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Presentazione degli articoli
Diffondiamo e consigliamo lo studio di questi due articoli pubblicati su Le Monde Diplomatique di luglio e di ottobre 2018: “L’investitore non vota” e “Lo scenario di un braccio di ferro con i mercati”, di Renaud Lambert e Sylvain Leder. Lo facciamo per tre principali motivi:

1. in essi viene fatta una “denuncia informata” del funzionamento del sistema finanziario della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, USA e sionisti e, soprattutto, dell’azione che essa svolge attraverso le sue istituzioni (FMI, BCE, l’UE, ecc.) e strumenti come “l’aumento dello spread” e il non acquisto di titoli di Stato (e in casi come il Venezuela, la Corea del Nord, Cuba, Iran e altri “Stati canaglia” con l’embargo, le sanzioni economiche, le aggressioni militari) per cercare di condizionare e indirizzare i governi dei vari paesi in modo confacente al processo di valorizzazione del capitale dei gruppi imperialisti che la compongono (in particolare dei gruppi imperialisti USA e franco-tedeschi che in essa “fanno la parte dei leoni” e che, allo stesso tempo, sono tra loro sempre più ai “ferri corti”). Lo studio degli articoli sicuramente sarà istruttivo per quanti vogliono comprendere meglio il funzionamento del sistema finanziario internazionale e l’azione svolta dalla Comunità Internazionale;

2. il tema centrale dei due articoli è la lotta contro l’asservimento nazionale (economico e politico) al sistema finanziario della Comunità Internazionale, lotta che forse il governo M5S-Lega si appresta a sostenere. Gli autori degli articoli mostrano come esponenti della sinistra borghese, desiderosi e amanti della sovranità nazionale del proprio paese, immaginano che un governo borghese possa emanciparsi da quell’asservimento e affermare la sovranità nazionale.

A differenza di altri esponenti della sinistra borghese, gli autori degli articoli partono dal presupposto che per rompere con l’asservimento nazionale occorre un governo, che non esistono “scorciatoie” e non basta moltiplicare le lotte rivendicative, radicalizzarle ed estenderle e avere (conquistare attraverso le elezioni) in Parlamento una “sponda politica” che raccoglie e sostiene queste lotte e rivendicazioni. Ci vuole un governo autorevole e deciso ad andare fino in fondo, anche adottando misure come la nazionalizzazione di (alcune) banche e aziende capitaliste, la reintroduzione di restrizioni al libero movimento dei capitali e alla libertà d’azione delle banche (per contrastare la fuga di capitali, limitare le somme che i privati possono ritirare agli sportelli della loro banca), i prestiti forzosi presso banche e compagnie di assicurazione, le epurazioni di dirigenti della Pubblica Amministrazione, ecc. Queste e altre sono le misure che gli autori indicano nella loro “simulata” di un ipotetico governo francese in rottura con la Comunità Internazionale e protagonista di un “combattimento” a colpi di misure e contro-misure economiche e politiche;

3. gli articoli sono utili e istruttivi però anche per gli errori di concezione del mondo (e quindi di linea politica che ne discendono) degli autori, i quali però riconoscono che nei loro ragionamenti ci sono dei limiti che non sanno come superare. Li indichiamo:

a) gli autori danno per scontate cose che non lo sono e che non sono di poco conto: la lealtà delle Forze Armate e del grosso dei funzionari statali, l’opposizione solo economica e finanziaria da parte dei capitalisti (quindi che essi si attengano a leggi e alle direttive delle autorità), ecc. Il loro ragionamento, infatti, mette al centro l’aspetto nazionale e la lotta contro le forze della Comunità Internazionale esterne al paese (i gruppi imperialisti degli altri paesi), senza considerare che in ogni paese imperialista ci sono classi antagoniste e due campi contrapposti (quello delle masse popolari e quello della borghesia imperialista), che la borghesia imperialista di un paese per valorizzare il proprio capitale deve sfruttare le masse popolari e che essa è parte integrante della Comunità Internazionale. Costituisce quindi la “quinta colonna” contro cui lottare, il nemico principale contro cui combattere per spezzare realmente le catene: essa opporrà una furiosa resistenza e metterà in campo una sistematica opera di sabotaggio dell’azione del governo, ricorrendo a tutte le forze e a tutti i mezzi a sua disposizione;

b) “gli autori sono ben coscienti che le loro proposte si scontrano con un paradosso: come preparare la popolazione alla lotta che il governo si appresta ad affrontare [contro la Comunità Internazionale (CI) dei gruppi imperialisti europei, USA e sionisti, ndr] e alle fatiche che essa comporta senza provocare l’ira dei mercati e la catastrofe economica alla quale questa può condurre… prima ancora di essere arrivati al potere?”. Questa nota, presente in calce al secondo articolo, sintetizza bene un secondo limite di concezione degli autori. Essi, infatti, non concepiscono l’organizzazione delle masse popolari (innanzitutto nelle aziende capitaliste e nelle aziende pubbliche) come l’aspetto fondamentale di tutto il processo di lotta contro la Comunità Internazionale e per la sovranità nazionale, la forza principale su cui deve poggiare la lotta per l’affermazione di un governo come quello che essi indicano e, anche, per l’attuazione delle sue misure di emergenza. Il governo solo se poggia su una fitta rete di organizzazioni di azienda (aspetto principale) e territoriali può restare in piedi, contrastare sabotaggi e boicottaggi e dare continuità alla produzione e distribuzione dei beni e servizi necessari per la vita corrente. Solo se le aziende continuano a produrre e la distribuzione dei beni e servizi prosegue, il paese può continuare a funzionare: senza questa continuità parlare di sovranità nazionale è una pia illusione. 

Per approfondire la comprensione del funzionamento del sistema finanziario internazionale e l’azione svolta dalla Comunità Internazionale consigliamo lo studio dell’articolo del (n)PCI “La lezione della Grecia” (La Voce n.50). Mentre per un bilancio del governo Tspiras, per le lezioni tratte da quella esperienza e per una sintesi delle misure che deve adottare e dei mezzi di cui deve dotarsi un governo che vuol rompere con la Comunità Internazionale, consigliamo l’articolo “Risposte ad alcune lettere alla redazione” (La Voce n.49). Lo studio di questi articoli permette di approfondire quanto trattato nei due articoli de Le Monde Diplomatique che qui proponiamo, valorizzandone gli aspetti positivi e, allo stesso tempo, superando gli errori politici in essi contenuti. 

Buono studio!
Conoscere la realtà per trasformarla!

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Le Monde diplomatique LUGLIO/AGOSTO 2018 pag. 14

IN ITALIA, IN TURCHIA, COME ALTROVE, I GOVERNI SI INCHINANO AL MERCATO

L’investitore non vota

È una scena già vista più volte. Un governo – sia esso progressista o reazionario – prende una decisione in contrasto con i dettami della finanza. I mercati minacciano, il potere politico rinuncia, i mass media applaudono. La crisi italiana ha dimostrato come il «cerchio della ragione» neoliberista assomigli sempre più a un cappio attorno al collo dell’elettore

RENAUD LAMBERT e SYLVAIN LEDER *

* Professore di Scienze economiche e sociali, ha partecipato alla curatela del Manuel d’économie critique de Le Monde diplomatique, 2016.

Gli europei lo hanno appena riscoperto: uno degli attori più influenti delle proprie democrazie è poco interessato dalle urne. Il suo nome? «Investitore». Nel mese di maggio 2018, il presidente italiano Sergio Mattarella ha, per qualche istante, gettato il proprio paese in un baratro per aver rifiutato la nomina di Paolo Savona alla carica di ministro dell’economia. Quest’ultimo aveva il sostegno dei due partiti incaricati di formare un governo, la Lega (estrema destra) e il Movimento 5Stelle («antisistema»)… ma non aveva a cuore l’Unione europea. «La nomina del ministro dell’economia costituisce sempre un messaggio immediato di fiducia o di allarme per gli operatori economici e finanziari», giustificava il capo dello Stato, nel proprio discorso del 27 maggio. L’investitore riverisce l’Unione, configurata in modo tale da ricompensarlo esponenzialmente.

Poiché il nome di Savona faceva piombare sull’Italia la minaccia della collera dei mercati, Lega e Movimento 5Stelle avrebbero riesaminato la proposta. E, in caso di mancato raggiungimento dell’obiettivo – precisava il commissario europeo per il bilancio, Günther Oettinger –, gli italiani sarebbero tornati alle urne, più consapevoli: «Gli sviluppi per l’economia dell’Italia potrebbero essere così drastici da diventare un possibile monito per gli elettori a non scegliere i populisti di destra e di sinistra». Non è stato necessario. Meno di una settimana dopo, la coalizione proponeva un nuovo candidato per l’incarico di ministro dell’economia, apparentemente più compatibile con il progetto europeo. Agli occhi degli investitori, l’euroscettico Savona si trovava relegato a un ruolo secondario, quello di ministro per gli affari europei…

Gli italiani avevano appena evitato il peggio o avevano ingigantito la minaccia? In altre parole: è possibile intraprendere un braccio di ferro con i mercati finanziari e vincerlo? È quanto ha recentemente tentato di fare il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, nel corso di una scaramuccia prodiga di insegnamenti.

Esigenze contraddittorie

Proviamo a immaginare una scala graduata della determinazione politica, in cui l’ex presidente francese François Hollande rappresenta uno dei poli; Erdoğan occuperebbe l’estremo opposto. Da un lato la consistenza del budino, dall’altro la durezza dell’acciaio. Purga dei dissidenti, arresti discrezionali, irritabilità geopolitica: il capo di Stato turco dimostra una determinazione rara. Tra le diverse tattiche di movimentazione delle truppe, la ritirata strategica non è certo la sua manovra preferita. Eppure, è appena stato costretto a un umiliante passo indietro sulla questione dei tassi di interesse.

Così come il nord, verso cui punta l’ago della bussola, determina la struttura dello spazio, i tassi di interesse adottati dalla banca centrale di un paese – detti tassi ufficiali di riferimento – ne organizzano il campo economico. Da questi ultimi dipende la maggior parte degli altri tassi di interesse dell’economia, in particolare quelli che gli istituti privati propongono a famiglie e aziende. Quando la banca centrale riduce il proprio tasso di riferimento, facilita l’accesso al credito, stimolando così l’investimento delle società e il consumo delle famiglie, insomma, l’insieme dell’attività. Una simile politica può anche portare all’aumento dell’inflazione se la crescita del consumo e dell’investimento non è accompagnata da un contestuale aumento della produzione di beni e di servizi sul territorio. Per gli investitori in valuta, il tasso di riferimento di una banca centrale permette soprattutto di calcolare i profitti che possono aspettarsi dai propri investimenti. Gli speculatori vanno pazzi per l’operazione che consiste nell’indebitarsi in una valuta e collocare il capitale ottenuto in prestito in un’altra valuta con alto tasso di interesse (carry trade). Un esempio: all’inizio di giugno 2018, la banca centrale statunitense (Federal reserve) pratica un tasso di riferimento del 2% circa, permettendo a un investitore di ottenere 1 milione di dollari a un costo di 20.000 dollari l’anno. Il beneficiario di questo prestito può convertire le banconote verdi in lire turche, approfittando così di un investimento sottoposto al tasso di riferimento turco: il 15% (1).

Potremmo interrogarci sull’interesse di ricompensare in questo modo i turisti del mercato valutario. Nell’ambito di un’economia finanziarizzata, quest’operazione è determinante poiché l’afflusso di dollari è uno dei pochi modi di riportare in equilibrio i conti del paese. Quelli della Turchia soffrono di un disequilibrio strutturale legato ai bisogni energetici del paese: il petrolio e il gas che consuma – provenienti dall’estero – gravano sulla sua bilancia commerciale. Ovvero, Ankara dipende dalle valute portate dagli investitori.

Come la maggior parte dei paesi emergenti (Sudafrica, Brasile, Indonesia…), la Turchia deve fare i conti con esigenze contraddittorie. Quelle degli investitori, poco inclini a transigere sull’entità dei profitti desiderati e da sedurre attraverso tassi d’interesse gonfiati con gli anabolizzanti. Quelle dell’economia produttiva, che deve poter accedere a crediti sufficientemente convenienti per non far schizzare alle stelle i costi della produzione o per facilitare il consumo delle famiglie e l’accesso alla casa. Quindi, un tasso di riferimento ridotto, che limita i profitti degli speculatori…

In questo scontro, spesso gli investitori possono contare su un alleato influente: la banca centrale stessa. Ormai, l’imperativo della sua «indipendenza » si è imposto in molti dei paesi in questione con il pretesto di allontanare la politica monetaria – l’orientamento del valore monetario e dei tassi di interesse del paese – dalle mani dei dirigenti politici, troppo spesso portati dai processi elettorali a soddisfare i bisogni dei propri elettori, facilitando l’accesso al credito (riduzione dei tassi di interesse) o aumentando la produzione della zecca (con conseguente aumento dell’inflazione). Una «deriva demagogica» che gli ideologi neoliberisti (monetaristi) – politicamente vincitori a partire dalla fine degli anni 1970 – hanno ostacolato, sottomettendo le banche centrali indipendenti ai propri desideri: tassi di interesse elevati e, soprattutto, lotta contro l’inflazione che rosicchia il valore del gruzzolo dei più ricchi poiché riduce il valore del denaro.

Da un po’ di tempo, il presidente turco aveva lasciato intendere che, per lui, l’economia turca doveva adattarsi alle esigenze dell’economia produttiva e a quelle dell’islam, che condanna l’usura. Il suo progetto consisteva nella riduzione del tasso di riferimento. Condividendo il loro sgomento, il Financial Times riferisce che «gli investitori stranieri speravano che Erdoğan approfittasse della visita a Londra [nel mese di maggio 2018] per rassicurarli (2)». Errore. Il presidente turco, intervenendo su Bloomberg TV il 15 maggio, ha confermato che a suo parere gli elevati tassi di interesse costituivano «l’origine dei problemi, non la loro soluzione» e che una vittoria alle elezioni anticipate del 24 giugno gli avrebbe permesso di riprendere il controllo sulla politica monetaria del paese.

Fino a quel momento, la natura repressiva del regime di Erdoğan non aveva tolto neanche una notte di sonno ai mercati finanziari. Tuttavia, stando all’analisi di un consulente finanziario interpellato dal Financial Times , le sue dichiarazioni su Bloomberg TV hanno segnato «una svolta»: «Per molto tempo, gli investitori avevano immaginato che il governo fosse loro favorevole» (24 maggio). Martin Wolf, editorialista economico del giornale della City, preoccupato dalla pretesa di un dirigente politico di appropriarsi degli strumenti monetari – «decisione arbitraria» –, lo invitava a «dimostrare (…) di [poter] guidare la Turchia in maniera adeguata» (25 maggio). «Adeguata», ovverossia, in armonia con i desideri degli investitori. «Questo può infastidire qualcuno, ma sono coloro che guidano lo Stato a render conto ai cittadini», aveva sostenuto Erdoğan su Bloomberg TV, per giustificare le restrizioni all’indipendenza di una banca centrale insensibile ai bisogni degli elettori.

Il presidente turco non aveva fatto in tempo a riconsegnare il microfono ai tecnici di Bloomberg, che sopraggiungeva la catastrofe… Il giorno stesso, gli investitori si erano ritirati dal mercato stambuliota, provocando un crollo del valore della lira turca di circa il 20% in un mese. Le importazioni sono diventate meccanicamente più care (poiché servono più lire per ottenere la stessa quantità di dollari), e il costo della vita è salito vertiginosamente. La fuga degli investitori, inoltre, priva la Turchia dei fondi stranieri di cui ha bisogno per mantenere le promesse fatte al resto del mondo, soprattutto onorando i debiti pubblici e privati (quelli delle imprese ammontano a cifre colossali). A poche settimane dallo scrutinio elettorale, nel cielo turco si accumulano pericolose nubi di tempesta. L’uomo forte della destra nazionalista turca cede, accettando un primo aumento del tasso di riferimento turco dal 13,5% al 16,5%, il 24 maggio, e poi al 17,75% il 7 giugno.

L’Italia, paese membro della zona euro, è meno esposta della Turchia alle fluttuazioni del mercato dei cambi, pur mostrando delle vulnerabilità di fronte alle pressioni della finanza. L’arteria che gli investitori hanno individuato nei «partner» europei contro cui puntare un’affilata lama porta il nome di spread.

A partire dagli anni 1970, e sotto l’influenza dei monetaristi, gli Stati hanno smesso di finanziarsi attraverso le proprie banche centrali (meccanismo accusato di incentivare l’inflazione) e ridotto la tassazione, in particolare sui redditi elevati. Da allora, hanno ottenuto la liquidità necessaria presso gli investitori, emettendo buoni del Tesoro oppure obbligazioni. Insomma, titoli di debito dello Stato. Questi titoli vengono scambiati in due modalità distinte. Sul mercato finanziario primario, lo Stato «emette» le proprie obbligazioni, che presentano un valore e un tasso di interesse fissato dal rendimento. Per un valore di 100 euro, un tasso di interesse del 3% offre un profitto, detto «cedola», di 3 euro all’anno.

Ma è raro che gli investitori conservino i titoli fino alla scadenza (dai due ai cinquant’anni a seconda dei titoli). Lo scambio prima della scadenza viene effettuato sul mercato finanziario secondario. Se un titolo di Stato è particolarmente richiesto, acquisisce valore: da un valore di emissione di 100 euro, può passare a un valore di 150 euro. In caso contrario viene svalutato. La cedola, invece, non cambia. In compenso corrisponde a una percentuale variabile a seconda del valore attribuito: 3 euro rappresentano il 3% di 100 euro ma, se il titolo crolla a 60 euro, la stessa cedola di 3 euro rappresenta il 5% del nuovo valore. Parliamo, in questo caso, di variazione del tasso di interesse: se quest’ultimo cresce, allora il titolo è in difficoltà.

Già lo aveva detto Canuto il Grande…

Gli investitori, per calcolare l’appetibilità delle diverse obbligazioni, le confrontano tutte con titoli analoghi, considerati «forti», perché privi di rischi. Nell’ambito del debito europeo, si esaminano quindi i tassi di interesse di diversi titoli in relazione a quelli emessi dalla Germania, considerato il paese che offre le maggiori garanzie di solvibilità. Più aumenta il tasso di interesse dei titoli italiani, più questi ultimi si discostano dalle obbligazioni tedesche, e tra i due debiti aumenta il divario, misurato a sua volta in punti percentuali. In inglese, divario si dice spread… e gli investitori parlano inglese. In altri termini, più cresce lo spread, più i tassi di interesse applicati sul mercato primario, all’emissione di nuovi debiti, dovranno essere elevati, affinché gli investitori non abbandonino le nuove obbligazioni per rivolgersi a quelle che circolano sul mercato secondario.

Tra aprile e maggio 2018, lo spread italiano (la differenza tra i tassi di interesse richiesti dagli investitori per acquistare i titoli emessi su dieci anni da Berlino e Roma) è raddoppiato. Ora, l’Italia registra un indebitamento consistente, superiore al 130% del prodotto interno lordo (Pil). Dal momento che il paese, al pari degli altri, non è in grado di rimborsare subito e fino all’ultimo centesimo, deve procedere al «rigiro» del debito, emettendo regolarmente nuovi titoli per rimborsare i precedenti acquirenti. La crescita dello spread si rivela quindi abbastanza onerosa da convincere le élite politiche ad acquietare i mercati nel minor tempo possibile. Ecco spiegata la scelta del presidente italiano…

In un editoriale del 24 maggio, il Financial Times si rallegrava della decisione del presidente turco «di abdicare»: «Recep Tayyip Erdoğan (…) ha appena tratto un doloroso insegnamento, ben noto già a Canuto il Grande, sovrano d’Inghilterra nel XI secolo. Si narra che quest’ultimo si fosse seduto davanti alla marea crescente per dimostrare agli adulatori da cui era circondato che non poteva regnare sul mare. Allo stesso modo, Erdoğan ha imparato che non potrà assoggettare la marea della finanza globalizzata.» Di fronte a una simile forza, «qualsiasi dirigente politico assennato adatterà la propria politica».

«A meno che non intenda metter fine al finanziamento dello Stato sui mercati», dovremmo aggiungere. Per ora, né la Lega, né il Movimento 5Stelle, né la destra nazionalista turca hanno in mente di abbracciare questo progetto. Eppure, non sempre i mercati hanno imposto il proprio punto di vista: il presidente statunitense Richard Nixon, per esempio, ha tenuto loro testa nel 1971, quando ha deciso di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Quello che era possibile ieri è possibile anche oggi; e altre forze politiche – perché no, progressiste – potrebbero riportare a galla quelle ambizioni. Ma liberare la democrazia dal potere degli investitori implicherà l’apertura di un conflitto di inaudita violenza, di cui bisogna considerare bene le conseguenze. Prima di prepararsi a scendere in campo.

Note

(1) Da cui, comunque, bisogna detrarre il tasso di inflazione e il costo del cambio.

(2) Laura Pitel, Benedict Mander, Jonathan Wheatley e Roger Blitz, «Turkish lira leads broad sell-off in emerging market currencies», Financial Times, Londra, 15 maggio 2018.

(Traduzione di Alice Campetti)

 

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OTTOBRE 2018 Le Monde diplomatique – ed. italiana di il manifesto

SE UN GOVERNO VOLESSE DAVVERO CAMBIARE LE COSE…

Lo scenario di un braccio di ferro con i mercati

Dopo un primo articolo che analizzava il controllo della finanza sugli Stati (“L’investitore non vota”, luglio 2018), questa seconda puntata si interessa alla maniera di resistervi. Con la tecnica della simulazione, immagina una crisi profonda che porta una popolazione a impegnarsi nella lotta, per poi proporre una strategia che apre a prospettive di emancipazione, senza tuttavia ignorarne i costi.

RENAUD LAMBERT e SYLVAIN LEDER *

* Professore di scienze economiche e sociali (Ses), ha partecipato al coordinamento del Manuel d’économie critique de Le Monde diplomatique, 2016.

Nel dicembre 1997, l’allora direttore de Le Monde diplomatique Ignacio Ramonet lanciava l’appello a “disarmare i mercati”. A distanza di quasi ventuno anni, l’antagonismo tra finanza e sovranità popolare non è scomparso, come testimoniano le recenti convulsioni italiane, turche e argentine (1). Al di là delle proposte formulate nel 1997, rimane aperta una questione: come andare avanti? Se si sceglie di non rispondere, ci si espone a due minacce: la sindrome di Edipo e lo spettro di Medusa.

Nella mitologia greca, Edipo incarna un’illusione: quella di poter sfuggire al proprio destino. Quando la Pizia gli annuncia che ucciderà suo padre e sposerà sua madre, l’eroe fugge da Corinto, accelerando in tal modo l’avverarsi della profezia. Da tempo gli economisti di sinistra avvertivano: quando e se il loro campo politico fosse arrivato al potere e avesse preteso di attuare il proprio programma, la “dittatura dei mercati” lo avrebbe messo meccanicamente di fronte alla necessità di uno scontro. Tentare di ignorare questa realtà o spostare la riflessione sulle sue conseguenze – per non allarmare i mercati, per esempio – è l’equivalente contemporaneo della fuga edipica. Accelera la tragedia, come ha evidenziato, nel 2015, l’improvvisa capitolazione della formazione greca Syriza.

C’è un secondo scoglio, simboleggiato da un altro personaggio della mitologia greca: Medusa, che pietrificava chiunque avesse l’audacia di incrociarne lo sguardo. Diverse organizzazioni politiche e associazioni dispiegano preziose analisi per descrivere la Gorgone finanziaria. Ma al momento di immaginare un metodo per sconfiggerla, tutti sembrano colti da imbarazzo. Un recente saggio dell’Associazione per la tassazione delle transazioni finanziarie e per l’azione cittadina (Attac) intitolato Dix ans après la crise, prenons le contrôle de la finance (Dieci anni dopo la crisi, assumiamo il controllo della finanza, Les liens qui libèrent, 2018), che si presenta come un “libro per l’azione”, spiega nei dettagli come la finanza abbia preso in ostaggio il mondo al momento del crollo dei mercati, nel 2008. Ma quando si arriva alla parte dedicata alle azioni da intraprendere per scardinare il sistema, gli autori lasciano cadere lo scalpello per far posto a una sorta di polvere di stelle: “Sogniamo un po’”, propongono, prima di tratteggiare la loro “utopia rea-listica”… in forma passiva: “Il peso degli investitori istituzionali viene ridotto”, “gli hedge funds sono vietati”, “la strategia di breve termine dei mercati finanziari viene abbandonata ”, “viene attuata una ristrutturazione dei debiti nel quadro di una conferenza internazionale sul debito”. Medusa minaccia; Medusa è morta. Chi l’ha uccisa e come? Al lettore non è dato saperlo.

E se Edipo non fuggisse? Se la sinistra osasse fissare il proprio sguardo in quello dell’avversario? Ci si potrebbe rivolgere alla storia per meditare su vittorie ottenute, in passato, contro i mercati; ce ne sono state. Ma il passato, pur fornendo ragioni di speranza, non dà ricette adatte allo stato attuale dei rapporti di forza. Gli investitori sembrano aver moltiplicato per dieci la propria capacità di nuocere a ogni crisi che hanno provocato. E questo, a proposito dei successi di ieri, suscita la domanda: ciò che è stato possibile, continua a esserlo?

Un contesto politico ideale

Scegliamo qui un esercizio di immaginazione, che permette di isolare le variabili per concentrare il ragionamento sul conflitto con i mercati. Tratteggiamo un contesto politico ideale. Per esempio il seguente.

A causa di una crisi di grande portata, il paesaggio politico francese vacilla. La popolazione vuole voltare pagina rispetto al neoliberismo; elegge una persona determinata a farlo e le garantisce una comoda maggioranza in Parlamento. La squadra di governo può contare su una formazione politica matura, con quadri competenti e in numero sufficiente per poter sostituire gli alti funzionari recalcitranti al cambiamento. Nelle strade, la mobilitazione popolare, massiccia e festosa, fa da argine contro le manovre della reazione. I media privati, screditati, non riescono a giocare un ruolo di opposizione: la loro animosità nei confronti del potere conforta la determinazione della popolazione. Polizia ed esercito, dal canto loro, si attengono a un criterio di legalità, che scongiura la prospettiva di un colpo di Stato.

Un’atmosfera da cartolina, quando normalmente la realtà registra una lotta all’ultimo coltello? Certo. Eppure, malgrado questo scenario idilliaco (2), le forze progressiste dovranno impegnarsi in un conflitto di rara violenza. Infatti, la semplice volontà di mantenere le promesse elettorali equivale già a una dichiarazione di guerra: “Un leader progressista che si mostrasse determinato scatenerebbe immediatamente la reazione ostile dei mercati, e più in generale di tutte le forze del capitale, analizza l’economista e filosofo Frédéric Lordon. Reazione che lo costringerebbe a partire in quarta, in una escalation foriera di misure molto radicali, a meno di “capitolare””. La battaglia contro i mercati ha un costo – lo si vedrà in seguito – , ma rende possibili le trasformazioni in precedenza interdette dall’oligarchia finanziaria: fine della precarietà, della corsa alla produttività, dello sfruttamento sconsiderato delle risorse naturali, del consumo frenetico, del cocktail quotidiano di stress e sostanze psicotrope, delle diseguaglianze abissali… “Si tratta di misurare bene, precisa Lordon, il livello di ostilità al quale ci si espone, e di capire che una volta lanciati non ci si può fermare. Non sono possibili approcci gradualisti.

Per portare avanti questo esercizio di simulazione, ci affidiamo a tre muse poco disposte alla cautela in tempo di tempesta: Frédéric Lordon, che abbiamo appena presentato; Jacques Nikonoff, professore associato all’Istituto di studi europei dell’università Paris VIII, ex allievo dell’École nationale d’administration (Ena), già rappresentante della Caisse des dépôts et consignations (Cassa depositi e prestiti) negli Stati uniti e attaché finanziario per il Tesoro a New York; e Dominique Plihon, professore di economia finanziaria all’università Paris-XIII (3).

Le elezioni presidenziali e legislative hanno provocato la reazione dei mercati: lo spread (4) francese sale e gli investitori disertano i titoli della Francia. I grandi patrimoni, allarmati dalla promessa di Parigi di farla finita con l’ordine neoliberista, cercano di portar via una parte delle loro fortune. L’abbandono degli investitori e la fuga dei capitali si ripercuotono sulla bilancia dei pagamenti, mettendo in pericolo la solvibilità dello Stato.

A quel punto entra in scena l’Unione europea. Sul piano politico, la Commissione europea moltiplica le dichiarazioni che ricordano quella del suo presidente Jean-Claude Juncker nel 2015: “Non ci possono essere scelte democratiche contro i trattati europei ” (Le Figaro, 29 gennaio 2015). L’ordine di battere in ritirata è accompagnato da minacce di sanzioni per il mancato rispetto dei criteri di “buona condotta” fissati dal patto di stabilità e di crescita europeo adottato nel 1997: un deficit pubblico inferiore al 3% del prodotto interno lordo (Pil) e un livello di indebitamento che non superi il 60% del Pil. Siccome la Francia non è la Grecia, presto la crisi arriva a minacciare l’insieme dei paesi dell’eurozona. La situazione diventa praticamente insostenibile.

A questo punto, la Francia assomiglia a un colabrodo: gli euro escono dal territorio da ogni possibile apertura. In un regime di libera circolazione dei capitali (garantita dai trattati europei), le possibilità di fuga sono numerose. Tre, in particolare, richiedono una reazione più rapida di quella autorizzata dal ritmo normale delle procedure legislative: occorrerà dunque procedere a colpi di decreti.

In primo luogo la hot money, gli investimenti speculativi a breve termine. Capitali che svolazzano da un’occasione di investimento all’altra. Spaventati dall’orientamento politico di Parigi, fuggono dal territorio francese alla velocità dell’elettronica ed esauriscono le riserve in valuta del paese. Soluzione? “Un sistema detto “deposito”, come quello utilizzato dalla Malaysia durante la crisi del 1997-1998”, propone Lordon. Lo strumento impone ai capitali in ingresso o già presenti sul territorio dello Stato un deposito di garanzia (dell’ordine di un terzo) che viene restituito solo a certe condizioni: un tempo minimo di presenza sul territorio (per esempio, un anno, contro le poche decine di minuti – in media – di oggi), il che limita le attività speculative senza ostacolare investimenti produttivi, esportazioni e importazioni.

Secondo vettore di fuga dei capitali: le frontiere. I patrimoni dei più ricchi le valicano in modo massiccio. C’è un modo per trattenerli: fa parte della scatola degli attrezzi per il controllo dei capitali, che solo a evocarla provoca crisi di apoplessia in certe redazioni. Eppure, “questi meccanismi furono utilizzati in Francia fra il 1939 e il 1967, e poi fra il 1968 e il 1989”, ricorda Nikonoff. È successo anche in Argentina durante la crisi del 2001. Si tratta di reintrodurre il contingentamento: la regola, semplice, limita le somme che i privati possono ritirare agli sportelli della loro banca. E disciplina anche le richieste di valuta da parte delle imprese e delle famiglie in funzione del loro utilizzo futuro.

Il terzo elemento che minaccia di rovinare l’economia francese si riferisce al debito. “La prima cosa da fare è annunciare una moratoria sul pagamento del debito”, pensa Nikonoff. “Questo offre l’occasione di lanciare un audit presso i cittadini, simile a quello organizzato dal Collectif pour un audit citoyen de la dette publique [Cac, Collettivo per un audit popolare del debito pubblico] nel 2014, aggiunge Plihon. L’assemblea, formata da cittadini, eletti, rappresentanti della società, dimostra che l’esplosione del debito, passato dal 60% al 100% del Pil fra il 2008 e il 2018, deriva in gran parte dalla crisi finanziaria. Si stabilisce dunque che una parte importante del debito non è legittima. In altre parole, i cittadini del paese non devono rimborsarla. ” Nel 2014, le analisi del Cac avevano stimato che il 59% dell’ammontare attuale del debito non doveva essere rimborsato.

A questo punto l’esercizio di immaginazione si complica: “Una moratoria sul debito francese, superiore ai 2.000 miliardi di euro, provocherebbe immediatamente una crisi sistemica importante, avverte Lordon, pur senza consigliare di rinunciarvi. Tutti gli investitori internazionali (e nazionali) esposti al rischio sovrano francese ne sarebbero destabilizzati. Sarebbe il panico a tutti i livelli, e diverse banche crollerebbero”. Che fare allora in queste condizioni? L’economista indica almeno due strade: “Avvertire abbastanza tempestivamente che la Francia onorerà gli impegni presso i suoi creditori, a delle condizioni che fisserà in modo sovrano e senza contrattare nuovi debiti sui mercati. Oppure lasciare arrivare il caos e approfittarne: raccattando con il cucchiaio le banche fallite, per… 0 euro”.

In uno scenario di scontro con i mercati, quest’opzione consente di organizzare la transizione verso un sistema socialista del credito. “La cosa più importante, continua Nikonoff, è che, d’improvviso, il rapporto di forze è stato invertito: non è più lo Stato a subire la pressione degli investitori, ma il contrario. E a quel punto il primo è in grado di creare incertezza nel campo dei secondi, dividendoli – è un punto cruciale, per evitare l’emergere di un fronte unito.” In che modo? “Annunciando, ad esempio, che alcuni attori verranno rimborsati e altri no. E sulla base di tassi la cui entità il potere politico si riserva di decidere…

Ci vuole un po’ di ruvidezza”

Una volta tappato il colabrodo francese gli euro non escono più; ma nemmeno entrano, perché gli investitori non hanno intenzione di investire in un paese che non potrebbero più lasciare. La moratoria ha offerto un margine di manovra finanziaria a Parigi, ma questa non basta a colmare il deficit primario del paese (lo scarto fra le entrate e le spese della pubblica amministrazione). Nel 2017, le somme destinate al pagamento degli interessi sul debito ammontavano a 42 miliardi di euro: il disavanzo primario, a ulteriori 15 miliardi. Occorre dunque trovare le liquidità necessarie a pagare i funzionari, far funzionare le scuole ecc. In altri termini, allentare il cappio dei mercati “implica immaginare un modo di finanziamento dello Stato che non passi più per i mercati stessi, riassume Lordon. Sembra una logica elementare… visto che si cerca appunto di liberarsene”.

In un primo momento, Parigi può rivolgersi alla Banca centrale europea [Bce] per chiederle di comprare titoli del debito”, suggerisce Plihon. Tentativo vano: come previsto, Francoforte respinge la richiesta, contraria allo statuto dell’istituzione. “In questo caso la Francia si rivolge alla banca centrale nazionale, spiegando il proprio rifiuto del diktat della Bce”, conclude l’economista.

A lungo gli Stati si sono finanziati presso le proprie banche centrali, spiega Nikonoff. Queste ultime prestavano a tassi di interesse che potevano essere inferiori a quelli del mercato; a volte a tasso zero. Accadeva anche che facessero anticipi non rimborsabili.” E se il governatore della Banque de France, a sua volta, si mostra riluttante rivendicando l’“indipendenza” dell’istituto? “Bisogna far leva sui rapporti di forza, taglia corto Plihon. Non si può vincere senza un po’ di ruvidezza.” Lordon è sulla stessa linea: “Le strutture dell’economia internazionale e delle economie nazionali sono state congegnate in modo tale che, per piegare le forze della finanza, bisogna proprio spezzarne la colonna vertebrale. Sono richieste misure brutali. Si cambia l’universo politico.

Ecco così la Banque de France è liberata dalla sua indipendenza a geometria variabile, che la teneva legata unicamente agli interessi del mondo della finanza. Il governo si rivolge dunque al risparmio interno, sufficientemente importante – una fortuna di cui i greci non disponevano – da offrire una seconda fonte di finanziamento solida: “Il solo patrimonio finanziario (escluso l’immobiliare) delle famiglie è stimato intorno ai 3.800 miliardi di euro, 1.300 dei quali sotto forma di assicurazioni sulla vita, scriveva il giornalista economico Jean-Michel Quatrepoint nel 2010 (La Tribune, 27 dicembre 2010). Quello dello Stato (sempre escludendo gli immobili) si aggira intorno agli 850 miliardi di euro. Un totale di attivi per casa Francia (imprese a parte) di 4.650 miliardi di euro. A fronte di questo, il debito delle famiglie è pari a 1.300 miliardi, tre quarti dei quali in crediti immobiliari. E quello dello Stato, a 1.600 miliardi. Il saldo è dunque ampiamente positivo”. Da allora il debito francese è salito a 2.000 miliardi, ma il ragionamento non ne viene inficiato.

Per raccogliere questo risparmio, Nikonoff propone di emettere obbligazioni non negoziabili, un dispositivo già utilizzato in California nel 2009. Questo Stato, minacciato dal default, distribuì promesse di pagamento (Iou, dall’inglese I owe you, “ti devo”) per pagare i propri conti. I titoli, remunerati, potevano in seguito essere utilizzati dalla popolazione. All’epoca, la California era guidata da un governatore repubblicano: Arnold Schwarzenegger.

Per il resto si ottengono prestiti forzosi presso banche e compagnie di assicurazione, continua Nikonoff. In altri termini, lo Stato impone a quelle società l’acquisto di una determinata quota dei suoi titoli di debito.” Un meccanismo di confisca? “Attualmente una quindicina di banche francesi e internazionali ha firmato un disciplinare per ottenere lo status di specialista in valori del Tesoro [Svt] presso l’Agence France Trésor. Fra i loro obblighi: acquistare ciascuna almeno il 2% di ogni emissione, dunque un totale del 30% per le 15 Svt. Eppure, nessuno denuncia questo sistema come una forma di risparmio forzoso. Potremmo limitarci a estendere lo status di Svt all’insieme degli istituti bancari.” Prima, per esempio, di allargare il meccanismo dei prestiti forzosi alle famiglie. “Nel 1976, ricorda Plihon, durante la grande siccità, lo Stato aveva obbligato quella parte di popolazione che aveva un certo livello di imposta sul reddito a prestargli denaro a condizioni non negoziabili.” La Caisse des dépôts et consignations, che è tuttora pubblica in Francia, offre lo strumento ideale per raccogliere e gestire questi flussi.

I margini di manovra finanziaria così conquistati permettono al governo di attuare un programma sociale in grado di confermare il consenso popolare: miglioramento della protezione salariale, rivalutazione delle pensioni, sforzo generale per migliorare il livello di vita senza passare per un aumento dei consumi (gratuità dei trasporti pubblici, delle mense scolastiche, degli alloggi sociali…).

Ma la situazione va stabilizzata nel lungo periodo. Per lavorare in tal senso, lo Stato ha uno strumento efficace: le tasse. Le forze politiche al governo in Francia non hanno dimenticato che, prima della progressiva erosione della fiscalità sui grandi patrimoni e sul capitale a partire dagli anni 1970, governi conservatori avevano praticato livelli di imposizione che oggi la stampa economica giudicherebbe da confisca. Fra il 1950 e il 1963, gli inquilini della Casa bianca non si chiamavano né Lenin né Ernesto “Che” Guevara, ma Harry Truman, Dwight Eisenhower e John Fitzgerald Kennedy. Eppure, tutti mantennero un’aliquota marginale (la più elevata, e applicata unicamente alla frazione superiore del reddito delle famiglie più agiate) superiore al 90%. Ispirato da questo precedente, il governo francese ristabilisce un sistema di prelievi obbligatori progressivi sull’insieme dei redditi, eliminando le nicchie fiscali e sociali che permettono di sfuggire alla misura. Inoltre, reintroduce l’Imposta di solidarietà sul patrimonio rendendola abbastanza decisa e progressiva da indurre le famiglie più ricche – il 10% dei francesi più abbienti possiede il 47% del patrimonio nazionale – a vendere una parte dei propri beni per ottemperare.

Ben presto si pone la questione delle banche: “Sarebbe piuttosto difficile spiegare che tutto quanto descritto è stato realizzato per permettere al sistema bancario di proseguire le sue attività sui mercati finanziari e per esporre la società alle loro tendenze squilibranti”, osserva Lordon. Indeboliti dall’annuncio di una moratoria sul debito o dalla disciplina (severa) delle loro attività speculative, alcuni istituti perdono la propria ragion d’essere. Parigi ne approfitta per nazionalizzare quelli di cui ha bisogno. Per poi, riprende Plihon, “affidarne la guida ad assemblee di utenti e dipendenti, così da evitare le difficoltà del 1981, quando i gestori di Stato si erano rivelati disposti a gestire come società private gli istituti nazionalizzati”. Per evitare interruzioni alla circolazione monetaria, il governo se ne attribuisce il controllo, in modo da garantire la disponibilità di moneta sull’insieme del territorio, ad esempio attraverso la rete delle agenzie de La Poste.

Naturalmente, la moneta unica vacilla. Delle due l’una: o la Francia viene espulsa dall’Unione europea per il mancato rispetto dei trattati che vietano, ad esempio, ogni ostacolo alla libera circolazione dei capitali (il principio stesso delle misure che mirano a lottare contro i mercati); oppure l’euro va in pezzi a causa delle tensioni provocate dallo sconvolgimento francese. A questo punto, si presentano due scenari: uno ottimista, l’altro meno. Nell’ipotesi ideale, il momento politico vissuto dalla Francia trova una eco all’estero. Altri paesi cambiano a loro volta, o in seguito a una crisi della stessa natura che produce effetti analoghi, o perché l’esempio francese pungola altre forze politiche. Insieme a Parigi, questi paesi elaborano una strategia per sbarazzarsi del dominio dei mercati e si uniscono per dotarsi di una moneta comune che permetta di proteggere le monete nazionali dai mercati (5).

Essere pronti quando verrà il momento

Ma niente garantisce che altri popoli si ispireranno – e con lo stesso slancio – alla determinazione francese. Parigi potrebbe rimanere isolata. In questa ipotesi, la sua espulsione dalla zona euro (che avverrebbe nel momento in cui la Banque de France iniziasse a stampare carta moneta su ordine del governo) oppure il crollo della moneta unica provocano un ritorno al franco (con gli euro in circolazione che vengono convertiti alle condizioni fissate dal governo). “Almeno in un primo tempo, il franco è dichiarato non convertibile per le famiglie e le imprese, suggerisce Nikonoff. Questa disposizione non ostacola il commercio internazionale, perché le imprese che hanno bisogno di valuta si rivolgono alla loro banca la quale, a propria volta, sollecita la Banca centrale. Ma consente di lottare efficacemente contro la fuga dei capitali e di proteggere la moneta dallo scatenarsi dei mercati.” In seguito, lo Stato aggiusta il tasso di cambio del franco in funzione delle sue priorità (industriali, sociali ecc.), cioè politicamente. La presenza di funzionari affidabili consente di evitare l’emergere di fenomeni di corruzione.

Il nuovo franco, associato o no a una moneta comune, sperimenta una svalutazione. Quest’ultima, benefica nella misura in cui aumenta la competitività delle produzioni francesi destinate all’export (calcolate in una moneta più debole, costano meno care agli importatori), gonfia simmetricamente il costo delle importazioni.

A questo punto, il governo propone di distinguere fra i beni. Per quelli indispensabili, come il petrolio, si sforza di ridurre il fabbisogno, anche introducendo incentivi fiscali ed economici. Alcuni beni vengono importati solo finché la Francia non arriva a produrli da sé. “Bisogna effettivamente passare per una fase protezionista di sostituzione delle importazioni”, riassume Nikonoff, il che implica la protezione degli sforzi industriali nascenti tramite barriere doganali (visto che il mercato unico si è disgregato). “Parigi deve anche concludere accordi con le società che hanno le tecnologie che mancano alla Francia, offrendo loro l’autorizzazione a vendere sul territorio francese contro trasferimenti di tecnologia”, completa Nikonoff. Resta il campo dei beni che la pubblicità ci ha indotti a considerare indispensabili (una determinata marca di smartphone, un’altra di jeans, ecc.) e di cui ognuno deve imparare a fare a meno, o che il governo decide di tassare pesantemente. Ricordando alla popolazione che la trasformazione economica chiede anche la modifica delle abitudini di consumo, in un contesto nel quale ciascuno comprende come gli attuali eccessi stiano spingendo il pianeta verso la catastrofe. Dal momento che dovremo cambiare i nostri comportamenti, perché non fare in modo che questa evoluzione ci avvicini a una società che corrisponda meglio alle aspirazioni della maggioranza?

A un certo punto, bisogna accettare l’idea che non si può avere tutto: il mantenimento integrale del consumo e la rottura con il neoliberismo. Del resto, il “consumo neoliberista” ha un costo, e pesante: diseguaglianze, precarietà generalizzata, disagio sul lavoro ecc., fa notare Lordon. L’abbandono del neoliberismo ci propone ben altra coerenza, e benefici reali: liberati dall’austerità di bilancio, quella dell’euro e quella dei mercati, possiamo nuovamente sviluppare i servizi pubblici e il lavoro utile; protetti dalla possibilità di svalutare e da un protezionismo intelligente, i salari possono crescere nuovamente senza danneggiare la competitività; infine, la messa in riga della finanza può avviare lo smantellamento del potere degli azionisti, per ristabilire un’organizzazione del lavoro meno infernale.

Rilancio dell’economia reale, trasformazione della democrazia sociale, centralità della questione ambientale, riforma delle istituzioni… Altre misure dovranno certamente aggiungersi. Ma i mezzi per lottare contro i mercati, esistono: nessuno dei provvedimenti qui presentati rappresenta un’innovazione. Dunque, il problema che il progetto di emancipazione pone rispetto ai mercati non è tecnico bensì politico.

Nessuno immagina che lo scenario appena descritto (rivoluzione monetaria e fiscale, trasformazione dei circuiti produttivi, rivoluzione delle abitudini di consumo) possa ottenere il consenso di una maggioranza politica in tempi ordinari. Ma il futuro non induce alla serenità. Quando scoppierà la prossima tempesta, i liberisti saranno di nuovo pronti, e sappiamo – lo abbiamo visto in Grecia – fin dove possono spingersi le loro road maps. Perché allora non ci prepariamo ugualmente alla lotta, ma affinché apra il cammino a un mondo più solidale?

RENAUD LAMBERT e SYLVAIN LEDER

(1) Si legga “L’investitore non vota”, Le Monde diplomatique/il manifesto, luglio 2018, prima tappa del ragionamento qui svolto.

(2) Gli autori sono ben coscienti che si tratta di un paradosso; come preparare la popolazione alla lotta che ci si appresta ad affrontare e alle fatiche che essa comporta senza provocare l’ira dei mercati e la catastrofe economica alla quale questa può condurre… prima ancora di essere arrivati al potere?

(3) Rispettivamente autori, fra l’altro, di Jusqu’à quand? Pour en finir avec les crises financières, Raisons d’agir, Parigi, 2008; Sortons de l’euro! Restituer la souveraineté monétaire au peuple, Mille et une nuits, Parigi, 2011; e La Monnaie et ses mécanismes, La Découverte, Parigi, 2017.

(4) Differenza fra il tasso d’interesse applicato ai titoli di debito emessi da un determinato paese e quello applicato ai titoli emessi da un altro paese ritenuto solido (la Germania, per esempio).

(5) Si legga Laura Raim, “De la monnaie unique à la monnaie commune”, Manuel d’économie critique de Le Monde diplomatique, 2016. (Traduzione di Marianna De Dominicis)

 

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