Sul numero 11-12/2018 di Resistenza abbiamo pubblicato un’intervista al Segretario Nazionale del P.CARC, Pietro Vangeli. Rimandiamo a quel testo per quanto attiene alle questioni generali e particolari che riguardano il Congresso (contesto e situazione politica, l’orientamento sulle principali questioni, obiettivi e temi); pubblichiamo su questo numero un’intervista a Manuela Maj, membro della Direzione Nazionale e Responsabile Nazionale del Lavoro Operaio e sindacale (LOes) per approfondire il ragionamento sull’opera dei comunisti nella creazione di organizzazioni operaie e popolari, sull’intervento su quelle già esistenti affinché agiscano da nuove autorità pubbliche, sul coordinamento fra di esse e sul loro legame con la Carovana del (nuovo)PCI nella costruzione del nuovo potere.

 

Nei documenti congressuali viene affermato “il nostro vero e decisivo problema è quanto progrediamo nel lavoro sulle organizzazioni operaie e sulle organizzazioni popolari” (pag. 17 della Dichiarazione Generale) e a conferma di ciò, una specifica Risoluzione è dedicata a questo argomento. Perché si parla di “vero e decisivo problema”?

Anzitutto premetto che per un’adeguata comprensione dell’argomento è necessario studiare i documenti del Congresso: a quelli rimando per avere il quadro completo del ragionamento di cui approfondisco alcuni passaggi.

Detto questo, per capire ciò che intendiamo per organizzazioni operaie e popolari bisogna rifarsi a quello che furono i soviet in Russia all’inizio del secolo scorso. Inizialmente i soviet furono organizzazioni di lotta (combinavano rivendicazioni, denunce, proteste e rivolte). Il loro ruolo cambiò progressivamente man mano che il partito comunista assumeva la direzione della mobilitazione popolare. Nei soviet non c’erano solo comunisti, anzi per tutta una fase la maggioranza dei componenti erano affiliati o comunque legati, direttamente o idealmente, ideologicamente, ai menscevichi, ai socialisti rivoluzionari, agli anarchici e molti erano i senza partito. La funzione rivoluzionaria dei soviet, cioè il ruolo di consigli rivoluzionari, si incarnò grazie alla politica rivoluzionaria del partito comunista che li concepiva come la nuova struttura del potere politico attraverso cui esercitare la dittatura del proletariato. Ecco, le organizzazioni operaie e popolari sono per l’Italia, un paese imperialista del XXI secolo, quello che i soviet furono per la Russia. Messa in questi termini saltano ovviamente all’occhio le differenze di contesto economico, politico e storico. Ma più che le differenze, chi vuole fare un ragionamento serio, deve partire dal tratto comune: il ruolo del partito comunista.

Senza il partito comunista, i soviet in Russia sarebbero rimasti ciò che erano (organizzazioni di lotta) e pure le organizzazioni operaie e popolari qui da noi rimarrebbero tali. Quindi, come vedremo, l’aspetto decisivo non sono le caratteristiche storiche o il contesto – che certo contano – o le particolari caratteristiche della mobilitazione e delle organizzazioni della classe operaia e delle masse popolari – e contano anch’esse.

L’aspetto decisivo è come il partito comunista si dà i mezzi per intervenire e operare, la concezione con cui analizza il presente per trasformarlo e far andare le cose in una direzione verso cui spontaneamente non andrebbero. Permettimi un inciso: a chi si affligge per il fatto che il contesto e le condizioni economiche, politiche e sociali fra la Russia dell’inizio del secolo scorso e quelle del nostro paese oggi sono estremamente diverse, dico che ciò non è di ostacolo alla rivoluzione socialista, anzi il livello di conoscenze, di alfabetizzazione, di coscienza della società, di esperienza è oggi più diffuso e di gran lunga superiore fra la classe operaia del nostro paese che fra la massa di contadini e i relativamente pochi operai della Russia zarista. Per quanto riguarda le condizioni oggettive, il capitalismo ha enormemente sviluppato le forze produttive e il loro carattere collettivo. Quindi, e concludo il ragionamento, il problema vero e decisivo è che i comunisti imparino a intervenire sulle organizzazioni operaie e popolari esistenti, a riconoscere embrioni di organizzazioni operaie e popolari da far sviluppare e crescere.

 

Hai anticipato che l’aspetto principale è il ruolo di noi comunisti, la nostra concezione e la nostra pratica: è da questo che dipendono l’avanzamento e lo sviluppo della rete di organizzazioni operaie e popolari. Puoi approfondire?

In definitiva, per instaurare il socialismo dobbiamo per forza passare attraverso la moltiplicazione, il rafforzamento e il coordinamento delle organizzazioni operaie e popolari, in particolare di quelle delle aziende capitaliste e pubbliche, e il loro orientamento favorevole al socialismo. Questo vale sia se instaureremo il socialismo passando attraverso la costituzione del Governo di Blocco Popolare, che se lo instaureremo dovendo fare fronte alla mobilitazione reazionaria delle masse popolari promossa dalla borghesia imperialista: quindi dal lavoro sulle organizzazioni operaie e popolari “non si scappa”! E la loro moltiplicazione, il loro rafforzamento, il loro coordinamento e orientamento sono principalmente una questione di scienza. È la concezione comunista, infatti, che ci rende capaci di cercare “il fuoco che cova sotto la cenere” in ogni azienda e di soffiarci su fino a far sprigionare la fiamma, agendo in ogni posto su operai concreti, ma avendo in mente il compito storico di cui gli operai come classe sono portatori e facendo interagire la situazione dell’azienda in cui lavorano gli operai concreti con cui abbiamo a che fare, con la situazione della zona in cui vivono e dell’interno paese. E’ la concezione comunista del mondo che ci rende capaci di guardare a ogni operaio avanzato non solo per quello che è ma anche per quello che può diventare e di agire coerentemente con il fatto che la rivoluzione socialista è la rivoluzione con cui gli oppressi pongono fine alla plurimillenaria divisione dell’umanità in classi, compiono cioè un’opera che solo loro possono compiere.

Quindi abbiamo dedicato uno specifico lavoro a sintetizzare in un apposito documento quanto abbiamo messo a punto con il percorso che abbiamo compiuto dal 2009 a oggi.

 

Quali sono i tratti salienti di questo percorso?

Nel 2009 siamo partiti a creare il Settore Lavoro operaio e sindacale (LOes) nominando una responsabile nazionale (che ha potuto dedicarvisi professionalmente perché il Partito aveva creato le condizioni per avere dei rivoluzionari di professione) e fino al III Congresso, nel 2012, abbiamo fatto principalmente lavoro sindacale, nel senso che abbiamo utilizzato le iniziative della sinistra CGIL (Rete 28 Aprile, La CGIL che Vogliamo, Il Sindacato è un’Altra Cosa) e in secondo luogo dei sindacati alternativi e di base (USB, CUB, Confederazione Cobas, ecc.) per conoscere e stabilire dei legami diretti con operai e lavoratori avanzati. Tra il 2012 e il 2013 abbiamo fatto alcune esperienze importanti (Irisbus di Grottaminarda, Ginori di Sesto Fiorentino, Esplana Sud di Napoli, scioperi al contrario a Napoli e a Cecina), esperienze delle quali abbiamo iniziato a recuperare e a mettere a frutto gli insegnamenti in modo sistematico solo in un secondo momento.

Tra il 2013 e il 2015 (IV Congresso), e in particolare con la campagna “Occupare e uscire dalle aziende” (giugno 2014 – gennaio 2015), ci siamo concentrati sugli operai e i lavoratori avanzati, abbiamo elaborato la linea “occuparsi della propria azienda e uscire dall’azienda” e creato le prime Commissioni federali LOes in modo da rendere ordinari in tutto il Partito il lavoro operaio e lo studio e il bilancio dell’esperienza pratica. Abbiamo conosciuto e toccato con mano l’esistenza di organizzazioni operaie in alcune aziende capitaliste e abbiamo mosso i primi passi nel reclutamento e nella formazione di operai comunisti e nella costituzione di organizzazioni operaie in aziende capitaliste e di organizzazioni popolari in aziende pubbliche. Abbiamo capito quali caratteristiche hanno (composizione, continuità nell’azione e partecipazione dei membri al processo decisionale). Dal 2016 a oggi, e in particolare con la campagna “Fare di ogni lotta e protesta una scuola di comunismo” (dicembre 2016 – giugno 2017), ci siamo cimentati nel sostegno e nella promozione di lotte per gli interessi immediati per farne delle scuole di comunismo.

Attualmente il Partito, attraverso le Sezioni, le Segreterie Federali e il Centro, interviene in circa 60 tra aziende capitaliste e pubbliche ed è impegnato a sostenere 6 battaglie condotte da gruppi di lavoratori su scala locale o nazionale.

 

60 aziende sono tante o poche?

Per avanzare nella creazione delle condizioni perché le organizzazioni operaie e popolari costituiscano un proprio governo d’emergenza bisogna che ci facciamo un’idea via via più precisa delle dimensioni della nostra impresa. Nel 2015 (fonte ISTAT, “Dati sulle attività produttive”) nel nostro paese c’erano circa 3.153 tra aziende capitaliste e aziende pubbliche con più di 250 dipendenti. Conteggiando anche quelle con 50 – 249 dipendenti (che nel 2015 erano 27.285) arriviamo a 30.438. Ma in un primo schizzo a grandi linee della nostra impresa, restiamo alle 3.153 aziende con 250 dipendenti in su. Certo, nelle 3.153 sono comprese anche le aziende pubbliche che producono merci (come Fincantieri, Finmeccanica, ecc.) e le istituzioni che producono servizi pubblici (scuole, università, ospedali, ASL, agenzie dell’amministrazione pubblica, prigioni, caserme, ecc.): entrambe, per molti aspetti, possono avere un ruolo sociale e anche specificamente politico analogo a quello delle aziende capitaliste.

Per costituire il Governo di Blocco Popolare occorre che in buona parte di queste 3.153 aziende ci sia un’organizzazione operaia o un’organizzazione popolare che “si occupa dell’azienda ed esce dall’azienda”. Le 60 aziende in cui interveniamo sono poca cosa di fronte a questi numeri? Sicuramente. Ma dobbiamo tenere presente che la creazione di organizzazioni operaie e popolari in buona parte di queste 3.153 aziende non dipende solo da noi: come abbiamo verificato con la campagna del 2014 “Occupare e uscire dalle aziende” e con il lavoro operaio successivo, l’organizzazione avviene anche spontaneamente, cioè sulla base della coscienza diffusa con cui le masse popolari si ritrovano, delle relazioni esistenti prodotte dalla loro collocazione sociale e dalla storia che hanno alle spalle, reagendo alle circostanze con i mezzi di cui dispongono. Spontaneamente alcune di esse si occupano anche di far nascere altre organizzazioni operaie e popolari. Inoltre le organizzazioni operaie e popolari non hanno tutte lo stesso peso: se una esiste e agisce in uno stabilimento FCA, ad esempio, ha di per sé l’effetto di spingere altri operai a organizzarsi e a mobilitarsi, a “occuparsi e uscire dalle aziende”, anche se quella in FCA non svolge coscientemente una specifica azione per promuoverne altre.

In questa fase, quindi, non misuriamo l’efficacia del nostro lavoro principalmente sulla quantità (il numero), ma sulla qualità, cioè sul fatto che da ogni esperienza ricaviamo insegnamenti, principi, criteri, metodi per imparare a fare meglio. Per questo procediamo attraverso esperienze-tipo. Quando avremo messo a punto almeno a un certo livello i principi, criteri e metodi necessari, a quel punto misureremo l’efficacia del nostro lavoro sulla quantità.

Infine, abbiamo constatato che embrioni di organizzazioni operaie e popolari ci sono in ogni azienda di una qualche dimensione: nelle aziende da 100 operai in su sicuramente, in quelle sotto i 100 operai probabilmente. L’esperienza della Rational di Massa ci ha dimostrato di cosa sono capaci persino gli operai di una unità produttiva di dimensioni poco superiori a 20 addetti, quando seguono una linea giusta. In Italia nel 2015 le unità produttive con più di 250 addetti erano 3.153, se ci aggiungiamo quelle con da 50 a 249 dipendenti (che erano 27.285) e un terzo di quelle da 10 a 49 addetti (che erano in tutto 205.816) arriviamo a più di 99 mila aziende, cioè altrettanti potenziali centri del nuovo potere. Per noi comunisti si tratta di farli diventare da centri potenziali, centri effettivi di iniziativa e direzione.

 

L’esperienza ha fatto emergere indicazioni pratiche? Quali? In altri termini “da dove si inizia” per costruire organizzazioni operaie e popolari, centri del nuovo potere?

Per moltiplicare le organizzazioni operaie e popolari, rafforzarle, coordinarle e orientarle a costituire un loro governo d’emergenza facciamo leva sulle condizioni esistenti, in particolare due:

– il grosso dei lavoratori ha il problema di difendere il posto di lavoro, di tenere aperte le aziende che i padroni vogliono chiudere, smembrare, delocalizzare o ridimensionare, di difendere condizioni di vita e diritti conquistati che i padroni, le loro associazioni e le loro autorità stanno peggiorando, riducendo, eliminando. Indipendentemente dall’azione dei comunisti, l’esigenza di difendere e migliorare le loro condizioni di vita e di lavoro spinge gli operai e gli altri lavoratori a organizzarsi. Quindi le organizzazioni operaie e popolari sono uno strumento della lotta degli operai e degli altri lavoratori per i loro interessi immediati e più in generale della loro resistenza spontanea alla crisi del capitalismo;

– l’esperienza corrente dimostra e insegna agli operai e ai lavoratori che a resistere azienda per azienda, si va incontro alla morte lenta, ci si trova volenti e nolenti a subire il ricatto tra lavoro e salario, tra lavoro e diritti, tra lavoro e salute, tra lavoro e ambiente, si finisce per sottoscrivere quello che i padroni impongono. Quindi anche solo per perseguire con efficacia la difesa del posto di lavoro, le organizzazioni operaie e popolari devono “uscire dall’azienda”, connettersi con altre, iniziare a ragionare ed agire da nuove autorità pubbliche fino a costituire il loro governo d’emergenza con cui avviare la riorganizzazione generale dell’economia necessaria a porre rapidamente rimedio almeno agli effetti peggiori della crisi del capitalismo. Il Governo di Blocco Popolare è lo strumento di questa riorganizzazione necessaria, è il contesto in cui inizieranno i primi passi della sostituzione dell’azienda capitalista con l’unità produttiva pubblica, processo che su ampia scala si completerà nel socialismo.

 

Ci sono declinazioni particolari della linea “allargare la breccia aperta dalle masse popolari con il voto del 4 marzo” nel lavoro sulle organizzazioni operaie e popolari? Puoi farci degli esempi?

Gli esempi sono davvero tanti e chiunque legge il Contratto per il governo del cambiamento se ne rende conto, poiché esso contiene davvero una miriade di spunti che situazione per situazione possono essere usati per la promozione delle organizzazioni operaie e popolari. Ad esempio, prevede il rafforzamento delle tutele per il whistleblower (il dipendente che rende pubblici segreti aziendali relativi a reati commessi dall’azienda) ed è una leva per sviluppare l’appello contro la fedeltà aziendale lanciato dal Coordinamento degli Operai FCA alzando la bandiera della lotta alla corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, sofisticazione alimentare, inquinamento, ecc.: in breve per incitare i lavoratori a denunciare i crimini dei padroni e dei dirigenti delle aziende in cui lavorano. Altro che fedeltà all’azienda e complicità nelle manovre criminali e antipopolari!

Anche la propaganda della Lega può essere usata. Contro la “morte lenta” delle aziende è possibile tirarla in ballo e stanarla sul suo terreno del “prima gli italiani”: non permettere la vendita di aziende italiane a gruppi stranieri che sfuggono ancora più del capitalista italiano all’autorità del governo, non permettere di delocalizzare, ecc. È forse accettabile, per gli elettori della Lega, che il “governo del cambiamento” e della difesa degli interessi nazionali permette ai vari padroni, come Colaninno, per citarne uno, di continuare a intascare soldi dai contribuenti italiani per smembrare gli stabilimenti italiani e spostare i loro capitali in Vietnam e Cina?

 

Siamo all’ultima domanda, vuoi condividere una riflessione finale?

Si, voglio riportare qui due ragionamenti che sono emersi dal confronto con altri compagni. Il primo è una risposta di Alberto Perino del movimento NO TAV a un’intervista che gli abbiamo fatto recentemente [il 17 novembre a Venaus – vedi www.carc.it – ndr]. È significativa perché dall’esperienza pratica del movimento NO TAV Perino sintetizza alcuni aspetti fondamentali del lavoro di costruzione di organizzazioni operaie e popolari, anche se lui non usa i nostri termini. Dice: “Abbiamo girato l’Italia per sostenere ogni movimento di resistenza e continuiamo a farlo: tutte le settimane partecipiamo ad assemblee e iniziative. Insistiamo sempre su alcune questioni: per lottare bisogna conoscere, studiare, ragionare, informarsi e informare. Sono molto contento che nell’assemblea di oggi questo è venuto fuori bene da tutti, è diventato un tratto comune.

E’ necessario partire dalle cose concrete e particolari, quella che chi denigra i movimenti chiama sindrome “NIMBY” (not in my back yard – non nel mio giardino – ndr), ma poi è altrettanto necessario allargare il discorso e legare l’aspetto particolare alle questioni più generali.

Non si può fare un lavoro ragionato e di prospettiva con le ruspe in casa. Quando uno ha le ruspe in casa c’è da correre, si può solo correre. Quindi è importante partire prima.

Infine, la questione decisiva: essere un movimento popolare. Se un movimento diventa di elites, a un certo punto uno si gira indietro e si rende conto di non avere più nessuno alle spalle. Queste sono le cose che diciamo sempre e che continueremo a dire tutte le volte che siamo e saremo chiamati a portare la nostra esperienza”.

Il secondo si presta benissimo come chiosa: discutendo con alcuni operai sulle pressioni a cui è sottoposto il governo M5S-Lega rispetto alla finanziaria, uno di loro ha sostenuto che uno strappo netto con la UE è un azzardo se prima non si prepara il terreno per procedere con le nazionalizzazioni e il rafforzamento delle aziende strategiche per l’apparato produttivo e che secondo lui sarebbe necessario uscire dall’Euro e ribellarsi ai ricatti della Commissione Europea, ma non crede che le masse popolari italiane siano pronte per questo passo, che sarebbe “una guerra”. Il compagno si chiedeva se effettivamente siamo pronti a combatterla. Ecco, la creazione di organizzazioni operaie e popolari nelle aziende è appunto lo strumento per prepararsi a combattere questa guerra con prospettiva di vittoria.

 

 

Saluto del segretario nazionale del (n)PCI, compagno Ulisse

Il CC del (nuovo) PCI augura buon lavoro ai compagni del P.CARC che il 26 e 27 gennaio 2019 terranno il loro V Congresso. Recentemente, nell’intervista pubblicata su Resistenza n. 11-12, il vostro Segretario Nazionale, il compagno Pietro Vangeli, ha annunciato che al centro dei lavori congressuali ci sono 1. il lavoro sulle organizzazioni operaie e popolari (OO e OP), 2. la costruzione del P.CARC come partito di quadri e di massa, 3. la propaganda del socialismo. Il (n)PCI augura che ognuno di voi esca dal prossimo congresso pienamente cosciente che sviluppando più e meglio la sua attività in questi tre campi darà un contributo prezioso alla lotta comune per fare dell’Italia un nuovo paese socialista, cioè, in questa fase, per “allargare la breccia” aperta dalle masse popolari nel sistema politico delle Larghe Intese con le elezioni del 4 marzo che ha portato alla formazione del governo M5S-Lega!

Il (n)PCI è clandestino, ma non per questo sottovaluta l’importanza dell’azione di organismi come il P.CARC che “conducono nell’ambito della legalità borghese un’attività loro propria e che, avendo un loro campo di azione specifico, hanno obiettivi e tattiche particolari che elaborano in autonomia dal (n)PCI, ma che condividono in tutto o in parte con il (n)PCI concezione del mondo, bilancio del movimento comunista, analisi del corso delle cose, linea generale e contribuiscono alla loro elaborazione e verifica” (“I quattro campi del lavoro esterno del Partito”, da La Voce n. 59). Di organismi che, orientandosi con la scienza comunista, mettono all’opera ogni persona decisa a cambiare il corso disastroso per gli uomini e l’ambiente imposto dalla Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, americani e sionisti e con essa dai vertici della Repubblica Pontificia.

La costituzione di OO e OP è la questione cruciale: su questo bisogna condurre una sperimentazione generale con verifica, fare esperienze-tipo, mobilitare compagni che facciano attivamente un lavoro capillare. È il vero e decisivo problema che dobbiamo risolvere per avanzare lungo la via che abbiamo tracciato per arrivare alla costituzione del GBP e poi al socialismo. La via è la costruzione del nuovo potere (il potere delle masse popolari organizzate) attraverso la formazione di OO e OP perché solo questo porta o alla costituzione del GBP o direttamente all’instaurazione del socialismo, se i comunisti dovessero prendere il posto degli esponenti dei tre serbatoi senza passare tramite la costituzione del GBP e la lotta per farlo operare e difenderlo dall’aggressione della borghesia imperialista, se la costruzione del partito comunista entrasse nel terzo stadio [MP pag. 184] senza il passaggio attraverso la costituzione del GBP.

Le masse che noi comunisti oggi dobbiamo mobilitare a partecipare alla rivoluzione socialista, non possiamo che mobilitarle sulla base del loro senso comune: della coscienza, delle aspirazioni e delle condizioni in cui ognuno (individuo, gruppo, ambiente) si trova. Dobbiamo praticare in ogni ambiente la linea di massa: far leva sulla sinistra perché unisca a sé il centro e isoli la destra. Far fare in ogni momento e circostanza a ognuno il passo avanti che è in grado di fare.

(…) I comunisti devono avere una visione lungimirante del percorso e una vista acuta capace di penetrare nei molteplici aspetti del contesto (a questo serve assimilare il materialismo dialettico), ma ogni loro referente devono mobiliarlo sulla base del livello a cui il referente è effettivamente: parole ma soprattutto azioni e aspirazioni per cui è disposto a battersi, a metterci qualcosa. (…) Noi dobbiamo elevare la coscienza di ogni ambiente, gruppo e individuo al livello più alto che è in grado di raggiungere, ma dirigerlo a fare con una coscienza che è la nostra. Sulla base dell’esperienza, anche le masse capiscono e aderiscono.

Non abbiate timore di andare contro corrente rispetto a quanti nella sinistra borghese gridano al “governo fascio-leghista”. Dedicatevi ad allargare la breccia con scienza, coscienza e determinazione e prendendo esempio dall’azione condotta dai bolscevichi guidati da Lenin nei confronti del Governo Provvisorio costituito in Russia nel febbraio 1917. Questo proclamava che avrebbe fatto cose che non faceva e non era in grado di fare. I bolscevichi guidarono le masse popolari a farle esse stesse. Come ha ben scritto la vostra Direzione Nazionale nel comunicato del 2 agosto 2018, “noi comunisti non siamo né ci consideriamo parte di una indistinta “sinistra”, siamo i promotori della rivoluzione socialista che instaurerà il socialismo nel nostro paese”.

Buon lavoro, compagni!

(il testo integrale è pubblicato su La Voce n. 60)

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