L’8 dicembre è stata una giornata di mobilitazione in tutto il paese, promossa dall’ampio fronte di organismi contro le grandi opere inutili e dannose che il 17 novembre si era incontrato a Venaus, in Val Susa, e aveva lanciato sia l’appello per le mobilitazioni di dicembre, sia quello per la manifestazione nazionale che si terrà a Roma il 23 marzo. Si sono svolte in contemporanea iniziative in Toscana (NO al raddoppio dell’aeroporto di Firenze), in Campania (Stop biocidio), in Veneto (NO grandi navi), in Sicilia (NO MUOS), in Puglia (NO TAP) e a Torino, la più grande con oltre 70mila partecipanti, contro il TAV.

Per comprendere la portata di questa giornata di mobilitazione bisogna considerare il legame fra la contraddizione che ha portato alla nascita degli organismi che l’hanno promossa con il contesto generale in cui le manifestazioni si sono svolte.

Ciò che accomuna ognuno degli organismi che hanno organizzato e promosso le manifestazioni dell’8 dicembre è la resistenza alle speculazioni, alla devastazione ambientale, al degrado del territorio, alla criminalizzazione e alla repressione contenuti in ogni “grande opera” che risponde sempre e solo alla logica del profitto subito e a ogni costo: “tanto i tumori verranno fuori fra 30 anni”, commentava un funzionario delle ditte del terzo valico TAV sulla presenza di amianto nelle terre di scavo. Una logica che brucia miliardi di euro di investimenti nei servizi pubblici, dirottati invece nelle “grandi opere” che producono profitti anche senza il bisogno di essere effettivamente realizzate, come ha insegnato il caso del ponte sullo stretto di Messina.

La combinazione di mobilitazione pratica e solidale, le ricerche, le attività di denuncia e divulgazione producono un livello di coscienza collettivo che mette ognuno degli organismi promotori della resistenza in aperta contraddizione con i partiti e le istituzioni borghesi, incapaci di esserne interpreti e rappresentanti poiché nel teatrino della politica borghese è ammesso protestare, documentarsi, documentare e lamentarsi, ma non è permesso di affermare gli interessi delle masse popolari su quelli “del mercato”, dei padroni, dei capitalisti.

E qui veniamo al valore delle mobilitazioni dell’8 dicembre nel contesto economico, politico e sociale del nostro paese.

Come in tutti i paesi imperialisti, ciò che caratterizza il movimento della società intera è il movimento economico: la contraddizione fra lo sviluppo del carattere collettivo delle forze produttive e i rapporti di produzione vigenti nella società capitalista. Ognuno degli organismi che resiste alle grandi opere inutili, al di là della consapevolezza che ne ha e anche se questa consapevolezza è nulla, esprime la spinta della società a superare i rapporti di produzione esistenti e a sviluppare il carattere sociale delle forze produttive. “Che c’entra questo con la resistenza alle grandi opere inutili?”. C’entra per due motivi in particolare. C’entra perché solo superando gli attuali rapporti di produzione è possibile invertire la situazione in cui per il profitto di pochi (dei capitalisti) sono sacrificati gli interessi della maggioranza (delle masse popolari) e c’entra perché solo con il pieno accesso e la piena disponibilità delle forze produttive da parte delle masse popolari è possibile tradurre in pratica le rivendicazioni che questi organismi avanzano: finanziare le piccole opere necessarie per migliorare la qualità della vita delle masse popolari, curare e preservare l’ambiente e il territorio.

Arriviamo così, più chiaramente, alla definizione della prospettiva di queste mobilitazioni e ai passi che hanno di fronte. Li riassumiamo in tre punti:

  1. Gli organismi popolari che promuovono la resistenza alle grandi opere inutili sono già diventati, in virtù dell’esperienza (pratica, intellettuale, morale, culturale, di resistenza alla repressione) nuove autorità pubbliche, cioè hanno già un seguito fra le masse popolari e sono capaci di promuovere, almeno a un certo livello, la loro vita associata in modo alternativo (e in certi casi antagonista) a quello imposto dalla borghesia imperialista e dalle sue autorità e istituzioni. Il loro coordinamento è un pezzo importante poiché ribalta praticamente la propaganda della classe dominante (fatta di individualismo, di “ognuno si salvi da solo”, ecc.), alimenta la solidarietà, consolida e favorisce la costruzione di un fronte. Al coordinamento fra di loro, va aggiunto – è l’aspetto decisivo della questione – il legame e il coordinamento con la mobilitazione della classe operaia, soprattutto quella delle grandi aziende che ancora rimangono, quella che si mobilita contro le delocalizzazioni, per la salvaguardia dei posti di lavoro e la difesa dell’apparato produttivo;
  2. riguardo la loro struttura e funzione, ognuno degli organismi che promuove la resistenza deve imparare a far valere il seguito di cui gode e la fiducia e il prestigio che raccoglie da ampie parti delle masse popolari non solo per pretendere dal governo M5S-Lega che attui le promesse che ha fatto (è bene ricordare che il M5S ha raccolto milioni di voti promettendo di mettere una pietra tombale su ognuna delle grandi opere), ma anche e soprattutto per sviluppare in autonomia le mille iniziative di base che favoriscono e alimentano l’organizzazione delle masse popolari ancora non organizzate: scioperi al contrario, autoriduzione di imposte, tasse e bollette, assegnazione di case, manutenzione di edifici pubblici, erogazione alternativa dei servizi che le autorità tagliano per finanziare le grandi opere, stesura di liste dei lavori necessari e di piani di salvaguardia ambientale dei territori. Non è un caso che all’assemblea nazionale del 17 novembre a Venaus sia emersa chiaramente la questione di “ragionare su cosa fare dopo, quando la resistenza l’avremo vinta”, poiché la vittoria della resistenza implica il dover continuare a combattere contro un sistema che, eliminato il progetto di una “grande opera,” ne mette in piedi un altro, un altro, e un altro ancora…
  3. La sintesi dei due punti precedenti, combinata con lo sviluppo del legame con il movimento comunista cosciente e organizzato, incarna il processo di costruzione del nuovo potere nel nostro paese, il cui avanzamento corrisponde all’avanzamento della rivoluzione socialista. Storceranno il naso tutti quelli che pensano che questa avanza a colpi di insurrezioni, combinate con un’efficace e capillare opera di convincimento che i comunisti fanno verso “le larghe masse”. Ma per sostituire il vecchio potere borghese con il nuovo potere della classe operaia e delle masse popolari occorre essenzialmente costruire il nuovo potere, creare le condizioni affinché le masse popolari organizzate imparino a dirigere la società. Più che le ampie insurrezioni, decide il corso delle cose la costruzione capillare di organismi capaci di agire da nuove autorità pubbliche; più che la vasta e capillare opera di convincimento dei comunisti, decide il se e il quanto i comunisti sono capaci di far trarre alle masse popolari insegnamenti dalla loro esperienza pratica.

Il ragionamento fatto per queste mobilitazioni è del tutto valido per gli organismi che promuovono la mobilitazione in altri ambiti (e in alcuni casi gli organismi sono gli stessi, coincidono): la lotta contro il razzismo di stato, la repressione, la precarietà, per il diritto alla casa, alla sanità pubblica.

Non siamo “gli inguaribili ottimisti” che vedono cose che non ci sono, siamo i marxisti-leninisti-maoisti che vedono in ogni fenomeno le premesse per ciò che può diventare, benché non lo sia ancora e benché spontaneamente nemmeno diventerà.

 

Amministratori locali contro le Larghe Intese

Quanto più la mobilitazione delle masse popolari è dispiegata, tanto più tutto “si sposta” verso la direzione che esse indicano. Alla manifestazione NO TAV dell’8 dicembre a Torino abbiamo incontrato e rivolto alcune domande ai vice Sindaco di Torino (Montanari) e Napoli (Panini), presenti nello spezzone degli amministratori locali NO TAV.

Montanari afferma “Non facciamo manifestazioni contro qualcuno. La manifestazione dei SI TAV del 10 novembre aveva una sua logica, ma noi ci mobilitiamo da 30 anni contro il TAV e questa non è la prima volta che sfilo con la fascia tricolore. Il dato di fatto è che oggi ci sono decine di migliaia di abitanti della Val Susa, che ci sono i sindaci della Valle, di tante altre città d’Italia e d’Europa. E’ il segno che c’è una consapevolezza che si è diffusa, che ha radici nei molti anni di mobilitazione e lotta. Questa è una manifestazione notevole che può e deve avere diretta influenza sulle posizioni del governo”. Panini aggiunge “Il Comune di Napoli oggi è presente perché è solidale con le istituzioni piemontesi, torinesi e della Valsusa, contro il TAV, un’opera inutile e devastante. Anche per il Comune di Napoli non è la prima volta: il Sindaco De Magistris si era già mobilitato anche negli anni scorsi. Noi crediamo che la solidarietà fra istituzioni sia un valore da dimostrare praticamente sia con le prese di posizione, che con la presenza fisica quando è necessaria e anche con le misure di governo dei territori”.

Se le dichiarazioni di due esponenti delle amministrazioni fra le più importanti del paese hanno certamente un peso nella partita politica di questi mesi (in particolare il vice Sindaco di Torino sembra sfilarsi dal tentativo del Sindaco Appendino di “lasciare la palla in mano al governo”), è dai sindaci dei piccoli comuni, spesso “dimenticati”, che emerge bene il senso del termine “amministrare in base agli interessi delle masse popolari”. Ezio Barbetta, sindaco di Madonna del Sasso (VCO), afferma: “Anche se il mio comune non è in Val Susa ho partecipato al corteo perchè volente o nolente facciamo tutti parte di questo mondo. E quello che succede in Val usa è una roba che pagheremo tutti. Poi non sono d’accordo con il modello di sviluppo in cui rientra il progetto del TAV: dobbiamo andare verso un mondo in cui si producono meno merci e si vive meglio; non devono essere le merci a correre, ma debbano essere le persone a potersi muovere”. (…) I sindaci devono essere in piazza… Le mobilitazioni devono partire dal basso: contro il TAV e il Decreto Salvini, ad esempio: il cambiamento non viene dall’alto, chi sta in alto vuole difendere lo stato di cose. In effetti è un insegnamento di tutti i movimenti, a partire da quello operaio: in fabbrica sono gli operai che se si mobilitano possono cambiare le cose, fuori dalla fabbrica il discorso è analogo, devono essere i cittadini a mobilitarsi e i loro rappresentanti istituzionali devono promuovere l’allargamento della mobilitazione. Non è che arriva Babbo natale che ci porta la soluzione ai problemi”.

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