ospedale San Gennaro, il Movimento Rinascita Disoccupati del Rione Sanità e GalleriArt che ha avuto seguito in una successiva riunione per coordinare le varie vertenze e contrastare il Decreto Sicurezza di Salvini. E’ stato steso un documento intitolato “Decreto di Sicurezza Popolare” con l’obiettivo di indicare tanto al Sindaco De Magistris quanto al governo quali sono i passi concreti per essere conseguenti con le enunciazioni sul “cambiamento” di cui sono autori in materia di sicurezza, ma intesa come la sicurezza di una vita dignitosa, di lavoro, di salute e sanità pubblica, ecc.

Il 19 novembre, in occasione della visita in città di Di Maio e altri esponenti del governo, durante un presidio è stato diffuso in forma di volantino il “Decreto Sicurezza Popolare” e il 28 novembre è stato organizzato sotto il Comune un altro presidio per chiedere che il Decreto Popolare fosse protocollato ufficialmente e assumesse valore legale per convocare un tavolo istituzionale in materia.

Da queste prime iniziative i comitati hanno ottenuto alcuni risultati: la disponibilità dello staff del Presidente della camera, Fico; la nomina da parte di De Magistris di un referente dell’Amministrazione con il compito di relazionarsi con i comitati sulle specifiche vertenze (il primo incontro c’è stato l’1 dicembre); la mobilitazione del meet-up di Napoli del M5S i cui esponenti più avanzati, dopo aver presentato in una loro riunione un documento dove chiedevano agli attivisti di prendere le distanze dal Decreto Sicurezza e indicare ai loro parlamentari di votare contro, il 12 dicembre hanno partecipato alla riunione unitaria dei comitati.

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