Si è svolta il 17 novembre a Venaus l’assemblea nazionale contro le grandi opere inutili e imposte, il passaggio di un percorso iniziato il 29 settembre a Venezia e proseguito il 6 e 7 ottobre a Firenze, a cui hanno partecipato centinaia di persone e che ha sancito l’8 dicembre come giornata di mobilitazione su tutti i territori (manifestazioni da Torino a Melendugno) e il 23 marzo come data per una manifestazione nazionale a Roma.

I molti interventi possono essere ascoltati nei video della diretta streaming [in ordine:  1234] trattiamo in questo breve contributo solo alcuni aspetti, come commento degli elementi raccolti dai compagni del P.CARC che hanno partecipato per seguire la discussione e i lavori.

Un aspetto contingente di politica nazionale: “non ci sono governi amici”.

Moltissimi interventi hanno trattato della delusione nei confronti del M5S e della sfiducia a fronte dei passi indietro in particolare rispetto al Terzo Valico, al TAP e al MUOS, delusione e sfiducia che spesso diventano rabbia poiché “il M5S ha preso un sacco di voti facendo propaganda contro le grandi opere e oggi tradisce i suoi elettori”. Di particolare rilievo il contributo di un  esponente del Movimento NO TAP che ha portato un orientamento giusto: anche se il governo M5S-Lega ha dato il via libera ai lavori, il movimento popolare ha la possibilità di ribaltare la situazione combinando la mobilitazione popolare con le contraddizioni che emergono nel fronte pro TAP (è del 16 novembre la notizia della raffica di perquisizioni alle sedi TAP e del sequestro del cantiere che si aggiungono alle precedenti “vicende giudiziarie” che ostacolavano i lavori), in particolare indirizzare la prima per far esplodere in modo dirompente le seconde. In effetti, aggiungiamo noi, proprio la storia e l’esperienza del movimento NO TAV dimostra che la decisione di un governo è carta straccia se il governo non ha il potere e la forza di sottomettere la mobilitazione popolare; questo vale per ogni governo e a maggior ragione per quello attualmente in carica la cui nascita e la cui installazione sono diretta conseguenza della breccia che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico con le elezioni del 4 marzo. Giusto fare leva sull’indignazione e l’incazzatura per le promesse tradite, giusto incanalarle nella mobilitazione, ma è profondamente sbagliato dare per persa una battaglia che invece è ancora tutta da combattere in Puglia come in Val Susa, come in ogni altro territorio.

Mettere in campo una mobilitazione capace di spingere il M5S a rispettare le promesse elettorali, adottare misure di rottura con i poteri forti e in favore delle masse popolari introduce una questione di prospettiva che, invece, dall’assemblea è emersa con timidezza.

Una questione di prospettiva: la differenza fra governo e potere e la necessità di costruire il nuovo potere delle masse popolari organizzate nel nostro paese.

L’argomento è ampio e lo trattiamo spesso nella nostra letteratura (vedi 12). Partiamo da un concetto espresso da un compagno della redazione di Carmilla on line, ma non adeguatamente sviluppato nel suo intervento: “noi tutti che siamo qui oggi non dobbiamo essere rappresentati, perché ci rappresentiamo da soli. Siamo noi il vero governo del cambiamento; “governiamo” nel senso che diamo indicazioni per la società che vogliamo nei territori in cui viviamo”.

In questo modo il compagno centra un punto fondamentale quando sostiene che gli organismi, le organizzazioni popolari e i movimenti che danno indicazioni sulla società che vogliono si pongono come forza di governo del territorio (lo fanno oggettivamente, indipendentemente da quanto ne siano coscienti e convinti), ma confonde le idee, poiché per governare la società bisogna avere il potere, non basta “esprimere una opinione”. Questo vale, in forme e modi diversi, tanto per gli organismi, le organizzazioni popolari e i movimenti, quanto per i governi che sono nati in rottura con i poteri forti raccogliendo a livello elettorale l’insofferenza delle masse popolari per i partiti delle larghe intese (ne fu un esempio il governo Tsipras in Grecia, ne è oggi esempio il governo M5S-Lega in Italia). Senza il potere, non è possibile alcun governo alternativo del territorio e del paese. Da qui discendono alcune questioni, tutte importanti per comprendere la situazione politica del nostro paese per definire la prospettiva:

  1. Cosa è il potere? “Il potere è far fare agli altri quello che senza il tuo intervento non farebbero. Ci sono tanti modi per far fare agli altri una cosa. I genitori educano i figli con l’incitamento, la persuasione, gli ordini, l’esempio, in casi estremi con le punizioni. Gli insegnanti usano con gli alunni l’autorità che hanno convincendo e spronando, il voto. I capitalisti fanno lavorare gli operai ai loro ordini usando il salario e la minaccia del licenziamento. I carabinieri e la polizia usano arresti, armi, prigioni. Molti sono gli esempi che si potrebbero fare. Il nuovo potere, il potere delle masse popolari organizzate si serve di tutti i mezzi che le circostanze via via gli consentono di usare, per portare le masse popolari non ancora organizzate a fare fronte con i propri mezzi ai misfatti dei padroni e delle loro autorità, a rimediare ai propri malanni, a fare quello di cui hanno bisogno e che le autorità non fanno. Nel nostro paese ci sono già oggi due poteri. Uno è il potere dei capitalisti. È quello che impone la miseria, la devastazione del paese, la disoccupazione, la partecipazione alle guerre che chiama “spedizioni umanitarie” e tutti i mali di cui soffrono le masse popolari. Oggi è il potere più forte, ma è un potere malato. I capitalisti hanno paura delle masse popolari. Per sopravvivere imbrogliano e intossicano le menti e i cuori, chiamano “spedizioni umanitarie” le loro guerre. L’altro è il potere delle masse popolari organizzate e in qualche misura già aggregate attorno al partito comunista. È un potere che esiste solo dove il Partito è già abbastanza radicato. Esiste a macchie di leopardo, in punti territorialmente isolati ma che operano secondo una linea e un piano comuni. Ma la resistenza delle masse popolari al potere dei capitalisti, il terreno da cui far nascere il nostro potere, è dovunque. Il nostro potere oggi è ancora debole, ma ha già una sua influenza sul resto delle masse popolari non ancora organizzate: illumina, convince, guida, porta a fare alcune cose. Il P.CARC e il (nuovo) PCI lavorano entrambi a rafforzare questo secondo potere. Il P.CARC partendo per così dire dal basso, dalla resistenza delle masse popolari alle malefatte dei padroni. Il (n)PCI partendo per così dire dall’alto, dalla concezione comunista del mondo e dal movimento comunista internazionale. Fare la rivoluzione socialista è rafforzare questo secondo potere, a scapito del potere dei capitalisti, fino a rovesciarlo” da “I due poteri presenti nel nostro paese” – Resistenza n. 11-12/2018. Dunque il P.CARC contribuisce a rafforzare il nuovo potere raccogliendo e valorizzando tutti quelli che “hanno la falce e martello nel cuore” e tutti quelli che vogliono fare la loro parte per mettere fine al vortice di crisi, miseria, devastazione ambientale e guerra: parte dalle forze disponibili oggi (sulla base della situazione conseguente all’esaurimento della prima ondata dalla rivoluzione proletaria) e le valorizza incanalandole nella lotta per costituire un governo d’emergenza delle masse popolari organizzate. Il (n)PCI lavora a rafforzare il nuovo potere costituendosi come centro indipendente dalla borghesia (quindi nella clandestinità), agendo come centro promotore della guerra popolare rivoluzionaria che culminerà nell’instaurazione del socialismo e partendo dal movimento comunista internazionale: nel senso che da esso ha attinto il marxismo-leninismo-maoismo e l’esperienza sulla base della quale l’ha sviluppato e che lo porta alle masse popolari sia come propaganda (di come va il mondo, della linea da seguire, del socialismo, ecc.) ai lavoratori avanzati, sia come sostegno alle organizzazioni operaie e popolari alle quali indica i passi, gli appigli e le fessure che vede grazie al materialismo dialettico che ha assimilato.
  2. Come incanalare l’opposizione al governo M5S-Lega nella costruzione del nuovo potere. “Dobbiamo lottare contro l’inerzia e le malefatte del governo M5S-Lega ma per andare avanti, per allargare la breccia aperta con le elezioni di marzo nel sistema politico della Repubblica Pontificia, non per ritornare ai governi delle Larghe Intese. Il modello più chiaro della condotta che dobbiamo avere nei confronti del governo M5S-Lega è la condotta di Lenin e dei suoi nel 1917 nei confronti del Governo Provvisorio costituitosi in febbraio dopo che le dimostrazione degli operai delle grandi città e la fraternizzazione delle truppe con i dimostranti avevano portato alle dimissioni dello zar. Lenin aveva chiaro che per avere la pace, la terra e le fabbriche le masse popolari organizzate nei soviet dovevano prendere il potere e questo fu l’obiettivo del partito comunista. Il Governo Provvisorio, data la sua natura, non aveva la forza per realizzare questi obiettivi. Ma mai Lenin e i suoi si allearono con gli esponenti del potere dello zar benché anche loro fossero contro il Governo Provvisorio. Anzi quando un generale mosse le truppe verso Pietrogrado per abbattere il Governo Provvisorio, Lenin e i suoi compagni mobilitarono quella parte delle masse popolari che già li seguivano e con queste disgregarono le truppe che il generale aveva mobilitato e tennero ancora in vita il Governo Provvisorio. Il compito che Lenin e i suoi si assunsero non era di abbattere comunque il Governo Provvisorio, ma di portare la masse popolari a organizzarsi di più e a rendersi conto per loro esperienza che esse dovevano prendere il posto del Governo Provvisorio, abbatterlo in modo che ad esso subentrasse il governo delle masse popolari organizzate. La situazione in cui ci troviamo oggi noi è diversa per molti aspetti da quella in cui si trovavano Lenin e il partito dei comunisti russi. Ma lo schema che noi dobbiamo seguire è analogo. Il governo M5S-Lega non esiste grazie a Di Maio e a Salvini, tanto meno grazie a Mattarella il golpista mancato o al Vaticano, a Trump o a Putin. Si è formato perché le masse popolari indignate e insofferenti del corso delle cose imposto dai governi delle Larghe Intese, hanno via via abbandonato le abitudini elettorali ereditate e hanno votato su grande scala M5S e Lega. I comunisti, tutti quelli che sinceramente e praticamente, non con vaghe aspirazioni e sospiri, vogliono instaurare il socialismo, gli operai avanzati, tutti quelli che sono convinti a cambiare il mondo, devono organizzarsi, prendere essi stessi le misure che è possibile prendere a livello locale con le forze già riunite e imporre al governo di accettarle e potenziarle, devono promuovere l’organizzazione di quelli non ancora organizzati fino ad avere la forza sufficiente per formare un proprio governo. Questo è creare il nuovo potere, il potere delle masse popolari organizzate.

Questa è la rivoluzione socialista in corso. Che ognuno occupi il posto più avanzato che è in grado di occupare. Il Partito comunista è scuola e palestra per ogni persona decisa a impegnarsi. La nostra impresa è grande. Vi è un posto per ogni persona di buona volontà. Il contributo di ognuno è prezioso” – Da saluto del Compagno Ulisse, segretario generale del Comitato Centrale del (n)PCI alla Festa della Riscossa Popolare di Brescia.

Una riflessione sul modo di produzione che stiamo combattendo e sulla società da costruire.

Molti interventi hanno affermato la necessità di opporsi al “capitalismo estrattivo”, intendendo il modello di accumulazione di capitale attraverso la devastazione ambientale provocata dal saccheggio delle risorse naturali. Di fondo, il concetto di capitalismo estrattivo appare materia distinta dal “capitalismo finanziario” contro cui si mobilitarono su ampia scala i movimenti che a livello mondiale si affacciarono sulle piazze delle metropoli dal 2009 al 2012 (occupy wall street, gli indignados, ecc.), che a sua volta appariva come materia distinta dal “capitalismo classico”, quello in cui il plusvalore è estorto nel processo di produzione di merci (beni e servizi). Ciclicamente, università e centri di ricerca scoprono una qualche moderna “piaga” che rende “superato il capitalismo” e che provoca ingenti e “ben peggiori” effetti.

Il risvolto è che ciclicamente cambia “la causa” del disastro verso cui avanza il pianeta, cambiano “i responsabili” e si ravviva la speranza del tutto infondata che possa esistere un capitalismo migliore, una società borghese in cui la politica governa l’economia in cui chiedendo o “pretendendo” (con le buone o con le cattive) le masse popolari possano ottenere significativi miglioramenti delle condizioni di vita.

Alla base di queste teorie rispetto alla natura e alle evoluzioni del sistema economico e politico attuale, sta anzitutto la mancanza di comprensione scientifica che il capitalismo è un modo di produzione. Che cos’è un modo di produzione? E’ l’insieme dei procedimenti e delle relazioni tramite cui i lavoratori sono messi nelle condizioni necessarie per produrre e indotti lavorare. Nella società borghese è il capitalista che mette i lavoratori nelle condizioni di produrre e li induce a lavorare: li assolda in cambio di un salario, li fa lavorare e vende il prodotto del loro lavoro per valorizzare il suo capitale. Il profitto del capitalista smette di essere il motore della produzione se i lavoratori sono messi insieme e indotti a lavorare da qualcos’altro e da qualcun altro. Per questo non basta essere anticapitalisti: non basta essere contro il modo di produzione capitalista, bisogna essere per un modo diverso di produrre i beni e servizi che servono alla società per funzionare, perché una società non vive senza produzione di beni e servizi. Qual è il modo diverso di mettere insieme i lavoratori per produrre? La concezione comunista del mondo ci insegna che non si tratta di inventarlo (come facevano i socialisti utopisti: Fourier, Owen, ecc.), ma di scoprire qual è il modo di produzione di cui la società borghese stessa ha creato i presupposti. Bisogna sostituire l’azienda creata e gestita dal capitalista per aumentare il suo capitale, con l’unità produttiva costruita e gestita dai lavoratori organizzati che lavora secondo un piano pubblicamente deciso per produrre tutti e solo i beni e i servizi necessari alla vita dignitosa della popolazione (al livello di civiltà che l’umanità ha oggi raggiunto) e ai rapporti di solidarietà, di collaborazione e di scambio con gli altri paesi.

In secondo luogo queste posizioni sono frutto dell’assenza di una giusta teoria sulla crisi generale del sistema capitalista come crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale. “Per capire in modo giusto gli sviluppi della situazione bisogna partire dalla crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale che da circa 40 anni a questa parte sempre più strettamente determina il corso delle cose nel mondo. La sostanza di questa crisi consiste nel fatto che a livello mondiale e considerando tutti i settori produttivi, il capitale accumulato è tanto che, se i capitalisti lo impiegassero tutto nelle loro aziende che producono merci (beni e servizi), estrarrebbero una massa di plusvalore (quindi di profitto) inferiore a quella che estraggono impiegandone solo una parte. In un sistema di relazioni sociali capitaliste la borghesia deve valorizzare il capitale, ma, stante gli ordinamenti esistenti, la borghesia non poteva investirlo nella produzione di merci. Questo ha dato luogo a tutti gli sviluppi che constatiamo e che rientrano nei seguenti cinque campi:

– spremitura delle masse popolari (riduzione dei redditi ed eliminazione dei diritti e delle conquiste),

– finanziarizzazione dell’economia reale e sviluppo del capitale speculativo,

– ricolonizzazione dei paesi oppressi e sfruttamento dei paesi ex socialisti,

– devastazione della Terra (saccheggio delle risorse naturali, cambiamento climatico, inquinamento dell’ambiente, devastazione del territorio),

– lotta tra capitalisti ognuno dei quali cerca di ingrandirsi a spese di altri capitalisti.

Gli sviluppi in ognuno di questi cinque campi hanno come sbocco la guerra: la guerra è un effetto inevitabile del capitalismo in crisi.  

La comprensione che la crisi attuale è una crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale distingue noi comunisti dalla sinistra borghese e da quanti sono succubi della concezione borghese del mondo che essa veicola anche tra le masse popolari. Che la crisi attuale è una crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale e non una crisi per sovrapproduzione di merci (anche appiccicandole l’etichetta di “assoluta”) non è una questione nominalistica, ma di comprensione del corso delle cose e degli esiti a cui esso dà luogo, della via d’uscita dalla crisi e della linea politica da seguire.

La crisi per sovrapproduzione di merci è una crisi di squilibrio tra domanda e offerta (dovuta al carattere anarchico del modo di produzione capitalista) e trova soluzione nel movimento economico della società borghese: è lo sconquasso stesso del sistema produttivo che, riducendo la capacità produttiva, nel corso di un certo tempo crea le condizioni per la ripresa della produzione. Chi mette all’origine del marasma attuale la sovrapproduzione di merci, concentra l’attenzione sul mercato (offerta e domanda di merci) e i rimedi a cui arriva in definitiva si riducono o a interventi sull’offerta (per renderla più allettante, più profittevole: la destra) o a interventi sulla domanda (per accrescerla: i keynesiani, la sinistra).

La crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale, pur nascendo dall’economia, è una crisi che diventa generale – cioè anche politica, culturale, sociale e, per quanto riguarda la crisi attuale, ambientale – e trova la sua soluzione sul terreno politico, cioè nello sconvolgimento degli ordinamenti sociali a livello di singolo paese e del sistema di relazioni internazionali (tra paesi)” dal Comunicato della direzione Nazionale del P.CARC “Dieci tesi sulla situazione attuale e sulla tendenza alla guerra” – gennaio 2015.

In conclusione non esiste una via particolare, più efficace, una scorciatoia, per contrastare il “capitalismo estrattivo” (o quello finanziario, o quello “tradizionale”) che non sia la sostituzione del modo di produzione capitalista con un modo di produzione superiore, il socialismo. E non esiste la lotta contro “gli speculatori” che non sia lotta per eliminare la borghesia imperialista dal potere e sostituirla alla direzione della società con un’altra classe, la classe operaia alla testa delle masse popolari organizzate.

E’ certo che questa verità fa e farà alzare gli scudi a tutti quelli che, mettendo insieme un po’ di scuola di Francoforte e di operaismo con qualche pregiudizio tipico della sinistra borghese, parlano di “un altro modello di società” dove non esiste produzione industriale, progresso, sviluppo. Ma dietro quegli scudi ci sono due grossi limiti: il primo è quello di fantasticare di modelli di società minoritarie, “nicchie”, “oasi” che nulla hanno a che vedere con lo sviluppo positivo dell’umanità; il, secondo è confondere le cose con i nomi delle cose: produzione industriale, sviluppo e progresso hanno un significato distruttivo solo nella società capitalista e solo se usate al servizio degli interessi della borghesia imperialista.

La transizione dal capitalismo al comunismo attraverso l’instaurazione del socialismo è il modo diverso di mettere insieme i lavoratori per produrre e la via che le masse popolari devono intraprendere per fermare il catastrofico corso delle cose, i cui presupposti sono stati creati dal capitalismo stesso. Sono tre i pilastri della società socialista che riassumono il progresso e lo sviluppo di cui l’umanità ha bisogno:

– la dittatura del proletariato (finché sarà necessario che lo Stato esista, esso deve essere nelle mani della parte più avanzata e organizzata dei lavoratori che creerà istituzioni e procedure adeguate a reprimere i tentativi di rivincita della borghesia imperialista e del clero, a garantire il funzionamento collettivo della società, a promuovere su scala sempre più larga la partecipazione delle masse popolari alle attività da cui le classi dominanti le hanno da sempre escluse e che quindi oggi esse non sono già in massa capaci di esercitare. Questo è la democrazia proletaria, un ordinamento che supera la democrazia borghese ed è uno scandalo per quelli che credono nella democrazia borghese);

– la proprietà collettiva dei mezzi di produzione (l’apparato economico del paese, l’uso delle risorse naturali e delle infrastrutture, la produzione e la distribuzione di beni e servizi devono essere gestiti secondo un piano pubblicamente approvato e volto a soddisfare i bisogni individuali e collettivi della popolazione. Quindi le aziende, le infrastrutture e le reti, le risorse naturali impiegate nella produzione, ecc. devono essere per l’essenziale pubbliche: le forze produttive, salvo la forza-lavoro individuale, devono cioè essere proprietà pubblica e devono essere fatte funzionare in ogni paese secondo un piano nazionale coordinato quanto più via via sarà possibile con quello degli altri paesi. In Italia, ad esempio, aziende come la FCA, l’Ilva, la Piaggio, le banche e le assicurazioni e tutte le altre principali aziende capitaliste devono essere immediatamente nazionalizzate, espropriandole ai capitalisti e alle società finanziarie);

– la crescente partecipazione delle masse popolari alla gestione della società (promuovere la massima partecipazione della massa della popolazione, in particolare delle classi finora escluse, alla gestione della vita sociale, alle attività politiche, culturali, sportive e ricreative).

Una conclusione. L’assemblea del 17 novembre ha raccolto una parte combattiva e organizzata delle masse popolari del nostro paese, in molti casi con una storia e una esperienza che rappresentano il punto avanzato della mobilitazione popolare degli ultimi anni (e in alcuni casi decenni: la resistenza alla repressione del movimento NO TAV è un esempio per tutti), le manifestazioni dell’8 dicembre e del 23 marzo sono l’occasione per rafforzare e allargare il fronte per imporre la nuova governabilità dal basso del paese.

La questione della costituzione di un governo che affermi gli interessi delle masse popolari contro quelli dei capitalisti e degli speculatori e che sia la scuola pratica attraverso cui le masse popolari organizzate imparano a diventare classe dirigente del paese e della società è una necessità storica, non una contingenza passeggera.

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